di Baronio
Rule, Britannia! Britannia rules the waves!
Britons never shall be slaves!
Nella migliore tradizione degli esiliati, ci giunge dalle remote plaghe d’Inghilterra la notizia che Mosnignor Piero Marini, già Maestro delle Cerimonie del Papa ed ora Presidente del Pontificio Comitato per i Congressi Eucaristici Internazionali, non ha mancato di ribadire la propria tetragona ostilità a chi – dopo i suoi oltre quattro lustri di dittatura dello squallore liturgico – osa nientemeno che mettere in dubbio gli eccessi del postconcilio nelle celebrazioni. Orrore! Perché tutto questo risuonare d’organo e di gregoriano, questi troni d’oro, questo brillar di broccati, questo baluginar di mitrie gemmate? Dove sono gli stracci di plastica multicolore? Dove le danze di seminaristi africani en travesti? Dove i ritmi tribali che accompagnavano le funzioni del Vicario di Cristo in mondovisione? La perfida Albione, anche in tempi remoti, si è sempre prestata a far da nutrice agli eretici, ai sediziosi ed ai rivoluzionari che nel nostro Paese avrebbero trovato più adatta accoglienza nelle patrie galere; negli anni Settanta vi si rifugiavano estremisti di destra e terroristi, talvolta beneficiando di insperato successo altrimenti immeritato. Ed ora questa vocazione ad esser ricettacolo dei più accaniti paladini del progressismo antipapale: dopo la pro-Nunziatura di Teheran per il padre delle peggiori abominazioni liturgiche partorite con l’inganno e la frode, anche Londra entra in lizza ed apre le porte dell’Arcivescovado per accogliervi un prelato che non fa più parte della Curia Romana, il figlio spirituale dell’indimenticato Monsignor Bugnini, del quale non cessa di sventolar le memorie. Il libello dell’ex Maestro, A challenging reform, è uscito in lingua inglese come certi pamphlet carbonari. Lo sfrontato j’accuse contro la Curia suona al tempo stesso come un pietoso Cicero pro domo sua, perché l’opera dell’omonimo successore, Monsignor Guido Marini, pur essendo solo all’inizio, non dà adito a dubbi: la liturgia cattolica, e principalmente la liturgia papale, deve tornare ad esser modello ed esempio di dignità e di solennità, interpretando nei riti quell’ermeneutica della discontinuità con la quale la Santità di Nostro Signore si appresta a riprendere il timone della barca di Pietro dopo decenni di sbando dottrinale e morale. Non è chi non veda il filo rosso che unisce gli zelatori del progressismo liturgico ai caudatari del progressismo teologico: il loro padre è il medesimo, e fu omicida sin dal principio. Agitare lo spauracchio del Concilio Vaticano II non serve che ad enfatizzare una sconfitta: oltre vent’anni di barbarie non hanno cancellato la memoria della romanitas liturgica, ed i timidi cenni di ritorno alla millenaria civiltà espressa dai riti papali suonano come una condanna di quell’arrogante protagonismo di un Arcivescovo in cotta e croce pettorale tanto pronto ad umiliare il vegliardo Giovanni Paolo II con osceni costumi circensi, quanto a mettersi in mostra ostentando la grimasse da mai soddisfatto maestrino di multiculturalità. Stupisce nondimeno che il Nunzio in Grand Bretagna, Monsignor Faustino Sainz Munoz, abbia voluto conferire al pietoso teatrino mariniano l’improbabile carisma dell’autorevolezza: pare fuori luogo che l’Arcivescovo di Londra ed il rappresentante del Papa in terra anglicana abbiano potuto accogliere sotto il proprio tetto il Vescovo ribelle e presenziare ad una conferenza in cui egli attacca senza riguardo il Romano Pontefice. Di certo non mancheranno due riservatissime righe da parte della Segreteria di Stato per rimettere nei ranghi l’ingenuo presule e l’incauto diplomatico. Quanto all’autore del libello – del quale sono ben noti i panegirici e le generose turificazioni del proprio operato –, sarà meglio che prenda a pigione un bilocale con vista sul Tamigi e non si faccia vedere in Vaticano se vuole evitare di arrossire dopo aver detto e scritto tante inasettazze contro la Curia romana; ma soprattutto che rinunzi una volta per sempre alla ridicola ambizione d’esser nominato Arciprete della Basilica di San Pietro al posto del Cardinale Angelo Comastri.