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Pio XII e quel discorso dell’8 settembre 1948 all’Azione Cattolica
di Mauro Bontempi
CITTA’ DEL VATICANO – L’immagine è già divenuta uno stereotipo: una figura alta e longilinea, dalla postura sempre ben eretta, non baldanzosa ma di certo fiera, supportata da una gestualità solenne ma non ingessata, ora essenziale e ora ampia, quasi teatrale. Una voce leggermente al di sopra del tono comune: espressiva ma non stridula, chiara e bel calibrata. In una parola: ieratico. È un ritratto di Pio XII: il principe Romano, il più volte nunzio, il “Cardinale volante”, il Segretario di Stato, il 260° successore di Pietro nei tragici anni della seconda guerra mondiale e della ricostruzione. Fu tutto questo, ma non solo. Fu il primo pontefice della post-modernità: il Papa, cioè, che intuì i primi sintomi di malessere della società consumistica e le sfide nella quali la Chiesa tutta, religiosi e laici, si sarebbe dovuta lanciare con umiltà ma anche tanto coraggio. Nel 1948 il laicato cattolico non era ancora sbocciato così come avvenne dopo il Concilio Vaticano II. Il mondo intera era alla prese con la sua fase di ricostruzione materiale e spirituale dopo la tragedia della guerra. Con la riforma statutaria di Pio XI, l’Azione Cattolica si rafforzò acquisendo il rango di maggiore organizzazione di laici cattolici. L’ “esercito” pacifico del Papa nella società italiana. Questa compagine variegata eppure compatta si incontrò nel settembre del 1948 per celebrare l’anniversario di fondazione e tracciare la rotta del proprio futuro. In Piazza San Pietro, Pio XII pronunciò un discorso memorabile, profetico e attualissimo. Una pietra miliare per il laicato cattolico. “Il tempo della riflessione e dei progetti è passato; è l’ora dell’azione. Siete pronti?”, chiese Pacelli ai fedeli assiepati in Vaticano. L’Italia viveva un’ora molto delicata, “l’ora della prova …l’ora dello sforzo intenso” il cui adempimento, “un balzo in avanti verso un più lontano e vasto orizzonte”, era urgente e pericoloso sino all’eroismo. Il cliché del Papa distaccato e lontano non sembrava calzare molto con l’incipit dell’allocuzione. Non era un generico grido all’arrembaggio contro tutto e tutti ma un pentalogo riferito ai tre pilastri dell’Azionismo Cattolico: Chiesa, Famiglia, Lavoro. Cinque sono le priorità d’azione che il Pontefice propose all’Azione Cattolica. Cinque campi d’azione che a distanza di sessant’anni conservano un’attualità a tratti sorprendente per l’acutezza d’osservazione e per lungimiranza. A cominciare dalla definizione assai efficace di “anemia della vita religiosa”. La prima sfida per il cattolico consiste nel “portare e diffondere la verità di questa fede … in ogni angolo, anche il più riposto del … Bel Paese, come diffusa è l’aura vitale, che penetra dappertutto e tutto avvolge e fascia”. Il compito spetta anzitutto al Clero: i Vescovi operino “affinché i sacerdoti adempiano pienamente un così grave obbligo”. Era evidente che il Pontefice scorgeva il formarsi di quel “tumore” incurabile che si annida nella società consumistica, si potrebbe dire, “più informata e meno colta”: “L’assoluta ignoranza delle cose religiose”. Non è stato detto un tempo che esiste un solo bene, il sapere, e un solo male, l’ignoranza (Socrate)? “La Domenica deve tornare ad essere il giorno del Signore”. Il monito era chiaro e perentorio: “Un grossolano materialismo, un eccesso di piaceri profani, la più cruda corruzione morale negli scritti e nelle rappresentazioni, non s’impadroniscano della Domenica”. Esposti i primi due moniti afferenti alla Chiesa, il Pontefice affrontava i due grandi temi della “salvezza della famiglia cristiana” e della “giustizia sociale” congiunta alla “responsabilità per il bene comune”. In realtà Papa Pacelli spingeva l’ACI ad allargare i suoi orizzonti di azione all’intera società, a tutti quegli ambiti che potrebbero risultare estranei alla missione dell’organizzazione. “All’Italia deve essere conservato quel che fu sempre il suo vanto e la sua forza: la madre cristiana”. Una maternità che si manifesta nella “cristiana educazione della gioventù e nella conservazione del focolare cristiano, rocca del timor di Dio, della inviolata fedeltà, della sobrietà, dell’amore e della pace”. “Salvare la famiglia cristiana è precisamente la missione precipua dell’Uomo cattolico”, senza deroghe o condizioni sospensive. Nell’agire sociale i cattolici seguano quanto la Chiesa propone in Dottrina Sociale, il cui leit-motiv è “una più giusta distribuzione della ricchezza” attraverso la lotta “all’accumulamento (della ricchezze) nella mani di relativamente pochi straricchi, mentre vasti ceti del popolo sono condannati a un pauperismo e ad una condizione indegna di esseri umani”. Alla base di questo impegno ve ne è uno ancor superiore: “La lealtà e la veracità nella convivenza umana, la coscienza della responsabilità per il bene comune”. “E’ inquietante – proseguiva il Papa – il vedere fino a qual punto…la fedeltà e la onestà nella vita economica e sociale di sono dileguate. Quel che in tale campo si manifesta, non è più soltanto un difetto esteriore di carattere, ma rivela una grave malattia interna, una intossicazione spirituale, che è anche in buona parte la causa di quella anemia religiosa”. Pacelli parlava di “ingordigia dei guadagni…losche speculazioni e manovre con danno della intera popolazione”. La diagnosi era chiara. La cura altrettanto. “Spetta agli Uomini di Azione Cattolica collaborare alla guarigione di questo male con la parola e con l’esempio” lungo due direttrici: apertura e testimonianza. Diciotto anni prima della “Gaudium et Spes”, Pacelli invitava i laici ad esser “larghi di cuore” verso tutti coloro che, con “sincera buona volontà, operosità, intelligenza, destrezza”, si dedicassero al servizio di Cristo e della Chiesa, “anche se con nuove, ma sane, forme di apostolato”. “Benvenuta – proclamò il Pontefice – è ogni mano la quale offra la sua generosa cooperazione”. La seconda esortazione è un esplicito cambio di strategia. Moderno “allenatore” di anime, Pacelli ammoniva che “chi si restringe a star sempre sulla difensiva, va lentamente perdendo”. Bisogna “riguadagnare il perduto e avanzare a nuove conquiste”. Rinchiudersi e difendersi in una cittadella che si ritiene, a torto o a ragione, assediata o in procinto di esserlo: la peggior strategia che l’Azione Cattolica avrebbe potuto metter in campo di fronte alle sfide del proprio tempo. Dietro questo genere di conservatorismo, riteneva il Pontefice, si celavano l’ignavia e la paura. il terrore di compiere scelte scomode, cagione di problemi e dolori. “Imparate dai cristiani dei primi secoli!”: una Chiesa giovane e “sposa di sangue”. È questa la Chiesa in cui Pio XII credeva e per la quale si spendeva nel suo Pontificato: “Chi avrebbe creduto mai possibile, in questo secolo ventesimo dopo tanti progressi di civiltà, dopo tante affermazioni di libertà, tante oppressioni, tante persecuzioni, tante violenze? Ma la Chiesa non teme” perché il suo alto obiettivo è la pace; “non la pace soltanto apparente e giuridica, ma la pace reale e giusta”: una pace che serve la giustizia, gli interessi dei popoli e soprattutto degli “ultimi della terra”; una pace che guarda “l’avvenire con occhio sicuro e fermo”; una pace che assicurerà la completa deposizione delle armi, la riconciliazione fra i popoli, la preservazione da “inenarrabili nuove sventure”; una pace che difende la civiltà, che solleva “gli spiriti al cielo e li strappa dal dominio del demonio”, che opera per l’affermazione della “legge sovrana di Dio, che è legge di bontà e di amore”. “Riguadagnare gli uomini a Cristo e alla Chiesa”: è questo il lascito del Pio XII all’Azione Cattolica. È un invito che risuona ancora vibrante nel nostro travagliato mondo. È una testimonianza inconfutabile di quanto fallaci e scorretti siano stati i ritratti caricaturali di Pacelli, Pontifex Maximus.
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