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I cristiani siano forti nella Fede

di Alberto Giannino

I cattolici, nella società italiana sempre più multiculturale, multireligiosa e multirazziale,  sono diventati pavidi e mediocri: soffrono di complessi di inferiorità verso la sinistra da cui li dividono la visione dell’uomo, della società, dell’economia e della storia. I cattolici difficilmente prendono posizioni ufficiali, perchè temono quasi sempre il giudizio negativo degli altri (vedi  il fondamentalismo islamico e l’odio contro i cristiani, l’aggressione al Papa, l’eutanasia, l’aborto, i Pacs, la legge sull’omofobia, le adozioni e i matrimoni gay, la fecondazione assistita, la scuola privata, etc etc). E così tengono un profilo basso, sono molto defilati, e questo loro atteggiamento viene scambiato per banale prudenza. Invece si tratta di tiepidezza, di viltà e di opportunismo, caratteristiche che giovano soltanto ai detrattori che amano sopraffarli. Assistiamo, talvolta, a fenomeni, sia individuali che collettivi, di debolezza, i quali si diffondono, oggi più che mai, come una fatale epidemia nel nostro popolo, a tutti i livelli, ecclesiali, culturali, politici, professionali, scolastici e chi più ne ha, più ne metta. Non è il caso, in questa sede, di farne un esatto inventario. Del resto questo fenomeno di abdicazione della volontà, forte, diritta, coraggiosa, personale, e perciò veramente libera, si verifica ordinariamente in un equivoco uso del nome della libertà, quasi che questo regale potere di autodisciplina, di personalità autogovernata dalla ragione e dalla coscienza, la libertà, fosse sinonimo di lassismo morale, di arrendevolezza permissiva, di conquista d’ogni liceità, fosse pur degradante, fosse pure ossequio all’arbitrio dominante di false ed imperanti ideologie altrui. Anche in rapporto all’impegno religioso, nascente dalla nostra rigenerazione cristiana, la tentazione in voga è quella di abolire lo sforzo, ascetico o disciplinare, di rendere tutto facile e tutto facoltativo, di simulare con l’edonismo di moda, gaudente e sensuale, il volto forte e sereno della gioia cristiana. Il servilismo del rispetto umano piega tanta gente a vivere in balìa della demagogia retorica e utilitaria, della rassegnazione di tanti abusi invalsi nel costume comune. Si domandava Papa Paolo VI a questo riguardo: “È forse legittima la concezione d’un cristianesimo debole? D’un cristianesimo privo di fermezza nelle sue convinzioni, agnostico, indifferente, volubile, opportunista, vile? D’un cristianesimo timido e pauroso di se stesso? Manovrato dal rispetto umano? È forse autentico e nuovo un cristianesimo, che nella pratica, nel confronto con l’ambiente circostante è disponibile ad ogni conformismo, e che ha soprattutto la tacita ansia d’evitare fastidi, critiche, ironie, e il manifesto desiderio di profittare d’ogni occasione per fare bella figura, o guadagnare vantaggi, risparmiare guai e avanzare nella carriera? Dove è finita l’antica educazione al carattere personale, al coraggio morale, alla coerenza sociale? Al senso del dovere? Della responsabilità?”. I cattolici da sempre possono dare lezioni di buon senso e di civiltà, nel senso che propongono valori umani, sociali, religiosi e culturali per la realizzazione del bene comune. I cattolici devono uscire dall’isolamento in cui si sono infilati e intervenire sulle questioni cruciali della società italiana: scuola, famiglia, bioetica, politica, lavoro, educazione alla legalità. La loro assenza si avverte nella società italiana, così  come si avverte la delega in bianco che essi hanno dato erroneamente ad altri dopo la caduta della democrazia Cristaiana nel 1992. Ora è arrivato il tempo del riscatto! Eppure, la tendenza dilagante di molti cattolici è di volere un cristianesimo comodo, proficuo, applaudito. Un cristianesimo  che sia finalmente liberato da quella sua intrinseca componente che è il sacrificio. Un cristianesimo senza doveri; o almeno con doveri da cui si possa sempre trarre vantaggio, ovvero a cui sia facile ed elegante rinunciare, quando conviene. Un cristianesimo senza pericolose coerenze, senza obblighi di impopolari testimonianze; un cristianesimo senza eroismo. Un cristianesimo sempre conformista; vile, senza che nessuno come tale lo qualifichi e lo condanni. Invece no. Il nostro cristianesimo dev’essere forte. Dev’essere capace di testimoniare che la fede, per cui esso vive, è ragion d’essere superiore alla stessa vita che lo professa. Anzi, tale dev’essere il nostro cristianesimo da saper trarre argomento di nuova forza morale dai mali inferiori, che affliggono la nostra umanità. San Paolo afferma a questo riguardo: «Quando sono fiaccato, allora sono robusto». Mentre San Pietro ci  dice: «Siate forti nella fede». Il nostro cristianesimo dev’essere una palestra di resistenza e di fortezza. Perciò, il rinnovamento cristiano deve conoscere anche questa prova di forza morale e di fiducia in Dio; e deve accettarla con animo sereno ed impavido, e con sempre rinascente speranza. Bisogna pertanto riaffermare nel terzo millennio che il cristianesimo deve essere forte come ci ha insegnato Paolo VI. Esso, nella società odierna neopagana, secolarizzata e scristianizzata,  ha svigorito la sua intrinseca esigenza, quella della coerenza, quella della fermezza, quella del coraggio, quella dell’operosità. Ci siamo abituati ad un cristianesimo puramente nominale e anagrafico; ci siamo lasciati a torto incantare dalla mitezza che la sequela di Cristo comporta per confonderla con la debolezza; abbiamo profittato della libertà cristiana e della indulgenza doverosa verso le altrui opinioni per concederci l’indifferenza verso qualsiasi agnosticismo teorico e pratico; abbiamo dato al pluralismo e alle novità delle idee e delle azioni un’interpretazione lassista e permissiva deleteria d’ogni norma logica e morale; abbiamo spesso giudicato debilitante e imbelle l’educazione religiosa al confronto di altre pedagogie energiche e costrittive. Diciamo pure: abbiamo anche noi talvolta pensato che l’opportunismo di moda verso ideologie correnti non potesse avere, come fosse un atto di personale coraggio, la nostra comoda e supina adesione. Analizzando un po’ questo diffuso contegno, ci siamo forse accorti che interiormente esso equivaleva ad evitare fastidi ed a procurare vantaggi; non ci siamo lasciati sfuggire la doverosa autodenuncia d’una viltà; e abbiamo così evitato la testimonianza, il sacrificio, la croce. Ci siamo rassegnati allo scoraggiamento, alla fatalità degli avvenimenti, mascherando di intelligente tempestività il nostro tardivo ossequio al trionfo della moda e della passività ambientale; senza più afferrarci ai nostri principii, ai nostri doveri, alla nostra coscienza cristiana. La parola  “siate forti nella fede” dell’Apostolo Pietro, considera invece in questa sua esortazione l’aspetto soggettivo della fede, la virtù cioè della spirito che aderisce alla verità divina, e vuole che tale adesione tanto sia forte da diventare essa stessa sorgente di fortezza e di capacità di azione come dirà San Paolo: «La fede opera mediante la carità». Una fede forte, vuole da noi San Pietro, vuole da noi la Chiesa; e pare che questa esigenza si imponga, in questi tempi, come una chiamata profonda e solenne a noi uomini e donne del terzo millennio quando invece l’atto di fede sembra inceppato da tante incertezze e da tante difficoltà, aggravate dalla formazione moderna, che orienta sempre più l’intelligenza verso i metodi positivi, proprii delle scienze fisiche e matematiche, i quali servono benissimo per conoscere certi aspetti delle cose naturali, ma non ci dicono nulla su altre realtà, su altre verità fondamentali, che si raggiungono con altri metodi di conoscenza e di pensiero. Ora, ci insegnava Paolo VI, “la fede è sempre un atto ragionevole, ma si compie con un processo più complesso e più personale che non sia un atto di conoscenza comune; esige sì l’impegno della nostra volontà, rivolta specialmente all’espressione religiosa per eccellenza, quella dell’omaggio amoroso al Dio che parla; e esige altresì, com’è noto, un suo misterioso intervento nella nostra interiore operazione di pensiero religioso, esige la grazia stessa di Dio, che ci abilita a credere; a credere con certezza, con gaudio, con forza. La fede è una virtù divina, meravigliosa; e se noi abbiamo la fortuna di possederla, dobbiamo esercitarla, dobbiamo respirarla, dobbiamo professarla: prima internamente, per accettarne l’umiltà, per sperimentarne la luce, per sentirne la dolcezza, per goderne l’energia, di cui ci riempie; poi per esprimerla esternamente, nella nostra parola, nel nostro canto, nella nostra condotta, nello spirito di fede che deve stilizzare tutta la nostra vita, in semplicità e senza timore”. San Pietro, nei giorni turbolenti del XXI secolo, rinnova a noi, con la sua raccomandazione, “siate forti nella fede”, la sublime e difficile e salutare lezione del come credere, del come superare le debolezze e gli ostacoli della nostra mentalità moderna, e del come essere  veramente cristiani.