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Il sacerdote adultero e l’abito violato
di Gianluca Barile
CITTA’ DEL VATICANO – Dopo aver gettato nello scompiglio un’intera comunità parrocchiale, Don Sante Sguotti, il sacerdote padovano sospeso a divinis dal proprio Vescovo perché ‘adultero’ nei confronti di Santa Romana Chiesa, cioè impegnato in una relazione sentimetal-sessuale con una sua fedele, ha scritto un libro – ‘Il mio amore non è peccato’, si è fatta la sua ‘bella’ pubblicità, si è presentato negli studi televisivi di ‘Buona Domenica’ per svelare l’arcano (‘Sì, sono il padre di un bambino di 15 mesi che si chiama Rocco’) ed ha avuto anche la faccia tosta, malgrado attualmente risulti impiegato come camionista, di entrare nelle case degli italiani ancora vestito da prete. E siccome al peggio non c’è mai fine, ha anche ammaestrato le folle, spiegando, con la colpevole copertura del programma Mediaset, il motivo secondo cui, a suo avviso, sia sbagliato il celibato dei religiosi. Signore pietà! Con l’indigestione mediatica targata Milingo, pensavamo di aver raggiunto il massimo del disgusto in materia. Ma Don Sante Sguotti ha saputo fare di più. Anzi, di peggio: si è creato un personaggio con cui guadagnare un po’ di soldi, ha tentato di passare per vittima innocente dell’autorità ecclesiastica e per parroco-modello inspiegabilmente sottratto all’affetto delle sue ‘pecorelle’. Di tutta questa messinscena, e non solo, ne avremmo fatto volentieri a meno. Ma tant’è: in questo mondo di cattivi maestri, pure il prete adultero della provincia di Padova ha trovato il suo posto. E, quel che è peggio, i suoi fans. E pensare che tutto il nostro mondo propone i propri “divi” come personaggi da idolatrare, e non di rado la loro notorietà è acquisita senza merito, o addirittura facendo mostra di vizi in altri tempi condannati. Le celebrità provengono solitamente da ambienti di scarsissima alfabetizzazione, appartengono ad un ceto sociale medio-basso e sono tanto più apprezzate quanto maggiore è la loro distanza dalla morale cattolica: divorziati, concubinari, immorali, prostitute, lenoni, drogati, ladri, truffatori, terroristi, assassini, blasfemi, sacrileghi, mangiapreti, massoni. Si direbbe, dunque, che la garanzia del successo consista nel prestarsi ad essere esempio negativo – se non pessimo – anzitutto per i giovani. Soggetti che non vorremmo avere come lavascale e che ci disturberebbe incontrare in ascensore, assurgono all’Olimpo perverso del secolo e si rivestono dei loro paramenti sacri: occhiali che nascondono sguardi senz’anima; vestiti che riescono a coniugare l’assurdità del costo alla volgarità stracciona; tatuaggi tribali, piercing ed orecchini per avvilire la nostra morente civiltà al rango dei selvaggi. E così rivestiti delle vesti della mondanità, questi individui celebrano i loro riti nei santuari del moderno paganesimo: discoteche, studi televisivi, alcove. La loro divinizzazione li rende “tremendi”: al loro cospetto la turba degli adolescenti idioti e vanesi trema e va in delirio, li osanna, li acclama, ne porta addosso l’immagine. Il mito crolla rovinosamente non appena la curiosità morbosa del volgo viene delusa dalla divulgazione di qualche intercettazione, in cui le meschinità del “divo” sono gettate in pasto all’opinione pubblica: un gioco perverso che ripropone in chiave quasi farsesca l’indole degl’infimi a trarre seco nel fango coloro che prima avevano portato in trionfo. È proprio perché il secolo odia ciò che è veramente santo, che si costruisce vitelli d’oro: dalla deificazione d’una prostituta, assurta a simbolo della dea Ragione durante la Rivoluzione francese, all’apoteosi degli anarchici, chiamati “martiri della libertà” dall’ideologia massonica dell’Ottocento; dalla celebrazione pagana delle virtù belliche col nazismo, al mito della Resistenza degl’imboscati ai danni degli sfollati, dalla deificazione del proletariato con il Comunismo alla dittatura del relativismo eretto a dogma dei giorni nostri. Ci mancava solo il sacerdote-amante-papà che, dopo aver sbagliato, anziché ammettere le proprie colpe e fare ammenda, ha deciso di trasformarsi in uno scrittore con l’hobby degli autotrasporti e delle interviste sui giornali e in televisione. Ormai Don Sguotti è giunto ad un punto di non ritorno: ha scandalizzato i più piccoli e non onorato l’abito a cui Dio lo aveva destinato. Ora sia serio e smetta almeno di indossare il clergyman in pubblico. E, soprattutto, non venga a farci la morale su quello che è giusto o meno per la Chiesa: pensi a fare il buon padre di famiglia visto che non è riuscito ad essere un buon Pastore.
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