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Il Sommo Poeta e il Sommo Pontefice
di Mauro Bontempi
CITTA’ DEL VATICANO – Dante Alighieri e Benedetto XVI. Dopo molti anni di colpevole obliò, la prima serata della rete ammiraglia della televisione pubblica, Rai Uno, ha riproposto in prime time la Divina Commedia. Il giorno successivo il Successore di Pietro ha firmato la sua seconda enciclica, ‘Spe Salvi’. C’è un nesso, almeno sul piano teorico, tra i due fatti? Forse sì. La fiducia nei due soggetti della teologia: l’uomo e Dio. La Commedia è la più alta opera letteraria prodotta da mente umana, il più alto inno alla maestà divina. Non è certo un trattato di teologia, eppure i versi del Sommo Poeta hanno mantenuto intatte nel tempo la fede ardente, l’intuizione divina, l’ineguagliata grandezza letteraria. La Commedia è essa stessa un inno all’uomo, alla sua capacità di tendere a Dio, di cercare di spiegare Colui che l’autore stesso ammette di non comprendere a pieno. È un inno alla meravigliosa e sublime limitatezza umana. Accomunato allo stesso martirio spirituale cui sono quotidianamente sottoposti i precetti e i fondamenti della Fede cristiana, anche la Divina Commedia è stata sottoposta ad un processo di relativizzazione del suo messaggio. Non si tratta dell’evoluzione esegetica dell’opera dell’Alighieri in cui è ormai assodato l’errore di leggere Dante come un teologo. Il recente revival della Commedia propone un’opera mutila: gli eccellenti canti del Paradiso sono praticamente espunti del tutto o ridotti al solo, sublime, XXXIII canto. È’ visitando i “cieli del Paradiso” che Dante manifesta a pieno la sua profonda religiosità. Le aspre invettive contro la Chiesa del suo tempo, non inficiano affatto la profonda fede di quest’uomo del Trecento, genio immortale di ogni epoca e cultura. Il lettore e l’interprete hanno l’obbligo morale di rispettare il pensiero e la sensibilità dell’Autore, cercando vieppiù di elevare il proprio animo a quello del Poeta. La Speranza, così come le virtù teologali della Fede e della Carità, trova ampio spazio nella “confessione” pubblica a cui il Dante è sottoposto in Paradiso. Nel XXV canto (vv. 67 e sgg.) si trova una meravigliosa riflessione sulla seconda virtù teologale. “Speme … è uno attender certo de la gloria futura, il quale produce grazia divina e precedente merto. Da molte stelle – aggiunge – mi vien questa luce”. Citando il salmo “sperent in te”, con una domanda retorica, egli si chiede “chi non sa, s’elli ha la fede mia (cioè, chi ha fede, può non sperare)?” La speranza è per Dante come un cartello segnaletico recante impresso indelebilmente il fine ultimo dell’uomo: il Paradiso, a proposito del quale “dice Isaia che ciascuna (anima) vestita ne la sua terra fia di doppia vesta e la sua terra è questa dolce vita”. La Fede e la Speranza sono per Dante “beni strumentali”, per così dire: due grazie divine, il valore delle quali è calcolabile nella misura in cui esse consentono di raggiungere la Beatitudine eterna. Colà regnerà solo la Carità , perché Deus Caritas Est. Verbum caro factum est. Da quel preciso istante della Storia, uomini e donne di ogni tempo e luogo percorrono la medesima strada, credono nell’unica Verità, che è Amore, ed anelano di varcare la Porta che conduce alla Salvezza. Dante Alighieri e Joseph Ratzinger, l’uno Sommo Poeta, l’altro Sommo Pontefice e Vicario di Cristo, seguendo le orme di coloro che li hanno preceduti, sospingono ed ispirano i “compagni di viaggio” verso quell’Amore che “move il mondo e l’altre stelle”.
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