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Speriamo, non sperèm!
di Mauro Bontempi
CITTA’ DEL VATICANO – La Cristianità tutta e molti “uomini giusti” in cerca della Verità sono impegnati a meditare sulle riflessioni che il Santo Padre ha dedicato alla Speranza. Dopo aver affrontato la “carità”, Benedetto XVI ha posto, infatti, la seconda virtù teologale al centro dell’Enciclica appena pubblicata. “Oggetto della speranza è un bene futuro arduo ma possibile a raggiungersi”. Il grande Tommaso d’Aquino coglieva, con una equilibrata sintesi, i due volti della speranza: il fondato desiderio di raggiungere una meta e l’oggettiva difficoltà nel conquistarla. Chi spera non è né un pazzo visionario né un fatalista. A questo proposito, interessanti riflessioni le suggerisce Don Luigi Giussani. Sperare non equivale allo “sperèm” del dialetto milanese, precisa Don Giussani nel suo libro-colloquio “Si può veramente vivere così?”. La speranza cristiana, pur convivendo con l’inevitabile scorza d’incertezza che avvolge la nostra finitezza umana, “nasce dal contenuto della fede che è ricordato nella memoria, perciò la speranza nasce dalla memoria, cioè dalla coscienza di una Presenza che comincia nel passato, di un “già fatto” nel passato; perciò la speranza è ciò in cui il passato si compie finalmente”. Ricordando una verso di Peguy, Giussani aggiunge che “per sperare bisogna aver ricevuto una grande grazia”. La speranza è la più autentica “modalità” della fede, l’unica e ultima “aggettivazione” possibile della fede. Perché, come è noto, esistono una infinità di testimonianze della propria fede: per ogni Cristiano la fede si declina in una serie di atteggiamenti e manifestazioni che, quand’anche non ne inficino la natura (come avviene nel caso di una “fede debole” o “distorta”), esprimono, in ogni modo, la cultura, il carattere e le inclinazioni proprie di ogni fedele. Così come è vero che molti sono i carismi che animano la vita della Chiesa e diverse sono le storie e le vite dei Santi, è certo la fede in Cristo deve risplendere fondamentalmente nella speranza e nella carità: una fede che non si chiude in se stessa; una fede che “è nel mondo ma non è del mondo”; una fede che ama e soffre. In ogni circostanza della vita la speranza sostiene la fede ora come un balsamo che lenisce, ora come un nettare che rigenera, ora come un ariete che abbatte gli ostacoli e spalanca le porte serrate. La fede è per l’eternità, la speranza è nell’oggi di una società avvilita e depressa. “L’uomo – affermava Giovanni Paolo II – non può vivere senza speranza; tutti gli uomini sperano in qualcuno e in qualche cosa. Però, purtroppo non mancano delusioni e, talvolta, s’affaccia perfino l’abisso della disperazione. Ma noi sappiamo che Gesù Redentore, morto crocifisso e gloriosamente risorto, è la nostra speranza! “Surrexit Cristus spes mea”. Scrivendo agli Ebrei, l’apostolo delle genti, San Paolo, così definiva la speranza: “Ancòra della nostra vita, sicura e salda, la quale penetra fin nell’interno del velo del santuario, dove Gesù è entrato per noi come precursore” (Eb 6, 19). Il Papa, con la sua illuminata ed illuminante parola, condurrà per mano chiunque vorrà affidarsi alla sua guida al di là di quel velo, “in sequela Christi”.
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