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Dal pessimismo alla speranza
di Giuseppe Massari
La speranza, finalmente, quella che molto spesso manca in molti cristiani, in molti credenti, in molti uomini di Stato e di governo, o in chi ha responsabilità pubbliche, siano esse civili che religiose. Ci ha pensato il Papa con la sua nuova Enciclica. “Spe salvi”, mutuato da un versetto della lettera di San Paolo ai romani: “Nella speranza siamo stati salvati”, è il condensato teologico non solo di una virtù, ma l’anelito al quale il cristiano deve tendere sempre, in ogni istante della propria vita. L’esperienza terrena dell’uomo è rappresentata dalla caducità delle cose, dalla frammentarietà degli eventi, dall’incertezza per il futuro, dallo spauracchio di guerre nucleari, dalla difficoltà e fragilità dei rapporti fra Stati e nazioni. A tutto ciò, scrive il Papa, non è vero che non c’è rimedio, dopo che tutte le vanitose promesse del mondo e delle ideologie sono cadute. Dopo che tante rivoluzioni culturali e politiche hanno fallito nei loro obiettivi. La speranza nel mondo è evanescenza. La speranza in Dio è certezza per la vita presente e per quella futura. E’ certamente l’antidoto per scacciare frustrazioni, paure, dubbi, ansie, angosce e patemi di ogni sorta. La speranza è la certezza che hanno praticato i Santi nel loro cammino di fede, pensando al regno di Dio che verrà. La speranza è una forza per gli ingenui e per gli incerti, per gli insicuri, per coloro che si lasciano abbagliare o abbindolare dal relativismo parolaio, dalle facili promesse di benessere, di tranquillità, di serenità. Il Papa si è reso conto, attraverso quello che egli stesso scrive, che proprio la Chiesa, e solo essa, depositaria di un messaggio di verità e di speranza, non può venire meno alla sua missione di essere predicatrice di speranza. Anzi, pure la Chiesa ha bisogno di credere e di sperare, dove per Chiesa dobbiamo intendere il popolo in cammino verso Dio, verso la Gerusalemme celeste. L’uomo che si è affannato a proclamare la morte di Dio ed è stato travolto dalla morte delle ideologie, non ha altra via, ci ammonisce Benedetto XVI, che sperare in Dio, in Colui che ha manifestato e continua a manifestare il suo amore verso un uomo consapevole e forte solo di voltargli le spalle. L’eclissi, prima, e il tramonto delle ideologie, dopo, hanno reso l’uomo più forte, più capace e consapevole. Questa spinta positiva deve essere messa a frutto da chi non ha via di scampo, da chi non deve pensare che ci siano altre vie che menano verso la salvezza della propria vita e della propria anima; del proprio destino e del proprio futuro spirituale. Per racchiudere e concentrare il ragionamento del Santo Padre, possiamo concludere scrivendo che la lettera Enciclica è un richiamo contro il male e il pessimismo irreversibile del mondo. Il mondo non può continuare ad essere pessimista ed oscurantista, non in grado di scorgere i bagliori o i fasci di luce che vi sono, e che vengono irradiati dal bene nascosto che pure esiste, dal volto di Dio e di Cristo impresso sul sofferente, sull’ammalato, sul disoccupato, sull’indigente, sul carcerato, sul povero, sul drogato, sul carcerato, sul bambino rimasto solo al mondo perché rifiutato dall’egoismo della propria madre o del proprio padre. La speranza è Cristo con la sua stella che guiderà tanti uomini alla greppia di Betlemme. La speranza è Cristo, luce del mondo che irromperà nel silenzio della notte e delle tenebre, per dirci che siamo predestinati alla resurrezione finale, perché “figli di Dio e coeredi del Paradiso”, così come ci ricorda San Paolo.
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