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Dies albo notanda lapillo

di Gianluca Barile

CITTA’ DEL VATICANO – La solenne cerimonia del Concistoro pubblico è caduta in una circostanza albo notanda lapillo, ossia da ricordare tra i giorni fausti del Pontificato. Gli Eminentissimi Padri hanno prestato giuramento di fedeltà alla Chiesa e al Pontefice alla vigilia della festa di Cristo Re (per poi ricevere l’indomani l’anello), con la quale si è chiuso l’anno liturgico. Nella Basilica Vaticana si è celebrato un rito che in un certo senso ha archiviato compostamente una stagione di ardite innovazioni: dopo decenni di liturgie dettate dall’estro e dalle improvvisazioni più discutibili, alle quali Giovanni Paolo II ed ancor più Benedetto XVI parevano quasi estranei, abbiamo assistito ad una celebrazione nella quale dominavano tre grandi centralità: la centralità della Croce, significativamente posta al centro del presbiterio; la centralità del Sommo Ponterice, rivestito di splendidi paramenti liturgici e con una meravigliosa mitria in capo (appartenuta al Beato Pio IX), assiso in trono (lo stesso di Leone XIII); la centralità del rito, celebrato interamente in latino. Vi fu un tempo in cui la Croce era relegata in un angolo, quasi disturbasse l’orizzontale dialogo tra il celebrante e i fedeli; un tempo in cui il Santo Padre indossava vesti liturgiche quasi imbarazzanti per stravaganza e colore; un tempo in cui la babele delle lingue proscriveva la lingua sacra a vantaggio dei più oscuri idiomi. Quell’epoca è definitivamente tramontata. Al Concistoro, gli sguardi di tutti, dal Papa ai Cardinali ai fedeli, convergevano sul Crocifisso, posto al centro dello spazio liturgico a richiamare la sua centralità nella vita della Chiesa e dei singoli; era lo stesso Cristo in trono a trasparire nella ieraticità di Benedetto XVI, ricordandoci che il padre comune dei Cattolici è Vicario di Cristo, vero e unico Capo della Chiesa. Poiché il gran mistero della Liturgia è proprio questo: rendere presente nel rito la realtà soprannaturale che essa simboleggia o prefigura. Il merito di questo grande miglioramento – genuinamente spirituale – delle celebrazioni papali va attribuito senza dubbio al Santo Padre: a nessuno sfugge come egli sappia lasciarsi rivestire di Cristo, rifuggendo i personalismi e prediligendo il raccoglimento adorante. Ma è chiarissimo che vi è un idem sentire tra il Pontefice e il suo nuovo Maestro delle Cerimonie, Monsignor Guido Marini: a poche settimane dalla sua nomina, egli ha saputo farsi interprete di quell’implicito desiderio di dignità e decoro sinora frustrato da scomposte performance aliene allo spirito romano. Era bastato, all’inizio del mese, ridare centralità al Crocifisso sull’altare, per farci capire quale fosse il suo pensiero; oggi è ancora la Croce a tornare centrale, e con essa la figura del Papa. La cifra di Monsignor Marini si nota anche da piccoli dettagli: le mani giunte dei Ministri sacri e dei chierici, gesto sacro finalmente ripristinato; i diaconi che accompagnano il solenne incedere del Pontefice sostenendo i lembi del piviale, cosa in altri tempi proibita; il ritorno di camici e rocchetti preziosi, al posto dei miserrimi camicioni in terital senza pizzo, a cui eravamo ormai abituati. Piccole cose, certo: ma eloquente indice di un modo di intendere l’azione sacra nella sua forma più alta, senza volerla abbassare allo squallore della quotidianità. Le festività del nuovo anno liturgico testimonieranno la riscoperta del valore della bellezza nei riti, e permetteranno al popolo cristiano di assaporare nuovamente il gusto della partecipazione alle celebrazioni papali di cui ci parlavano con gli occhi assorti i nostri padri. Poiché è questo che cerchiamo, quando accorriamo intorno al Papa: lo splendore di una liturgia che anticipa il fasto della corte celeste. Per la forzata povertà e la miseria ignorante bastano gli spettacoli che ci offre il mondo.