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Rosmini Dottore della Chiesa e Compatrono d’Italia
di Mauro Bontempi
CITTA’ DEL VATICANO – “Rosmini Dottore della Chiesa”. È’ la proposta che Padre Muratore, Superiore provinciale dei Rosminiani italiani e Direttore del Centro internazionale di studi rosminiani di Stresa, ha lanciato in una recente intervista. Fermo restando che si dovrà attendere la canonizzazione del “prete roveretano” per l’avvio di qualsiasi discorso in merito, è bene ricordare che la Provvidenza di Dio non ha limiti. Perché, quindi, non auspicare un ulteriore passaggio: Rosmini Dottore della Chiesa e Compatrono d’Italia? “Filosofo, pedagogo, teorico della politica, apostolo della fede, profeta, gigante della cultura” (così il Cardinale Saraiva Martins durante la Santa Messa di Beatificazione), fondatore di due congregazioni religiose (l’Istituto della Carità e le Suore della Provvidenza) diffusi in tutto il mondo, il nuovo Beato testimoniò il suo profondo attaccamento all’Italia e alla Chiesa svolgendo una intesa attività di promozione politico-culturale in favore di colei che considerava, di certo, la “sua” patria. Figlio devoto della Chiesa, Rosmini ha sempre orientato “tutti i propri pensieri e le azioni all’incremento e alla gloria della Chiesa di Cristo” invocando devotamente Maria come “mater eclesiae” (Seconda Massima di Perfezione Cristiana). L’auspicio che Rosmini venga dichiarato Dottore della Chiesa e Compatrono d’Italia non nasce sull’onda di una riviviscenza momentanea dell’interesse per Rosmini. La Beatificazione non è un’operazione di “rilancio” o di “sdoganamento” del pensiero rosminiano. La cosiddetta questione rosminiana è stata da tempo chiusa: Paolo VI permise la pubblicazione delle opere, Giovanni Paolo II concesse l’apertura della causa di beatificazione (1994) e la pubblicazione nel 2001 della Nota a firma del Cardinale Joseph Ratzinger, prefetto della Congregazione della Dottrina della Fede, con la quale si affermava: “Si possono attualmente considerare ormai superati i motivi di preoccupazione e di difficoltà dottrinali e prudenziali che hanno determinato la promulgazioni del Decreto Posto Obitum” con il quale, nel 1888, quaranta proposizioni malamente estrapolate dall’opera di Rosmini “non sembravano consone alla verità cattolica”. Accorso al capezzale del suo amico morente, Alessandro Manzoni ottenne dal nostro il suo testamento spirituale: “Adorare, Tacere, Godere”. Per troppi anni si è “taciuto” sulla santità di Rosmini e sulla profondità del suo pensiero, in spregio alla “adorazione” per il Santissimo e la Chiesa, privando così del giusto “godimento” spirituale molta parte del popolo di Dio. Giovanni Paolo II, nella “Fides et Ratio”, ha annoverato Rosmini nel ristretto cenacolo di “pensatori più recenti” che si sono spesi con coraggio nello studio del rapporto tra “filosofia e parola di Dio” (FER, n. 74). Vissuto nel tumultuoso Ottocento italiano, fu, secondo il Manzoni, suo grande amico ed estimatore, “una delle cinque o sei più grandi intelligenze che l’umanità aveva prodotto a distanza di secoli”. Filosofo, teologo, politologo, consigliere e mediatore diplomatico presso Pio IX: molte le definizioni per Rosmini. Il Santo della carità e della verità, per l’uomo e per la Chiesa. Per Rosmini, “il principio di tutto l’uomo spirituale è l’amore della verità”, postulato valido anche nella variante “il principio di tutto l’uomo spirituale è la verità che è propria dell’amore”. Dio è amore, carità, verità. L’uomo, seconda persona della teologia rosminiana, partecipa dell’amore di Dio. È un circuito di perfezionamento continuo quello che Rosmini compone attorno all’uomo il cui scopo primo e ultimo è quello di “desiderare unicamente e infinitamente di piacere a Dio, cioè di essere giusto”: prima delle sei “Massime di perfezione cristiana”. Perfezione, perché tutti siamo chiamati alla santità: secondo lo spirito di indifferenza, “il primo e più solido esercizio di pietà dimora nello sforzarsi di fare ogni giorno meglio e con più perfezione, aiutandoci con la grazia del Signore Gesù Cristo, tutte quelle cose che noi siamo tenuti a fare in ragione del nostro stato, grado ed ufficio”. Contemplare Dio non significa star col naso all’insù cercando un segno dal cielo ma “saper discernere i segni dei tempi” (Mt, 16, 3). Rosmini vi era riuscito anche con intuito profetico, scorgendo nel rapporto tra fede e ragione il nodo gordiano della post-modernità: una questione bifocale, intellettuale e antropologica. Benedetto XVI, al termine dell’Angelus di Domenica 18 novembre, ha affermato: Rosmini ha contribuito a dimostrare che “la luce della ragione umana e quella Grazia, quando camminano assieme, diventano sorgente di benedizione per la persona umana e per la società”. Nelle nascenti democrazie, infatti, Rosmini rivendicava per l’uomo, la persona umana dotata di diritti e doveri, il ruolo centrale: la persona umana si identifica col diritto (Muratore, 2007). E converso, il nostro ammoniva circa i rischi di quel soggettivismo che vuole fare dell’uomo il “creatore e legislatore” (Muratore, 2007). Profeta inascoltato o sottovalutato, aveva annunciato ai suoi contemporanei ciò che le ideologie del Novecento avrebbe nefastamente realizzato. Stando allegramente sulla Croce, come amava dire, egli ha fatto della carità intellettuale il canale per giungere alla carità universale. Seguendo quella “segnaletica” per la santificazione personale e per essere benedizione al prossimo, Rosmini identifica le tre forme della carità (temporale, intellettuale e spirituale) non come una scelta ad opzione ma come un unicum che tende verso la pienezza con Dio ma che non si stacca dallo stato precedente: una forza gravitazionale che, a differenza di quella fisica, attrae tutto l’uomo (la sua vita, le sue esperienze, i suoi pensieri, i suoi sentimenti) verso Dio. Il 1° luglio 1855, non ancora sessantenne, Rosmini spirava nella sua Stresa. Da quel giorno la schiera dei suoi illustri amici s’è progressivamente infoltita di tanti uomini e donne, religiosi o laici, che, con umiltà ed amore, hanno sposato il carisma del “prete roveretano”. Un carisma che, a dispetto di tutte le ipocrisie, gelosie e miopie che hanno cercato di avvelenarne il contenuto (e, forse, la sua stessa persona), ha vinto la sua battaglia, perché fondato sulla solida roccia che è Cristo e la Sua Buona Novella. Pio VII aveva confidato con gran lucidità allo stesso Rosmini che “la Chiesa al presente ha gran bisogno di scrittori; dico di scrittori solidi, di cui abbiamo somma scarsezza. Per influire utilmente sugli uomini, non rimane oggidì altro mezzo che quello di prenderli colla ragione, e per mezzo di questa condurli alla religione”. Rosmini non ha lasciato “un libro di 100 regole” ma “100 libri di una regola” : “che il cristianesimo può essere incontrato nella sua autentica natura, quella di un avvenimento di salvezza vivo e presente, perciò capace di mobilitare la vita dell’uomo nella sua interezza” (Botto, 1996).
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