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I moderati di centro

di Mauro Bontempi

CITTA’ DEL VATICANO – Moderati di centro. Così si è soliti appellare e amano autodefinirsi le componenti cattoliche dei due Poli. In verità, nel cosiddetto centro, confluiscono tutti coloro che non si riconoscono in pieno nelle posizioni più accese in entrambi gli schieramenti. Su questi figli, nipoti e bisnipoti della diaspora post-democristiana e dei partiti laici di centro, gravano, a torto o a ragione, le peggiori accuse: dall’opportunismo politico all’incapacità di programmazione politica, dal consociativismo all’inclinazione sino ad arrivare alla corruzione e allo spreco: tutto ciò, in spirito di aperto dileggio verso le esigenze reali del Paese e vantando una pesante aggravante: l’immortalità (politica, s’intende). Qualcosa di vero e provato esiste in queste accuse. L’Italia è stata retta per cinquant’anni, di fatto, da un partito moderato (secondo i politici, piuttosto, un cathall party) di ispirazione cristiana. Questa sorta di “posizione dominante”, democraticamente concessa dal suffragio e dal sistema elettorale di tipo proporzionale, ha consentito il proliferare di deviazioni politiche, finanche penalmente perseguibili, della cui sozzura sono state imbrattate le ottime iniziative nate da quei governi, monocolore o di coalizione, troppo frettolosamente archiviati nella storia di una indefinita “Prima Repubblica”. Il “democratico cristiano” è stato declassato a semplice “democristiano” per poi divenire sostantivo o aggettivo d’accezione spregiativa con cui spesso gergalmente ci si riferisce a persona o atto di natura politica, improntato all’ambiguità e alla mendacia (vedi espressioni del tipo: “quello lì è proprio un democristiano”, “logiche democristiane”, etc.). Dimentichi del principio secondo il quale spetta solo al tribunale della Storia il diritto di suggerire le giuste chiavi di interpretazione per giudicare fatti e persone, molti hanno processato e condannato quella gestione della res publica coinvolgendo i principi etici e religiosi e le buone iniziative proprie dei programmi e della natura originale della Democrazia Cristiana. Sennonché, in nome del peggiore trasformismo, buona parte degli accusatori, già militanti nelle fila democristiane, hanno trovato nella “moderazione” la via migliore per uscire dalla secche di un ingombrante passato. La recente moda di cambiar nome alle cose importando sovente termini e locuzioni estranei alla cultura politica italiana, ha sanzionato tale uso. Un cattolico non può che essere un moderato. Al tempo. Se per moderato si intende un democratico dotato di buon senso, ci si augura che almeno coloro che siedono sugli scranni parlamentari siano provvisti di queste caratteristiche essenziali. Se, invece, moderato è colui che su ogni tema, argomento, questione ha una posizione perfettamente equidistante tra i due schieramenti, ciò è umanamente impossibile: ogni decisione, per quanto moderata possa essere, comporta sempre una scelta e quindi uno “scegliere tra” opzioni diverse. Secondo questa tesi, il moderato sarebbe colui che non sceglie mai. Quindi non un moderato, ma un incapace. Se, infine, per moderato si deve intendere colui che cerca di mediare fra posizioni opposte, che cerca la via del dialogo, che “concerta” (cardine non scritto del sistema costituzionale e della dialettica politica, così come espresso dalla Costituzione repubblicana), il termine è accettabile con riserva. La mediazione, così come la moderazione, sono condizioni necessarie ma non sufficienti per un cristiano impegnato in politica. Esiste un preciso momento, in ogni dibattito, in cui il cristiano deve decidere. In quel preciso istante egli ha di fronte solo la sua coscienza e la sua fede: egli ed il Signore. Come ricordava il buon Don Camillo nella trasposizione cinematografica della grande opera di Guareschi: nel segreto dell’urna Dio vi vede, Stalin no! Il principio è applicabile anche ai leader della nostra libera e democratica Italia nell’Anno del Signore 2007. Poche sono, in verità, le materie “indifferenti” dal punto di vista morale: dalla legge finanziaria ai provvedimenti sulla criminalità, dalla legge elettorale alla disciplina su famiglia e diritto alla vita, il cristiano si trova dinnanzi a decisioni che interpellano la propria coscienza di uomo, prima ancora che di cittadino e di rappresentante politico. Il centro è associato spesso a qualcosa come il “buco nero” della politica: quella “palude” che, dalla Rivoluzione Francese ad oggidì, ha rappresentato per taluni regimi le sabbie mobili dell’agonia politica, per altri l’acquiescente appoggio esterno (secondo una formula ben nota alla raffinata cosiddetta Prima Repubblica) al proprio regime, finanche antisistemico. È quindi il tempo di guardare a quelle figure che hanno impregnato nella Parola il proprio pensiero e la propria azione sull’accidentato e impervio proscenio della vita politica italiana. Il pensiero corre subito ad un Padre della Patria libera e risorta dal collasso del sistema liberale, dal crollo del fascismo e dal clima di guerra civile, di vendetta e disperazione: Alcide De Gasperi (nella foto). Quasi un secolo fa il giovane attivista cattolico, nel Trentino ancora asburgico, confidava ai suoi collaboratori che “quel medesimo cristianesimo che giustifica e ispira la nostra azione sociale c’impone durante tutta la nostra attività un sacro dovere, il ritorno costante dalla periferia delle nostre azioni pubbliche … il più grande contributo che può dare il cristianesimo alla soluzione della questione sociale è la rigenerazione dell’individuo, il suo affrancamento dal predominio della materia e dell’interessato egoismo”. Molto più tardi, già Presidente del Consiglio e protagonista della ricostruzione, arricchiva il suo programma di vita con parole sempre valide, a tutti i livelli: “Essere civilmente e socialmente cristiani implica un duplice dovere: non scandalizzare i poveri, non scandalizzare chi ha senso di dignità umana e di giustizia sociale”.