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Quando la storia si ribella a Sergio Luzzatto
di Pietro Siffi
È stata pubblicata sul ‘Corriere della Sera’ una difesa di Sergio Luzzatto (nella foto), scritta da Luzzatto stesso. Il titolo è eloquente: Padre Pio, quando la storia si ribella ai luoghi comuni. L’articolo inizia citando alcuni messaggi certamente non condivisibili nei contenuti, ma che sono comunque indizio di un’indignazione palpabile. Poi si riportano le parole «il responsabile di una sedicente Lega cattolica anti-diffamazione», che sedicente non è più di quanto possa esserlo la ADL ebraica o quella islamica. Infine si cita come auctoritas la stentata lettera di un emigrato che avrebbe fotografato l’immagine di Padre Pio visitando la sua camera a San Giovanni Rotondo. E ancora, si spende in digressioni sul faccendiere Emanuele Brunatto e sulla Casa Sollievo della Sofferenza, passando a piè pari tra i presunti legami del primo con i servizi segreti fascisti e gli altrettanto presunti finanziamenti della seconda grazie agli appoggi della DC e del Vaticano. Lo sfogo – umanamente comprensibile – del professor Luzzatto parte tuttavia da un a priori che non ci sentiamo di condividere: che cioè lo storico e l’agiografo siano due figure in opposizione, quasi che il primo debba demolire ciò che ha costruito il secondo. Secondo questa logica si formula un pre-giudizio negativo circa la funzione di chi, con serietà e professionalità, mira a mettere in luce gli aspetti propri della santità di una persona; dall’altra parte si impone allo storico di affrontare lo studio della storia negando qualsiasi possibilità di riconoscere in essa l’opera di Dio, direttamente o attraverso i Suoi Santi. Una mentalità storicista che ripugna alla ragione, e che si rifà viceversa al più glaciale scientismo che arma lo scienziato contro il teologo. Certo, nel trattare le questioni relative a fatti reali avvenuti nel passato e documentati da diverse fonti, è imprescindibile saper sceverare tra ciò che è certamente vero e ciò che è dubbio o falso; ma il dato reale del fatto miracoloso – sia esso la Resurrezione di Nostro Signore e la Sua apparizione agli Apostoli, la moltiplicazione dei pani e dei pesci dinanzi a migliaia di persone, la guarigione di lebbrosi e malati incurabili innanzi a testimoni attendibili o anche solo le stimmate di Padre Pio – non può essere negato aprioristicamente, per il solo fatto di non riconoscere l’esistenza del soprannaturale. La fede della Chiesa non si basa su favole, né sulla creduloneria dei suoi fedeli – tra i quali nel corso dei millenni si possono contare migliaia e migliaia di personaggi di altissima cultura e intelligenza, oltre ai semplici – ma sulla Parola del Salvatore e sui segni inequivocabili della Sua divinità, tra cui rientrano anche i miracoli. Miracoli che nel Suo nome sono compiuti attraverso i secoli anche da chi crede in Lui, proprio per convincere gli increduli. Partire dal presupposto che tutto ciò che vi è di soprannaturale nella storia sia certamente falso è un errore imperdonabile per lo storico degno di questo nome, perché così facendo egli non si limita a registrare i fatti, ma li interpreta e addirittura li censura, quando non cerca di occultarli o deformali. Si dimentica che Dio è tanto autore della natura e delle sue leggi, quanto della divina Rivelazione, per cui non si può avere contraddizione tra quelle e quest’ultima. E come è condannato dalla Chiesa il fideismo che tutto rimette al soprannaturale dimenticando la sfera naturale, così sono condannati – anche dallo stesso buon senso – lo scientismo e il razionalismo, che idolatrano la materia e negano ostinatamente lo spirito. Disquisire seriamente sui fatti storici che riguardano la vita di Padre Pio può rappresentare un contributo ad approfondirne la personalità, l’influenza nella vita del suo tempo, l’esempio che egli ha dato ai suoi contemporanei. Ma riproporre come prove inoppugnabili semplici sospetti – dei quali peraltro è stata accuratamente dimostrata l’infondatezza – al solo scopo di “smitizzare” il Santo di Pietrelcina non è lavoro dello storico: è il lavoro prevenuto del nemico giurato di Dio e della Chiesa, di chi la avversa e crede che screditando i suoi Santi venga meno anche la sua credibilità. Ma in questa opera si sono cimentati moltissimi avversari, presumendo orgogliosamente di sé, senza aver nemmeno scalfito la loro odiata nemica. Essi sono morti e li si ricorda appena; la Chiesa viceversa è sempre viva e semmai le si può imputare di esser in qualche modo retrocessa in questi ultimi decenni è proprio perché la mentalità di molti ecclesiastici si è piegata allo spirito del secolo, quasi temendo che il rimanere sulle millenarie posizioni di granitica sicurezza potesse rappresentare una debolezza. Così i modernisti, che negando il soprannaturale si sono allontanati dall’ortodossia: i loro paladini sono spirati maledicendo quella Madre ch’essi stessi avevano cercato di pugnalare al cuore. Così i progressisti che infestano gli Atenei romani e i Seminari, sempre disponibili a piegare il ginocchio davanti all’ultimo abbaglio del mondo, pur di non sembrare “troppo” cattolici: se molti non credono lo si deve anche al loro scetticismo ignorante. La storia è piena di personaggi alla Rénan o Dan Brown che si impancano a giudici e boia della nemica romana: la loro opera avrà forse sottratto qualche figlio alla Chiesa, ma di certo non ha fatto venir meno la sua fede, o messo a tacere i suoi insegnamenti. Non ci sono riusciti i più ostinati eresiarchi: non ci riusciranno i loro miseri epigoni di quest’epoca infelice. Rimane da osservare che non di rado i negatori di Dio sono superstiziosi o praticano l’esoterismo e si fanno leggere i tarocchi: poiché dove non c’è la fede subentra la superstizione. E diciamo fede, ovvero assenso della ragione alla Verità per ossequio verso l’autorità di chi la insegna. Altrimenti la Chiesa non sarebbe sopravissuta al primo secolo, come molte sette nate in seno all’ebraismo. Adorare la dea ragione per negare culto al vero Dio è tutto fuorché un segno di imparzialità. Per questo fa sorridere che certi storici vogliano “ribellarsi ai luoghi comuni”, cadendo nel più banale e penoso dei luoghi comuni di oggi: l’ateismo razionalista. Così facendo essi diventano a loro volta agiografi dello spirito contemporaneo, e forse troveranno in futuro chi – a mente serena e senza prevenzioni – saprà giudicare la loro opera come tendenziosa e priva di rigore.
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