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L’andare in profondità di Benedetto XVI

Pubblichiamo volentieri l’editoriale con cui il collega Carlo Di Cicco si è presentato ai lettori de ‘L’Osservatore Romano’

 

di Carlo Di Cicco*

CITTA’ DEL VATICANO – L’uomo a una dimensione, senza almeno una finestra aperta sulla trascendenza, non convince Benedetto XVI. Per natura sua, l’uomo ha una capacita’ di dialogare con Dio e con un riferimento a Dio, pur nel rispetto della societa’ pluralista, le cose potrebbero andare meglio. E questa convinzione il Papa va proponendo alla riflessione comune. Dio costituisce il centro dell’azione pastorale e culturale di Benedetto XVI. Egli intende parlare innanzitutto di Dio come una possibile chiave di lettura del reale. Il dialogo di fede e ragione si muove nel rispetto di due grandi interlocutori che ne sono attori: Dio stesso e l’uomo, prima ancora che laici e credenti. L’umanesimo di Benedetto XVI e’ pari alla sua passione per Dio. Il Dio biblico, entrato nella storia con Gesu’ di Nazaret, e’ un Dio che salva e un Dio che dialoga. Se la  ragione e’ chiamata a misurarsi con questo annuncio, la fede e’ chiamata a conformarsi con esso, a conformarsi all’amore. Percio’ il binomio di fede e ragione tanto caro al teologo Ratzinger quando e’ rivolto ai fedeli si allarga ad un terzo elemento: la preghiera. Il nome di Benedetto XVI e’ stato scelto dal Papa per richiamare sul piano storico gli uomini al primato della pace e sul piano della fede ridare a Dio il primato sull’azione: ‘ora et labora’. Andare in profondita’, diventare discepoli del Vangelo per imparare a pregare e’ il primo comandamento del pontificato. Il fine teologo che attualizza la riflessione razionale sulla fede, esprime netta la sua convinzione: i nodi storici che rendono difficile il dialogo tra credenti e non credenti, le angustie che sembrano inaridire in Occidente credibilita’ e dinamismo delle Chiese e confessioni cristiane si scioglieranno non tanto trasformando i cristiani in attivisti, quanto in discepoli della preghiera. Impegno politico, competenze professionali, capacita’ progettuale per liberare solidarieta’ e liberta’, diritti e giustizia non vengono accantonate, ma si richiedono ai cristiani come ad ogni abitante nella citta’ dell’uomo. Di loro specifico, i cristiani mettono la preghiera al Dio vivente, al Dio Gesu’ Cristo, e questo specialmente devono praticare. Pregare, secondo Papa Ratzinger, non vuol dire, tuttavia, ripetere formule a un Dio tappabuchi. E’ invece un’esperienza di vita che trasforma, migliora la capacita’ di amare, lascia intravedere il cammino verso la felicita’ interiore. E’ un principio attivo per uomini nuovi. Benedetto XVI lo ha detto in circostanze importanti, come il discorso ai cattolici italiani nel convegno di Verona, lo ha ripetuto parlando di recente di emergenze ambientali, economiche, politiche e sociali. Accanto ad uno sviluppo sostenibile, all’economia sociale che modera il profitto e riscatta il lavoro, alla lotta alla camorra, alla resistenza alla violenza con l’impegno civile e l’azione non violenta, Benedetto XVI colloca immancabilmente la preghiera. Non come aggiunta che ci si aspetta da un prete e tanto piu’ da un Papa. La consegna, prima tra tutte le consegne ai cattolici italiani e non solo, non e’ stata alcuna agitazione attivistica, ma la preghiera. “Prima di ogni nostro programma, infatti, deve esserci l’adorazione che ci rende davvero liberi e da’ i criteri del nostro agire”, ha affermato a Verona. “La forza che in silenzio e senza clamori cambia il mondo e lo trasforma nel regno di Dio -ha detto alla citta’ di Napoli – e’ la fede, ed espressione della fede e’ la preghiera. Quando la fede si colma di amore di Dio riconosciuto come Padre buono e giusto, la preghiera si fa perseverante, insistente, diventa un gemito dello spirito, un grido dell’anima che penetra nel cuore di Dio. In tal modo la preghiera diviene la piu’ grande forza di trasformazione del mondo. Di fronte a realta’ sociali e difficili, complesse, come sicuramente e’ anche la vostra, occorre rafforzare la speranza, che si fonda sulla fede e si esprime in una preghiera instancabile”. La preghiera ci riconsegna alla vita quotidiana come uomini e donne convertiti, liberi da interessi pronti ad operare per il bene dei deboli e dei piu’ poveri. Raccontare Benedetto XVI uscendo dalla leggenda, e’ raccontare un percorso culturale che punta all’essenziale. Ci si imbatte cosi’ nella preghiera che richiede di cominciare ad esaminare se stessi anzichè puntare il dito sulla pagliuzza nell’occhio del prossimo. E’ un modo per vedere  ogni grande questione del vivere e del morire, anziche’ quale occasione di contesa, come momento per ritrovarsi tra diversi per l’affermazione del bene comune. Che significa per ciascuno lasciare fuori della porta i rispettivi ritardi e pregiudizi. Il Dio che Benedetto XVI invita a pregare, e’ un Dio liberatore che non e’ presente a sprazzi, ma si e’ inserito nella nostra esistenza garantendoci un “risveglio alla vita” al di la’ della morte. Questa infatti non riesce a spezzare il dialogo tra Dio e l’uomo che, una volta iniziato, ci libera dall’angustia del limite mortale. Il Papa non e’ preoccupato di una fantomatica egemonia, quanto piuttosto della testimonianza cristiana che ora fatica a essere percepita. Non si testimonia niente di Dio se prima non si e’ vissuto almeno qualche tempo con lui. Pregare e’ fare esperienza di Dio. E’ l’esperienza che porta a una testimonianza non a parole. Benedetto XVI lo ripete dal momento della sua elezione narrando alle udienze generali la storia dei grandi testimoni della fede a cominciare dagli apostoli. Il teorema ratzingeriano a questo punto appare con tutta evidenza e onesta’ intellettuale. Con le sue conseguenze.

 

*Vice Direttore de ‘L’Osservatore Romano’