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L’Onnipotenza di Dio è l’Onnipotenza dell’Amore
del Cardinale Angelo Comastri

L’inferno esiste ed è eterno
di Maurizio Fois

Quando l’Eucaristia è vittima dei satanisti
di Stefano Cropanese

Gli Ordini dei Canonici Regolari: numeri e abiti
di Daniele Di Sorco

Sul valore teologico del Concilio Vaticano II
di Don Curzio Nitoglia

Se anche le altre religioni recitassero il ‘mea culpa’
di Sergio Rolando

Il Generale e la cappella del disonore
di Gianluca Barile

La Grazia e il Peccato, nostro pane quotidiano
di Luciano Nicastro

Lettera a un seminarista
di Andrea Maniglia

Pompei, dove la Madonna appare ai cuori
di Padre Antonio Rungi



Un patto per l’Italia

di Mauro Bontempi

CITTA’ DEL VATICANO – “C’è un legame che unisce il cittadino allo Stato e […] questo legame è in concreto condizionato dalla capacità effettiva dello Stato stesso di farsi promotore e garante del bene comune […]. Sembra che diventi sempre più friabile il vincolo sociale e si prosciughi quel tipo di solidarietà  su cui una comunità strutturata deve fare affidamento, se vuole essere un paese-non-spaesato”. Le parole del Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, Monsignor Angelo Bagnasco (nella foto), pronunciate durante la prolusione di settembre, toccano una delle ferite ulcerose e sanguinanti del nostro tempo: il senso di appartenenza e i limiti di manifestazione del dissenso. Recenti pubblicazioni e manifestazioni di piazza, guidate dal “Cola di Rienzo” di turno, hanno snidato dal torpore vecchi e nuovi rancori nei confronti della classe dirigente italiana. Sui “palazzi del potere”, o meglio, su i suoi “inquilini” piovono sdegno e insofferenza. Su queste colonne si è gia riflettuto su tema. In verità, l’arte della denigrazione, tipica espressione del migliore genio italico, deve lasciare il posto a quello spirito di unità nazionale, ultima risorse dei tempi più oscuri. In realtà, il “Rubicone” della disobbedienza civile sembra sia stato da molti già oltrepassato. La disobbedienza civile è, infatti, una violazione volontaria non violenta, disinteressata (ovvero non legata ad interessi particolaristici), pubblica e pubblicizzata di una legge valida emanata da un’autorità legittima, riconosciuta come tale (Serra, 2002). D’altra parte non si tratta nemmeno di legittime campagne contro specifici provvedimenti legislativi né di, talvolta assai nobili, forme di obiezione di coscienza, situazione che, come è noto, oltre ad essere individuale e non collettiva si differenzia dalla disobbedienza civile per il fatto che l’inosservanza alla norma di diritto scaturisce da un convincimento contrario di ordine non giuridico: i cattolici sono chiamati a difendere nella società quei principi, fondanti la società civile e fondamentali per la professione del Credo in Cristo. In definitiva, salvo eccessi ribellistici e rivoluzionari anti-sistemici, il sentimento del “Paese profondo”, come si usa dire, si traduce in realtà in una invocazione, rabbiosa e sofferta, di maggior senso etico e morale rivolta nei confronti di coloro che, a titolo diverso, rappresentano il corpo sociale: dagli uomini politici ai rappresentanti di categorie sociali o economiche sulla scena pubblica. Quale fonte può spengere l’arsura di un popolo, vittima e carnefice, al tempo stesso, delle sue illegalità, immoralità e negligenze? Una rivoluzione. Non già però nel senso che la storia ha consegnato, bensì nella suo significato etimologico: un “ritorno” alle radici del nostro vivere assieme, del un “ethos condiviso”. Il bene comune deve essere la stella polare di ogni azione politica. La ‘Gaudium et Spes’ definisce il bene comune come: “l’insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono sia alla collettività, sia ai singoli membri, di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più celermente” (GES, 28). Tutti devono contribuire al suo raggiungimento: eletti ed elettori, membri di partito, esponenti di associazioni sindacali, aderenti a movimenti e formazioni di matrice cattolica, esponenti del cosiddetto Terzo Settore. Il Segretario Generale della CEI, Monsignor Giuseppe Betori, ha recentemente ricordato che la Chiesa non cavalca i clamori roboanti dell’antipolitica. Ogni giudizio su coloro che guidano il Paese deve informarsi unicamente alla considerazione, personale ma oggettiva, se sia stato perseguito o meno il fine ultimo che, ricordiamo sempre, è la realizzazione del vero bene comune. Spesso si dice: ogni paese ha il governo che si merita. È una affermazione provocatoria che nasconde comunque un fondo di verità. Smentirla è facile: sprechi e privilegi, corruzioni e vessazioni, ma anche legali e legittimi provvedimenti legislativi che cozzassero contro principi e valori cristiani devono essere, sempre e comunque, deprecati e combattuti in sintonia con i principi costituzionali e, per i Cristiani, in piena fedeltà a Cristo, alla Chiesa e ai valori sui quali si fonda la civiltà italiana.