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La scuola, un’arma pacifica contro la violenza

di Alberto Giannino

A Napoli la piaga della violenza è frutto dei delitti della camorra ma è anche diventata una mentalità diffusa. E’ questo l’allarme lanciato da Benedetto XVI nel corso dell’omelia pronunciata durante la Messa celebrata in Piazza del Plebiscito, dove, sfidando il vento e  la pioggia battente, si è radunata una folla di oltre 20mila persone. Benedetto XVI, dedicando un capitolo importante della sua omelia alle condizioni di Napoli, ha ricordato che «per molti vivere non è semplice: sono tante le situazioni di povertà, di carenza di alloggio, di disoccupazione o sottoccupazione, di mancanza di prospettive future». A destare preoccupazione è soprattutto «il triste fenomeno della violenza», che dilaga ormai non solo con gli episodi eclatanti: «Non si tratta – infatti – solo del deprecabile numero dei delitti della camorra, ma anche del fatto che la violenza tende purtroppo a farsi mentalità diffusa, insinuandosi nelle pieghe del vivere sociale, nei quartieri storici del centro e nelle periferie nuove e anonime, col rischio di attrarre specialmente la gioventù, che cresce in ambienti nei quali prospera l’illegalità, il sommerso e la cultura dell’arrangiarsi». «Quanto è importante allora intensificare gli sforzi per una seria strategia di prevenzione – ha aggiunto il Papa – che punti sulla scuola, sul lavoro e sull’aiutare i giovani a gestire il tempo libero». E’ necessario – ha sottolineato ancora il Pontefice – un intervento che coinvolga tutti nella lotta contro ogni forma di violenza, partendo dalla formazione delle coscienze e trasformando le mentalità, gli atteggiamenti, i comportamenti di tutti i giorn. «Non bisogna rassegnarsi di fronte alle sopraffazioni – ha proseguito – anche perché l’amore può vincere la violenza».  Secondo Papa Benedetto XVI, «la preghiera cristiana non è pertanto espressione di fatalismo e di inerzia, anzi è l’opposto dell’evasione dalla realtà, dell’intimismo consolatorio: è forza di speranza, massima espressione della fede nella potenza di Dio che è Amore e non ci abbandona». La preghiera cristiana, rilevato Benedetto XVI, è quella di Gesù nell’agonia del Getsemani e «ha il carattere dell’agonismo cioè della lotta, perchè si schiera decisamente al fianco del Signore per combattere l’ingiustizia e vincere il male con il bene; è l’arma dei piccoli e dei poveri di spirito, che ripudiano ogni tipo di violenza. Anzi rispondono ad essa con la non violenza evangelica, testimoniando così che la verità dell’Amore è più forte dell’odio e della morte». Dunque, un intervento forte quello del Papa a Napoli, che è un invito  a sfidare la camorra per una  garanzia di un futuro migliore ai giovani anche attraverso l’impegno dei fedeli laici in politica e nel sociale. Ora concentriamo la nostra riflessione sull’importanza che la scuola  ha nel campo dell’educazione e della formazione dell’adolescenza e della gioventù nel magistero di Benedetto XVI. Non è forse questa l’età in cui il giovane si forma alla vita? E gli adolescenti non sentono ripetersi spesso che il loro è il periodo in cui devono  istruirsi e prepararsi bene alla vita? Gran dono di Dio è la vita, come si legge nel primo libro della Bibbia: “Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e  femmina li creò” (Gen 1,27). E della vita che è un dono divino, la parentesi dell’adolescenza, in cui essi si trovano, è certamente la più bella, la più fresca, la più ricca di speranze, protesa com’è verso un avvenire lieto e sereno. Il crescere, che il Signore diede come ordine – accanto ad altri comandamenti – ad Adamo ed Eva, si può benissimo riferire a ciascuno dei nostri giovani ed applicare alla loro condizione. Loro devono crescere, cioè svilupparsi e proiettarsi verso il futuro giorno per giorno, e divenire uomini e donne maturi e completi; ma non soltanto in senso fisico, ma soprattutto in senso spirituale. Troppo poco sarebbe il crescere solo nel corpo (ci pensa, del resto, la stessa natura); occorre crescere specialmente nello spirito, e questo si ottiene esercitando quelle facoltà che il Signore – sono altri suoi doni – ha messo dentro la gioventù: l’intelligenza, la volontà, l’inclinazione ad amare lui ed il prossimo. In questo lavoro nessuno dei giovani è solo: ognuno trova sulla sua strada, innanzitutto, i propri genitori, i quali con l’esempio, con l’affetto, con le costanti premure lo aiutano nel necessario processo di sviluppo. Poi trova anche la scuola. Essa è diretta alla formazione dei giovani, comunicando alla mente ed al cuore le varie cognizioni che riusciranno preziose nella vita, e le norme del retto comportamento. Ecco allora che, accanto alla famiglia, c’è una sede, quasi un’ “officina”, la scuola, nella quale i giovani possono e devono curare quella completa preparazione che, come corrisponde alla volontà di Dio creatore, così è vivamente attesa e auspicata da tutti coloro che sono vicini ad essi nell’età giovanile: i genitori e gli insegnanti.  Leggiamo nel Vangelo di San Luca che Gesù, nei lunghi anni dell’infanzia e della giovinezza trascorsi a Nazaret, “cresceva in età, sapienza e grazia dinanzi a Dio e dinanzi agli uomini” (Lc 2,52). Pensate! Gesù, ch’era il figlio stesso di Dio, fattosi uomo per noi, ha voluto compiere il percorso di un graduale sviluppo: anch’egli ha voluto corrispondere a quell’ordine divino del crescere e ciò facendo ci ha lasciato un esempio meraviglioso, che è nostro dovere riconoscere, seguire, ricopiare. Anche i giovani nel messaggio di Benedetto XV a Napoli, devono  guardare a Gesù:  nella scuola, saper  impegnare le loro giovanili energie per raggiungere un’autentica e positiva maturazione, al tutto degna della loro  dignità di uomini e di cristiani per contrastare la violenza attraverso un’educazione alla legalità e una formazione ai valori cristiani. L’opera educativa, oggi, si è fatta più complessa, più difficile e più esigente: si ripete che la scuola, meglio che in passato, deve preparare alla vita; si afferma che al nuovo mondo che nasce deve corrispondere una scuola rinnovata. Al di là delle implicazioni tecniche ed organizzative di queste richieste, rimane il problema di fondo dell’educare, come a dire di ricavare e di saper trarre, con felice arte pedagogica, che è sensibilità, intuito e dedizione, quel che è latente nel cuore e nella mente dell’educando. Bisogna educare al vero, al bello, al bene; bisogna educare alla fede e alla pace; bisogna educare alla giustizia. Da questo confluire di istanze e di sollecitazioni appare, oggi, enormemente dilatato il compito dell’insegnante e dell’educatore, come si evince, appunto, dall’omelia di Benedetto XVI a Napoli.