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Benedetto XVI: il vulcano di Napoli che dà speranza

di Giuseppe Massari

Le scritture ci raccontano che Gesù, ovunque passasse, “sanava e guariva” le folle, le loro coscienze, le loro ferite umane e corporali. Resuscitava dai morti, ridava la vista ai ciechi, agli storpi la possibilità di deambulare. Chissà che non avvenga anche questo a Napoli. Quello del Papa è stato un viaggio capace di guarire le coscienze dei napoletani, di cambiare i loro cuori, indirizzandoli sulla via della conversione. Del resto, i viaggi del Santo Padre, che non sono né folcloristici, né di piacere e né di divertimento, mirano a svegliare gli animi sopiti, i coscienti assenti dalla logica della fede, gli egoisti distratti dal credo religioso, magari riempiti e colmi solo di superstizione, di un superficialismo, di un feticismo di cui pure, purtroppo, è densa la cultura napoletana. Benedetto XVI a Napoli, sulle orme del suo predecessore, Giovanni Paolo II. Papa Ratzinger a Napoli come Wojtila ad Agrigento. Due realtà analoghe, pervase dalla conflittualità umana quando sfociano, quasi sempre, in delitti, vendette, in quei tentacoli di morte per imporre la supremazia della violenza, del male e dell’odio. Un terreno sconfitto, minato e scalfito da ingiustizie vere o presunte che favoriscono solo lo scontro e la divisione; l’incontro con la perversione e le devianze, soprattutto giovanili, vere piaghe doloranti di un tessuto sempre più lacerato da povertà, miserie e degrado. Certo, il Papa ha parlato anche alla gente di retto sentire. A coloro che devono essere i testimoni della speranza, in trincea, ma non in guerra, per riaffermare la positività della vita, pur tra speculazioni politiche, tra deformazioni sociali e culturali. Il Papa, come tutti i credenti, non parla al vento, ma all’uomo, alla profondità del suo essere spirito e non solo carne e materia corruttibili. Il coraggio di cominciare una vita nuova, in grado di percepire quanto sia grande il mistero a cui ogni uomo è chiamato. Questo è stato il solenne messaggio papale fatto risuonare da piazza Plebiscito a tutto il Meridione, a tutta la penisola italiana, oltre i confini della terra. L’invito di Benedetto XVI è stato rivolto all’uomo, al napoletano, al campano, perché si converta e viva, iniziando a ricredersi sugli altri e a credere in se stesso, mettendo al primo posto la preghiera, fiaccola della fede, lampada di fede, sempre accesa; nelle sue qualità migliori, diventando docile strumento nelle mani di Dio, per poter dire: “Abbà, Padre”, cioè amore in Colui che non abbandona i suoi figli, ma li invita alla conversione dei propri cuori, alla speranza in un mondo migliore.  Questo è stato l’accorato appello lanciato all’ombra del Vesuvio. Noi vogliamo e ardentemente desideriamo che lo stesso Pontefice possa essere considerato e diventi un vulcano, in piena eruzione, per tutto il genere umano, perché la sua parola possa distruggere ogni pianta diabolica del male, diventi devastante, fino al martirio, come avvenne per San Gennaro. Il Papa ha chiesto che l’uomo collabori al progetto divino, rimanendo saldo nella fede. Da qui, e per i giorni a venire, la speranza da nutrire è che ogni ginocchio si pieghi, che ogni cuore si liberi dalle incrostazioni che abbrutiscono, che lacerano, che offuscano ogni raggio di luce che tenta, appena, di affacciarsi. La speranza di credere e far credere nel sangue dei martiri e non in quello violento nel quale incappano molti giovani, diventando manovali ed esecutori di morte. I napoletani, come i meridionali, siamo sicuri, accoglieranno l’invito del successore di Pietro, perché il loro essere riconosciuti generosi, non potrà lasciarli insensibili, freddi, apatici, ma saldamente accaldati da quella fiaccola che Benedetto XVI è andato ad accendere, proprio per loro. Per tutti i santi testimoni della fede.