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Nomen meum Legio
di Pietro Siffi
Quando l’esorcista, in nome di Dio e con il potere che la Chiesa gli ha conferito, si appresta a scacciare uno spirito immondo dal corpo di un posseduto, deve interrogare il demone ordinandogli di dire il proprio nome e l’ora in cui egli lascerà la sua vittima: «Præcipio tibi, quicumque es, spiritus immunde […] ut dicas mihi nomen tuum, diem et horam exitus tui», «Ti ordino, chiunque tu sia, spirito immondo, di dirmi il tuo nome, il giorno e l’ora della tua uscita» (Rituale Romanum, Ritus exorcizandi obsessos a dæmonio). Questa antichissima prassi ripete ciò che fece Nostro Signore, allorché durante la Sua vita terrena scacciava i demoni (Mc. V, 9). Nella miserabile vicenda emersa dopo il video di ‘Exit’ dello scorso 1° Ottobre, si apre uno scenario analogo: al giusto intento di allontanare dalla Chiesa i ministri indegni, si scopre che lo spirito immondo non è in verità da solo: «Legio nomen mihi est, quia multi sumus», «Il mio nome è Legione, perché siamo molti». Il numero di ‘Panorama’ in edicola questa settimana, sostiene che il filmato andato in onda su ‘La7’ è un falso, e che Monsignor Tommaso Stenico avrebbe concordato di simulare un incontro clandestino allo scopo di sollevare lo scandalo circa il fenomeno dell’omosessualità del Clero. Il motivo di questa operazione andrebbe ricercato in una sorta di vendetta del prelato, a causa della mancata promozione a Vescovo. Così, nell’interrogare il reo, emergono altri nomi e circostanze: «Il mio nome è Legione». A giudicare la vicenda in modo astratto, la prima spiegazione ragionevole porta a supporre che le cose siano andate in tutt’altro modo: gli emissari di ‘Exit’ hanno filmato il prelato flagrante delictu, e quando egli se n’è accorto è dovuto scendere suo malgrado a compromessi e si è inventato di essersi volutamente introdotto nel turpe milieu come agente segreto. Ma l’improvvisato ‘James Bond’ avrebbe dovuto riferire al capo dell’intelligence, non al nemico, a meno che non faccia il doppio gioco. Sperare che il responsabile ammettesse più banalmente la propria omosessualità, comportandosi onorevolmente ed assumendo le proprie responsabilità, avrebbe certo portato a dei provvedimenti sanzionatori, ma avrebbe quantomeno dimostrato quel minimo di umana correttezza che in altri tempi ci si aspettava da un galantuomo. Viceversa, dissimulare i propri vizi sotto la presunta indagine purificatrice e rivolgersi poi alla stampa per gettare in pasto all’opinione pubblica il nome di altri presunti complici, rivela una meschinità senza pari ed aggiunge alla colpa – sia essa l’aver cercato di sedurre un giovane nel proprio ufficio in Congregazione o l’avervelo comunque introdotto arbitrariamente, allo scopo doloso di carpirgli informazioni – lo spettacolo indegno di un ridicolo Sansone che vuol trascinare nella propria rovina tutti i Filistei. O meglio: di un Filisteo che non esita a denunciare i confratelli. Mal costume, mezzo gaudio. Certo è che il comportamento del presule – laddove quanto riferisce ‘Panorama’ fosse vero – sarebbe sufficiente per dar ragione a quanti non hanno ravvisato in lui le doti necessarie ad essere consacrato Vescovo, e che rimane comunque da spiegare per quale ragione Monsignore abbia voluto mettersi a disposizione dei nemici della Chiesa per semplice vendetta personale. Riprendendo la metafora iniziale dell’esorcismo, si deve ricordare che il Rituale Romanum mette in guardia l’esorcista, affinchè non ponga domande curiose o inutili al demone. Il motivo è evidente: Satana e i suoi satelliti sono spiriti di menzogna, e quando possono mentono, a meno che non sia Dio stesso a costringerli a dire la verità. Chi è scoperto nel corpo della vittima e ne dev’essere scacciato, cerca in tutti i modi di spargere calunnie, ora attaccando lo stesso esorcista, ora diffamando i presenti, ora distorcendo astutamente la verità per trarre in inganno chi gli ordina di andarsene. E tutti gli esperti concordano nell’affermare che in questi casi si deve imporre allo spirito immondo di tacere: non per nascondere la verità, ma proprio per difenderla da chi non ha nulla da perdere e sa benissimo che presto o tardi verrà scacciato all’Inferno. Questa volta il corpo posseduto è in un certo modo quello della Chiesa, ma le norme del Rituale Romanum valgono ugualmente. Se fino ad oggi si poteva ancora risparmiare il braccio della giustizia sul reo, confidando nella sua resipiscenza, ora ogni esitazione sarebbe segno di debolezza, ed otterrebbe come unico risultato quello di differire la cacciata dello spirito immondo dal corpo ch’egli possiede, dandogli peraltro occasione di mentire – o unire menzogne a verità, che è uguale – denigrando altri confratelli, impossibilitati a difendersi da accuse generiche e da sospetti infamanti. Anche perchè sappiamo tutti che, in queste miserrime vicende, l’accusa non si accompagna quasi mai a prove, ma a sospetti e fatti appresi de relato. E se vogliamo esasperare il paragone, chiediamoci anche quale sia stato l’evento, a seguito del quale la vittima è stata posseduta. Fuor di metafora: com’è giunto a Roma questo prelato? Chi lo ha raccomandato perché dalla Diocesi di provenienza egli venisse accolto in una Congregazione? Vi erano stati precedentemente dei segnali o dei fatti rivelatori, a seguito dei quali il sacerdote non è stato allontanato ma promosso, in nome dell’assurdo Promoveatur ut amoveatur?
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