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La Chiesa sostiene i precari del lavoro
di Giuseppe Massari
Nel corso della Settimana sociale indetta dalla Conferenza Episcopale Italiana, alto, fermo, deciso, drammatico e preoccupato è stato il messaggio inviato dal Papa, ai partecipanti, ma non meno intensa è stata la relazione dell’Arcivescovo Angelo Bagnasco, presidente della CEI. La Chiesa, ove fosse necessario ribadirlo, salvo “le ingerenze di cui sarà accusata o per le quali sarà attaccata”, ha svolto il ruolo che compete a chi ha il dovere di un Magistero da evangelizzare. Senza la Parola di Dio, la Chiesa sarebbe la creatura più nulla nel panorama dello scientismo, del razionalismo etimologico del progressismo laicista. Senza la fede, sarebbe difficile interpretare, cogliere, quelle che non devono essere suggestioni emotive, ma il senso della missione che la Chiesa è chiamata a svolgere in quello, comunemente chiamato, contesto storico, uguale a ieri, ad oggi, a domani. Sicchè, la Dottrina sociale della Chiesa, spesso vantata e sbandierata dagli inopportuni opportunisti, se si manifesta con parole dure, autentiche, senza misericordia per politici e politicanti, non può e non deve suscitare scandalo. Il lavoro, non come fonte di ricchezza, nè di sussistenza e assistenza, ma di necessario vivere, è stato stabilito sin dalla creazione, quando Dio disse al suo essere somigliante, “d’ora in poi devi lavorare con il sudore della tua fronte”. Non era e non fu e non poteva essere letta come condanna, ma come impegno a comprendere il senso del dovere, dell’appartenenza a tutto ciò che non poteva o non doveva essere dovuto, o elargito gratuitamente. Il lavoro come ricerca per stabilire le regole della vita presente e futura; di una vita per assicurare il necessario ai figli e alle comunità religiose. San Benedetto, stupendamente, ha previsto nella sua Regola monastica il lavoro e la preghiera. Il lavoro come preghiera. Il lavoro nella preghiera. La preghiera come lavoro. Ricerca, rinascita di un soddisfacimento non corporale, ma spirituale, per alimentare tutto ciò che il corpo non è in grado di sopportare, ma il desiderio delle responsabilità non precoci richiede, al fine di essere tesoro, mistero, testimonianza, albero di vita sacramentale. Il lavoro deve incidere, ma non può condizionare una vita, nascente o già nata. Il lavoro non è un sentimento da cui attingere o a cui rimandare ogni essere umano, quasi fosse un assetato che deve abbeverarsi alla fonte del bisogno. Il Papa, realista e non relativista, affida il suo messaggio alle genti del pianeta, del mondo, senza confondersi in quel mondo in cui sussistono e albergano le distinzioni speciose tra politica e politici; tra politicanti e ideologismo politico, che hanno creato fratture insanabili di cui solo la Chiesa pellegrina e itinerante porta i segni, le sembianze, i simboli e indica i rimedi, le soluzioni. “La condanna” dell’uomo a lavorare appartiene al ricco e insostituibile patrimonio, non oligarchico, della Chiesa. Questo non significa che il precariato, la indigenza, la incertezza sociale e civile del lavoro debbano essere l’esclusiva dogana, gestita dai mestieranti in costume o debba appartenere al costume di ogni politico o di quei politici, da cui far dipendere il passaggio di ogni uomo, costretto a pagare il pedaggio con il tagliando della propria dignità, o svendendo anche quella misera della propria famiglia.
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