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Figli della Controriforma
di Mauro Bontempi
CITTA’ DEL VATICANO – “Lo Stato, inteso come comunità politica strutturata, ha il solo compito di registrare e in qualche modo regolamentare le spinte comportamentali che emergono dal corpo sociale, o deve anche promuovere un’idea di bene comune da perseguire e dunque trasmettere alle generazioni di domani un progetto di società aperta e insieme capace di futuro?”. E’ la domanda di Monsignor Angelo Bagasco (nella foto con il Papa) nella prolusione come presidente del Consiglio Permanente della Conferenza Episcopale Italiana (17-19 settembre 2007). La Costituzione italiana del 1948 è chiarissima. Essa rientra infatti nelle Costituzioni programma, ovvero in quella tipologia di carte fondamentali che si propone di promuovere la trasformazione della realtà sociale già esistente indicando obiettivi e strumenti (Martines, 2000). L’articolo 3 comma II recita: “E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della personalità e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economia e sociale del Paese”. E’ la proclamazione del principio di sussidiarietà e la fonte normativa suprema di un Welfare State. Con buona pace dei più accesi laicisti, l’architrave della nostra Costituzione, il principio di sussidiarietà, ha origine storicamente e concettualmente nella cultura religiosa cristiana. Il primo embrione di Stato Sociale, infatti, si sviluppò nella Roma della Controriforma. Prima ancora delle Poor Laws di Elisabetta I e della prima legislazione di stampo assistenzialista e paternalista degli Stati Assoluti settecenteschi, il soffio riformista del Concilio e dei Pontificati della seconda metà del XVI secolo alimentò una campagna di assistenza agli “ultimi” del tempo all’interno di una “rete di assistenza sociale, vera e propria base anche ideologica di quello che secoli dopo sarebbe stato lo Stato Sociale” (Simoncelli, 1999). Incastonati all’interno di questi pilastri della dottrina sociale della Chiesa, la sussidiarietà, sia in senso verticale sia orizzontale, si ritrovano le più nobili espressioni del vivere umano: la libertà e la comunità. Una libertà vissuta nella solitudine del proprio ego, è arido potere. L’eguaglianza della massa è solo un numero senza volto. Non è certo un caso che Don Luigi Giussani abbia chiamato il suo movimento Comunione e Liberazione. L’esperimento della Roma post-tridentina peccava forse di quel paternalismo facile preda delle insidie assolutistiche. La dottrina sociale ha affiancato all’originaria accezione positiva, anche “una serie di implicazioni in negativo, che impongono allo Stato di astenersi da quanto restringerebbe di fatto lo spazio vitale delle cellule minori ed essenziali della società. La loro iniziativa, libertà e responsabilità – si raccomanda nel Compendio della Dottrina sociale della chiesa al numero 186 – non devono essere soppiantate”. Solo in circostanze straordinarie lo Stato può quindi svolgere una azione di supplenza rispetto alla naturale composizione delle esigenze della società civile. Donde deriva il diniego categorico per “forme di accentramento, di burocratizzazione, di assistenzialismo, di presenza ingiustificata ed eccessiva dello Stato e dell’apparato pubblico […] (di) mancato o inadeguato riconoscimento dell’iniziativa privata, anche economica, e della sua funzione pubblica, nonché dei monopoli”. Uno Stato spettatore, allora? Affatto. “Il rispetto e la promozione effettiva del primato della persona e della famiglia”, delle associazioni e organizzazioni intermedie, della libera iniziativa, del pluralismo politico, della salvaguardia dei diritti umani e delle minoranze, il decentramento politico-amministrativo, sino alla “responsabilizzazione del cittadino” verso la Res Publica ed il bene comune (non solo in senso politico, ma anche in chiave ecologica): sono i compiti di un vero, autentico, si dica pure, cristiano, Stato Sociale.
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