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No taxation, without representation
di Mauro Bontempi
CITTA’ DEL VATICANO – No taxation, without representation: vuoi il nostro denaro? Facci sedere a Westminster. Tradotto brutalmente è questo ciò che rivendicavano i coloni americani al governo di Sua Maestà. Dalle prime monarchie assolute sino ai giorni nostri l’imposizione fiscale ha sempre costituito il maggior terreno di confronto (e, talvolta, di scontro aperto) tra “chi chiede” e “chi dà”: nulla di nuovo sotto il sole. In realtà, nelle democrazie europee della seconda ondata (Huntington), non dovrebbe esistere una distinzione tra contribuente ed esattore poiché l’imposizione fiscale, diretta o indiretta, dovrebbe concorrere al buon funzionamento dei servizi garantiti da sistema di Stato Sociale. Una pia illusione in Italia. Lo sanno bene i cittadini e contribuenti del Bel Paese e, comunque, l’Europa non si esime mai dal ricordarlo. Il commissario alla concorrenza (sic!), l’olandese Neelie Kroes, ha chiesto chiarimenti al governo italiano su “certi vantaggi fiscali delle chiese italiane” in violazione delle disposizioni previste dal Trattato UE sulla concorrenza. Posto che la Chiesa Cattolica è difficilmente assimilabile ad un soggetto economico, senza tema di irriverenza nei confronti della “nostra Patria Europea”, è lecito domandarsi: che servizio dà l’Europa alle Chiese Cattoliche dei Paesi membri? Quale legislazione europea, quale disciplina, quale carta dei diritti e doveri regolamenta i rapporti fra Bruxelles e le Conferenze Episcopali Nazionali? Probabilmente, da un punto di vista giuridico, tali rapporti sono disciplinati dal diritto interno. Se così fosse, la questione, lungi dal risolversi, si amplia: che fa l’Italia per la Chiesa Cattolica? L’8 per mille, l’insegnamento della religione cattolica (facoltativa), oltre ai “famigerati” privilegi fiscali non possono certo costituire un vero ed efficace sostegno alla Chiesa. Solo un osservatore superficiale o in malafede potrebbe giudicare la Chiesa come un soggetto privilegiato. Il sottosegretario Paolo Cento vuole un tavolo per il confronto (come se la Chiesa fosse un sindacato!). Bene: il tavolo già esiste e la Chiesa non avrebbe nulla in contrario a giungere ad una ridefinizione del proprio profilo fiscale a patto che anche lo Stato si impegnasse ad agevolare la missione della Chiesa nel Paese. Se la Commissione Europea e una parte non ben quantificabile di nobili statisti nostrani conoscono solo il linguaggio del “do ut des”, che ciò avvenga seriamente! Sfiorano l’assurdo le proposte provenienti da alti servitori dello Stato i quali, trovandosi in difficoltà per far quadrare il bilancio pubblico, ricordano che Brigidine e Cappuccini non pagano l’ICI. Basterebbe un semplice censimento delle opere che godono di questa e delle altre parziali esenzioni fiscali per scoprire la realtà di tanti istituti che a fatica cercano di svolgere la propria missione nel nome del Signore. Si decida pure di irrigidire la normativa sull’esenzione, di colpire gli eventuali eccessi, ma a quel punto la Chiesa avrebbe il diritto di fare le sue controproposte: quelle da inserire “in finanziaria” come il sostegno alla scuola cattolica e agli oratori parrocchiali, o legislative, come “le quote bianche” negli organi di gestione dei palinsesti televisivi garantendo alle trasmissioni di informazione religiosa più spazio e visibilità. Tutto rimarrà immutato giacché la Chiesa non è una lobby mentre la politica, dice qualcuno, è una “casta”.
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