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Chi canta prega due volte
di Mauro Bontempi
CITTA’ DEL VATICANO – Solo poche grandi figure godono della singolare dote di commuovere non semplicemente “il mondo” ma “l’umanità” intera. Luciano Pavarotti è uno di questi pochi, pochissimi uomini. Pochi giorni prima della sua dipartita, Benedetto XVI ha assistito, presso il Cortile di Castel Gandolfo, ad un concerto dei Bamberger Symphoniker, al termine del quale, come di prassi, il Pontefice ha rivolto qualche parola di saluto. Citando la definizione che Beethoven diede della musica, “una rivelazione più alta di ogni sapienza e filosofia”, il Papa si è riferito ad essa attribuendole “la capacità di rimandare, al di là di se stessa, al Creatore di ogni armonia”: mirabile spiegazione dell’affetto di tanti uomini e donne per la musica e i suoi interpreti. Un celebre direttore e pianista, Daniel Baremboim, in una delle sue Lectures, il 14 aprile 2006, si è così espresso: “L’udito è probabilmente l’organo più intelligente del nostro corpo. Non per nulla Aristotele diceva che gli occhi sono gli organi della tentazione e le orecchie dell’istruzione, perché l’udito non solo capta i suoni o i rumori, ma li manda direttamente nella pelle e fissa in emozioni l’intero processo creativo del quale sia capace il pensiero umano. […] L’udito ricorda, l’udito ricollega […]. Le orecchie iniziano a lavorare tra il quarantesimo-cinquantesimo giorno della gestazione della madre incinta. Questo vuol dire che il feto, nel grembo materno, inizia ad usare le sue orecchie tra i quaranta e i cinquanta giorni di vita, e dunque ha sette mesi e mezzo di anticipo rispetto alla vista”. Flebile ninnananna di una madre al proprio figlio o sussurrata “love song” all’orecchio della propria fidanzata, “Ave Maria” di Schubert interpretata da un gran tenore, come fu Pavarotti, o “Mira il tuo popolo” intonata da una ensable di anziani parrocchiani: sempre musica “sacra”, se il cuore e l’orecchio sono puri ed in sintonia con l’Altissimo. La Chiesa sin dalla sue origini ha esaltato la musica ed il canto: Chi canta, prega due volte, diceva Sant’Agostino. Qualsiasi storia della musica, del resto, non può non principiare dal canto gregoriano o, più genericamente, dal canto liturgico cristiano. La musica veicola messaggi e genera emozioni unici. Con questa convinzione, gli operatori dell’immenso mondo della musica, congiuntamente a coloro che si occupano della Comunità civile e religiosa, devono operare sensibilizzando, soprattutto le nuove generazioni, a gustare le meraviglie operate nei secoli attraverso le note del pentagramma. Ciò consentirebbe due fondamentali risultati: per un verso, lo sviluppo di un maturo senso critico nei confronti della musica che, in fondo, si divide in due soli generi, come diceva Duke Ellington, quella buona e quella cattiva; per l’altro, una maggior sensibilità nella scelta e nell’assimilazione della musica liturgica. È sotto gli occhi di tutti quella strana forma di “autonomia” musicale in forza della quale un fedele può confondere la Santa Messa in un concerto pop o, all’apposto, in un apatico scandire di formule o di inni ridotti a nenie senza senso. L’appello di Benedetto XVI alla valorizzazione del canto gregoriano non è altro che la reazione della Chiesa ad un andazzo che per molti anni ha svilito la celebrazione Eucaristica o a formule bisbigliate o a “musicals”. Riscoprire il valore della musica significa semplicemente comprendere in profondità che essa, viaggiando nell’aria, raggiunge chiunque, ovunque, sempre. La musica, sganciandosi dalla terra, mette direttamente in contatto con Dio.
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