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L’Onnipotenza di Dio è l’Onnipotenza dell’Amore
del Cardinale Angelo Comastri

L’inferno esiste ed è eterno
di Maurizio Fois

Quando l’Eucaristia è vittima dei satanisti
di Stefano Cropanese

Gli Ordini dei Canonici Regolari: numeri e abiti
di Daniele Di Sorco

Sul valore teologico del Concilio Vaticano II
di Don Curzio Nitoglia

Se anche le altre religioni recitassero il ‘mea culpa’
di Sergio Rolando

Il Generale e la cappella del disonore
di Gianluca Barile

La Grazia e il Peccato, nostro pane quotidiano
di Luciano Nicastro

Lettera a un seminarista
di Andrea Maniglia

Pompei, dove la Madonna appare ai cuori
di Padre Antonio Rungi



Loreto impagliato

di Pietro Siffi

Quando si riceve a casa propria una persona di riguardo, la si fa accomodare nella sala più bella, addobbata ed ornata in segno di festa; ci si presenta con gli abiti che la circostanza richiede; si onora l’ospite offrendogli il posto migliore; nell’accompagnarlo si evita di dargli le spalle e se gli si dedica un concerto si provvede a scegliere un repertorio che incontri i suoi gusti. Sono concetti basilari di buona educazione e di civiltà, dal Quirinale al tinello della famiglia monoreddito di provincia. Guardo perplesso le immagini di Loreto trasmesse dalla televisione: è stato preparato un palco modernissimo, adatto più ad una performance delle Scissor Sisters che ad un incontro di preghiera; il Santo Padre siede su uno spoglio sedile di legno senza gradini; i giovani che gli porgono il libro delle preghiere e il microfono sono in maglietta a maniche corte, come pure quanti si alternano a parlargli; gli orchestrali sono seduti a pochi metri dal Papa, sulla stessa pedana del palco, e gli voltano le spalle quasi coprendolo alla vista dei presenti. Una melodia ritmata da sinagoga lascerebbe pensare ad un raduno di Ebrei, anzichè di Cattolici. Che questi miagolii indispongano la Santità di Nostro Signore è poco rilevante: bisogna dimostrare che i giovani vanno bene così come sono, i maschi con i capelli col gel e le sopracciglia spinzettate, le ragazze col trucco da veline e il tono melenso da attricette. E poi la processione al microfono di personaggi senza arte né parte che piagnucolano sulle proprie sventure come si faceva con i democristiani d’antan. Tengo famiglia, Santità. Eppure bastava poco per non fare i dispetti a Benedetto XVI: siamo a Settembre e una cravatta non uccide nessuno. Quell’orchestrina da café chantant poteva facilmente suonare qualcosa di meno scontato, di più ambizioso, di più consono ad un evento che dovrebbe essere sacro e non profano. E Nostra Signora – la cui casa natale è stata miracolosamente trasportata a Loreto dagli Angeli – diventa semplicemente Maria. Come la vicina di casa. Non Maria Santissima, non la Beatissima Vergine Maria: solo Maria. Ed è chiaro: abbassare Lei serve per non riconoscersi umilmente inferiori. Così scopriamo, grazie ad Andrea Sarubbi di Rai Uno, che non furono gli Angeli a portare miracolosamente la Santa Casa, ma la famiglia De Angelis: chissà, forse è la stessa a cui si deve la famosa Messa gregoriana…  Un sobrio baldacchino con uno dei tanti troni o seggioloni di cui sono pieni i Musei diocesani e le Cattedrali sarebbe forse costato meno di quel catafalco da concerto rock. Ma no: siamo coi giovani e allora la sciatteria è d’obbligo. Jeunesse oblige. Avanti con cappelli da cowboys e facce dipinte come i nativi d’America. C’è qualcosa di falso ed artefatto nelle espressioni misticheggianti di questi ragazzetti vanesi: ricordano le moine di certi nipotini che cercano di farsi vedere bravi e buoni con il nonno anziano, solo per avere una paghetta più sostanziosa. Tutto un alternarsi di canti  à la Moriccone con intermezzi da recita parrocchiale, in cui la Sacra Scrittura è usata come un brogliaccio per ammiccare provocatoriamente al regista e farsi dare la parte. Un inquietante spaccato della nostra società malata, fatta di sentimentalismi per provare emozioni artificiali e di un incolmabile vuoto interiore. Tocchiamoci, abbracciamoci, sbaciucchiamoci, battiamo scompostamente le mani: come le tribù primitive davanti al totem. Tutti a piangere calde lacrime con le facili – e profanissime – note dell’Ave Maria di Schubert. La religione di costoro è l’ovvio dei popoli: banale, orizzontale, priva dell’afflato della Grazia. Dispiace che Benedetto XVI abbia dovuto presenziare ad una simile kermesse, dimostrando – lui sì, pure ottuagenario ed oberato di impegni – che il Cattolicesimo rende giovani. Ma di una gioventù dell’anima, composta e dignitosa. Eterogenesi dei fini: davanti a questi attori col suggeritore in buca, il Papa dimostra ancora una volta la sua cortesia e spontaneità nel rispondere pazientemente a ciascuno, senza bisogno di scimmiottare le telenovelas venezuelane, come fanno gli attori e le attrici che abbiamo dovuto sorbirci per amore del Santo Padre.