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Il discorso programmatico
di Mauro Bontempi
CITTA’ DEL VATICANO – Benedetto XVI lo ha chiaramente espresso durante l’omelia di inizio pontificato: il Sommo Pontefice, diversamente da un capo di Stato o di Governo, non pronuncia discorsi programmatici. “Il Papa – si legge al numero 882 del Catechismo della Chiesa Cattolica – è il perpetuo e visibile principio e fondamento dell’unità sia dei vescovi sia della moltitudine dei fedeli (Lumen Gentium 22)’. ‘Infatti il romano Pontefice, in virtù del suo ufficio di Vicario di Cristo e di pastore di tutta la Chiesa, ha sulla Chiesa la potestà piena, suprema e universale, che può sempre esercitare liberamente” (Christus Dominus, 2, 9). Salvo le fattispecie rientranti nel principio di infallibilità, il Papa propone “nell’esercizio del Magistero ordinario, un insegnamento che porta ad una migliore intelligenza della Rivelazione in materia di fede e di costumi. A questo insegnamento ordinario i fedeli devono ‘aderire col religioso ossequio dello spirito’ (Lument Gentium, 25) che, pur distinguendosi dall’ossequio della fede, tuttavia ne è il prolungamento (Catechismo, 892)”. Ciò è ancor più facile quando il Papa regnante ha il dono del Logos come Benedetto XVI! È’ auspicabile, quindi, che i laici ed i religiosi facciano riferimento al “manifesto programmatico” che la Chiesa, come mater et magistra, e il Sommo Pontefice, di essa Pastore e Guida, perpetuano ed arricchiscono continuamente, in riferimento alle singole realtà in cui vive ed opera il Cristiano. In questa prospettiva, il Congresso ecclesiale nazionale di Verona (16-20 ottobre 2006) ha fornito al Papa l’occasione per indicare all’Italia cattolica la rotta da seguire nel procelloso mare in cui sta navigando il Paese. La crisi politica ed economica dei primi anni Novanta non può dirsi chiusa: la classe politica non è riuscita a riallacciare un sano rapporto di fiducia con gli elettori ma ha preferito optare per soluzioni coreografiche e sterili ora di stampo populista ora ipocritamente cristiane ora anacronisticamente rivoluzional-radicali. Il fronte su cui si giocano le sorti dell’Italia è la stessa Comunità sociale: qual’è la amalgama che lega gli uomini e le donne d’Italia? La risposta si trova nella storia del nostro secondo dopoguerra. Se in tutti i fenomeni sociali c’è sempre un rapporto di causalità, è fondamentale notare il seguente parallelismo: nel momento in cui da più parti si scatena l’attacco alla Chiesa e ai Cattolici, già sul finire degli anni sessanta, l’Italia comincia a perdere il suo senso di appartenenza donde la progressiva sclerotizzazione di tutto il Sistema Paese. La famiglia naturale fondata sul matrimonio, gli istituti educativi cattolici, la laicizzazione dei mezzi di comunicazione, dei luoghi pubblici, e, perfino, delle stesse festività cristiane: tutto è messo in discussione da cosiddetti progressisti i quali, secondo un tragico paradosso, volendo abbattere le fondamenta della Chiesa, hanno picconato i pilastri che sorreggevano le loro stesse case. Dinnanzi a questa furia distruttiva taluni cattolici hanno taciuto, altri hanno addirittura plaudito e fornito sostegno. Le “case” distrutte sono state molte, troppe! Benedetto XVI in quel di Verona ha parlato al cuore e alla mente della nostra Italia, “terreno profondamente bisognoso e al contempo molto favorevole” per la missione della Chiesa. Esiste, ha affermato il Pontefice, “una nuova ondata di illuminismo e laicismo, per la quale (ondata, ndr.) sarebbe razionalmente valido soltanto ciò che è sperimentabile e calcolabile”. Lontano dal Pontefice qualsiasi condanna generalizzata dell’evoluzione tecnico-scientifica, attraverso la quale si disvela l’esistenza “di un’unica intelligenza originaria, il Logos creatore (il quale) sa amare personalmente l’uomo, anzi lo ama appassionatamente”. Non è panteismo, non è Spinoza, bensì una “mente amante incarnatasi nell’uomo”. Viviamo in un mondo – il Papa qui è durissimo – che si presenta sempre più come opera nostra, nel quale, per così dire, Dio sembra divenuto superfluo, anzi estraneo. La cultura attuale considera l’uomo come “un sempre prodotto della natura (e) come tale non realmente libero e di per sé suscettibile di essere trattato come ogni altro animale”. Il Cristianesimo invece crede in Dio-Padre “che rispetta e salva la nostra libertà”. Cristo è entrato nella Storia in un tempo e in uno spazio ben identificabili. Così i Cristiani non sono apolidi avulsi dalla realtà del proprio tempo, bensì “cittadini (che) sotto la propria responsabilità” cooperano alla costruzione di un “giusto ordine sociale” per rendere questo mondo “più vivibile per tutti”, come ebbe a dire Giovanni Paolo II ai giovani radunati a Tor Vergata nel 2000. Forti di “quel grande ‘si’ che come credenti in Cristo diciamo all’uomo amato da Dio”, Benedetto XVI elenca a tutti i Credenti i veri “no” della Chiesa: “no” ai flagelli della guerra e del terrorismo, della denutrizione e della povertà, dell’indifferenza alle terribili epidemie che devastano il mondo. Il Papa si rivolge indubbiamente ai soggetti di diritto internazionale e quindi al governo italiano. A tutti i soggetti di diritto interno, eletti ed elettori, è invece rivolto l’appello a dar battaglia contro quelle “scelte politiche e legislative che contraddicano fondamentali valori e principi antropologici ed etici radicati nella natura dell’essere umano, in particolare riguardo alla tutela della vita umana in tutte le sue fasi, dal concepimento alla morte naturale, e alla promozione della famiglia fondata sul matrimonio, evitando di introdurre nell’ordinamento pubblico altre forme di unione che contribuirebbero a destabilizzarla, oscurando il suo carattere peculiare e il suo insostituibile ruolo sociale”. La Chiesa “non è, né intende essere un agente politico”. D’altra parte: nulla salus extra eclesiam. Il Papa affida ai “cattolici cittadini”, parafrasando l’autodefinizione dei primi deputati del Partito Popolare di Don Sturzo, una grande missione: rendere di nuovo prospera e feconda l’arida società italiana, spargendo l’acqua viva che sgorga solo e soltanto dalla Chiesa di Cristo. De Gaulle da Radio Londra incitava i suoi connazionali con le parole: nulla è perso per la Francia. Sia questo il motto per tutti i Cattolici, per tutti noi.
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