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La preghiera per gli ebrei non è antisemita

di Bruno Volpe

CITTA’ DEL VATICANO – Due signori teologi, Salvatore Vitello e Nicola Bux, hanno dichiarato che il rito tridentino, e quindi il motu proprio del Papa, non è antisemita. Per noi si tratta di una conferma, ma sarebbe presuntuoso e arrogante, da parte nostra, ricamare su raffinatezze teologiche cosi brillantemente già esposte da autorevoli rappresentanti di Santa Romana Chiesa; ci limiteremo, quindi, ad alcune semplici osservazioni. Tanto per cominciare, la cosiddetta preghiera per la conversione degli ebrei, si recita solo nel triduo pasquale, e il motu proprio espressamente vieta la celebrazione della messa tridentina e di tutta la relativa liturgia nel triduo pasquale. Basterebbe questa banale osservazione per dichiarare cessata la materia del contendere. Ma vogliamo andare ancora più in profondità. La Messa e’ sacrificio, dono e grazia, nella liturgia si prega per la conversione senza esclusione di nessuno, quindi anche per gli stessi ebrei. Nel messale attuale voluto da Paolo VI, nella veglia pasquale del sabato Santo esiste un’orazione, la sesta, dedicata agli ebrei; secondo la logica ebraica, ci chiediamo, anche il Novus Ordo sarebbe ostile ai semiti e da abolire? A dire dei teologi, “il peccato ha una dimensione infinita”, cosicchè peccano ebrei e non ebrei. In quanto all’idea di conversione, la stessa e’ insita nel Vangelo: pentiti e credi nel Vangelo, ci dice ad esempio il sacerdote il Mercoledì delle Ceneri, perchè tutto il Vangelo è un inno alla conversione. Allora, se si accettasse la logica giudea, in maniera stretta e pedissequa, si arriverebbe all’assurdo di abrogare addirittura il Vangelo. Sia chiaro, piuttosto daremmo la vita, ma non saremmo mai disposti a rinunciare alla Parola del Signore. A prescindere, comunque, i giudei non credono nel Vangelo perchè per loro Gesù non è mai veramente arrivato nel Mondo o, comunque, non è il Messia. Ciò malgrado, amiamo i nostri fratelli maggiori ebrei e speriamo di essere ricambiati. Non possiamo, tuttavia, non constatare come nella storia della Chiesa non sia mai stato messo il naso nelle preghiere ebraiche. Per carità, questo non significa nulla, se non una certa correttezza da parte dei cattolici, abituati tradizionalmente a guardare solo in casa propria e a pregare anche per la santità dei fratelli delle altre confessioni mediante il dono della conversione non in quanto “eletti” ma in quanto “fratelli”. Non vogliamo quindi asserire di essere più “santi” dei giudei, anche perché “chi non ha peccato, scagli per primo la pietra”. Fratelli maggiori ebrei compresi. D’altronde, la conversione, cioè il cambiamento, il miglioramento dell’anima, è quel raggio di luce di cui abbiamo quotidianamente bisogno sia noi che loro.