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Non c’è pace senza giustizia, non c’è giustizia senza perdono
di Mauro Bontempi
CITTA’ DEL VATICANO – Coniando un’espressione che resterà a futura memoria, Benedetto XVI ha recentemente definito le guerre come “spazi di inferno […] che si aprono in questo stupendo giardino che è il mondo”. È lecito domandarsi: quale è la strategia, la proposta politica della Santa Sede per la soluzione delle crisi internazionali, di qualsiasi natura e grado di tensione esse siano? Pace, Giustizia, Perdono: questa la formula che il Vaticano ha elaborato di fronte alle sfide del Nuovo Millennio. Orbene, mentre risulta intuitiva la correlazione fra i primi due concetti, meno agevole potrebbe apparire la ragion d’esser del terzo elemento di questo trinomio, il perdono, categoria che difficilmente trova spazio nella giurisdizione e nella giurisprudenza nazionale ed internazionale. Dopo i fatti dell’11 settembre 2001, Giovanni Paolo II ebbe l’intuizione di intitolare il messaggio per la Giornata Mondiale della Pace del 2002: “Non c’è pace senza giustizia, non c’è giustizia senza perdono”. “Qual è la via che porta al pieno ristabilimento dell’ordine morale e sociale così barbaramente violato?”, si domandava il Pontefice. La risposta: “Non si ristabilisce appieno l’ordine infranto, se non coniugando fra loro giustizia e perdono [….]. Il perdono non si contrappone in alcun modo alla giustizia, perché non consiste nel soprassedere alle legittime esigenze di riparazione all’ordine leso. Il perdono mira piuttosto a quella pienezza di giustizia che conduce alla tranquillità dell’ordine, la quale è ben più che una fragile e temporanea cessazione delle ostilità, ma è risanamento in profondità delle ferite che sanguinano negli animi”. Il Papa si rivolgeva ad una umanità ancor scossa da un evento senza precedenti. Tale insegnamento sintetizzava, nella sostanza, l’originalità del pensiero cattolico sul percorso cui giungere alla tranquillitas ordinis ispirata ad una giustizia sempre più perfetta, come ricordava sempre in quel contesto Giovanni Paolo II. Troppo spesso in nome della giustizia i vincitori di turno hanno arrecato prepotenze e sopraffazioni ai danni dei paesi sconfitti. Un esempio classico ed indiscutibile nella storia delle relazioni internazionali si verificò con la Conferenza di Pace di Parigi del 1919, proprio a conclusione della Prima Guerra Mondiale, citata da Benedetto XVI durante l’Angelus del 22 luglio. L’inutile strage non si chiuse affatto con la fine delle ostilità, ma proseguì in sede diplomatica: alla Germania fu ascritta per intero la responsabilità della Grande Guerra. Quindi: delenda Germania! Quell’odio fu veleno per la Repubblica di Weimar e nutrimento per l’ascesa di Hitler, del nazionalsocialismo, del mito ariano, dello spazio vitale, della soluzione finale. La giustizia, invocano i Successori di Pietro, deve abbeverarsi alla fonte di tutte le scienze, la teologia: urge “un generale rinnovamento nei cuori delle persone e nelle relazioni tra i popoli della terra”. A chiunque avanzasse obiezioni formali o sostanziali, il Cristiano deve rispondere con fermezza: Inferno o Paradiso? Scegli, uomo!
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