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Buoni educatori per superare la crisi delle vocazioni

di Alberto Giannino

In un periodo di crisi delle vocazioni sacerdotali, che e’ sotto gli occhi di tutti, si impone una riflessione generale. Nella Diocesi di Milano, la più popolosa d’Europa con i suoi 5.200.000 abitanti, quest’anno l’arcivescovo Dionigi Tettamanzi ha ordinato solo 12 preti contro i 100 del 1953. E’ noto che la crisi che c’è in questo settore è molto forte: negli ultimi anni abbiamo perduto migliaia di sacerdoti e, in Italia, ci sono quasi 50 Seminari diocesani a rischio chiusura, spesso addirittura con un solo candidato al Sacerdozio. Una situazione davvero drammatica, che impone dei rimedi e delle soluzioni. Perchè i tradizionalisti, quelli che vengono denigrati col termine di “costantiniani” o di “preconciliari”, hanno invece i loro Seminari pieni di candidati? Sul piano scientifico si tratterà non solo di non spezzare, ma di avvalorare, e scrutare, e capire i legami viventi e vitali con la tradizione: il patrimonio dei secoli ha la sua voce, che va ascoltata; è la voce della Chiesa, docente e orante, che nell’insegnamento del Supremo Magistero, nel pensiero dei suoi Padri e dei suoi Dottori, nella vissuta regula fidei della sua Liturgia, nella fedeltà umile e gioiosa del sensus fidei dei semplici fedeli tuttora risuona, e va ascoltata, se non vogliamo recidere l’intimo nesso che, attraverso di essa, ci collega con la tradizione stessa degli Apostoli, e, per il loro tramite, con l’insegnamento di Cristo, Parola del Padre. Le cause della crisi sono molteplici: la secolarizzazione, il relativismo, il laicismo, lo scientismo e il razionalismo. Queste le principali, che riguardano il contesto storico-culturale nel quale viviamo. Poi ci sono i giovani che sono immersi sempre di più nel consumismo e nel materialismo e perseguono valori edonistici in cui non c’è posto per Dio nella loro scala di valori., e inseguono quindi la moda. Una moda fatta di la play station, televideo cellulare ultimo modello, navigatore satellitare, auto e moto di grossa cilindrata, viaggi in Polinesia, abiti firmati, pc da 5000 euro, soldi, carriera e successo. Questi valori materiali che perseguono sono tutti inconciliabili con i valori religiosi che vengono espulsi dal loro spirito. Poi sovente è mancata loro una formazione religiosa sia in famiglia che nella comunità ecclesiale. E qui il Presidente dei Vescovi Italiani, Monsignor Angelo Bagnasco, forse dovrebbe avviare una seria riflessione con i 250 Vescovi Italiani. Senza contare l’insegnamento della religione cattolica, che è fondamentale dalle scuole dell’infanzia a quelle delle secondarie. Spesso tale insegnamento non viene assicurato e il giovane cresce senza una adeguata cultura religiosa. C’è, a seguire, il discorso che riguarda la teologia e che, di riflesso, riguarda anche gli eventuali candidati al Sacerdozio. Molti giovani sono turbati nella loro fede da un cumulo di ambiguità, d’incertezze e di dubbi. Tali sono i dogmi trinitario e cristologico, il mistero dell’Eucarestia e della presenza reale del Corpo e del sangue di Cristo, la Chiesa come istituzione di salvezza, il ministero sacerdotale in mezzo al popolo di Dio, il valore della preghiera e dei sacramenti, le esigenze morali riguardanti, ad esempio, l’indissolubilità del matrimonio o il rispetto della vita umana. Anzi si arriva a tal punto da mettere in discussione anche l’autorità divina della Scrittura, in nome di una radicale demitizzazione. Non a caso, Paolo VI affermava: “Mentre il silenzio avvolge a poco a poco alcuni misteri fondamentali del cristianesimo, vediamo delinearsi una tendenza a ricostruire un cristianesimo avulso dalla Tradizione ininterrotta che lo ricollega alla fede degli Apostoli, e ad esaltare una vita cristiana priva di elementi religiosi”. Spetta, quindi, a ciascun Vescovo nella propria Diocesi curare attentamente che non si tradiscano le verità di fede. Altro aspetto non secondario: i giovani e le giovani candidati alla vita consacrata hanno bisogno di testimonianza cristiana: non solo di quella dei martiri della fede e della carità che hanno segnato pure la storia del nostro tempo. Hanno bisogno soprattutto di sacerdoti convincenti, di grande spiritualità, che possono essere veramente d’aiuto ai candidati. Guai a quei presbiteri che sono privi della carità e dell’amore, ma pensano egoisticamente al proprio particulare o, peggio, hanno una ortoprassi dissoluta e dissipata. Cosi non si fa che allontanare i giovani dal Sacerdozio. Anche la famiglia può avere un ruolo importante e positivo. Vanno quindi incoraggiate e supportate dalla parrocchia. Restano la preghiera e l’evangelizzazione. Sono due momenti importantissimi a cui deve pensare il Rettore del Seminario con dei percorsi particolari. Non sono da escludere luoghi di ritiro in qualche monastero dove in solitudine il candidato riflette sulla sua chiamata e sul suo futuro. Da ultimo: i candidati devono mettere la persona di Cristo al centro della loro vita, cioè del loro pensiero, del nostro costume. Egli deve essere il Maestro, l’esempio, il pane della loro vita personale. E bisogna che essi entrino nella concezione comunitaria della vita cristiana, anche di quella interiore e personale; vale a dire, devono entrare nell’ordine della carità. La carità è il distintivo di coloro che seguono Cristo! (Gv 13,35). Il problema vocazionale, disse Giovanni Paolo II, già nel 1985, è  “un problema vitale che si colloca nel cuore stesso  della Chiesa; dalla sua soluzione, infatti, dipendono il suo avvenire, il suo sviluppo e la sua missione universale di salvezza”.  Problema tanto più grave in quanto queste vocazioni sono un indicatore significativo della vitalità e della condizione spirituale di una comunità cristiana. I consacrati, religiosi, preti, vescovi e cardinali, non hanno proprio nulla da rimproverarsi rispetto a questa crisi?  Secondo la CEI, nel suo ultimo piano pastorale delle vocazioni, si’. Valori quali una profonda spiritualità personale e comunitaria; una generosa apertura ai bisogni degli altri; una vera povertà e semplicità di costumi; una trasparente gioia della consacrazione; un amore senza riserve nelle comunità religiose; una matura disponibilità all’ascolto e al dialogo col nostro tempo tanto apprezzati dai giovani, non hanno sempre contrassegnato l’ordinario modo di vivere dei consacrati. Apprezziamo la sincerità dell’analisi che non è da tutti e che rivela consapevolezza dei vertici della Chiesa italiana. Io, che insegno da 20 anni nei Licei milanesi, posso confermare che è cosi: là dove il giovane vede nella sua parrocchia un prete che ha un tenore di vita elevato, che è attratto dai soldi, che conduce una vita privata dissoluta, o, quando predica, non coinvolge l’uditorio e quando dice messa guarda l’orologio perchè bisogna chiudere la parrocchia, allora questo giovane rischiamo di perderlo definitivamente. Prediche più incisive preparate il giorno prima, partecipazione nella Santa Messa e il rispetto dei tre voti sicuramente sono elementi che concorrono a delineare positivamente la figura del prete. Poi è importante l’ascolto. Quanta gente si lamenta perchè il proprio parroco non ha tempo, non dico per una visita, ma per riceverti nel suo studio. Il Cardinale Camillo Ruini ha più volte affermato che la parrocchia non è una “stazione di servizio” per l’amministrazione dei sacramenti, che continua a dare per scontata in coloro che li richiedono e hanno  una fede non di rado assente. Su questi temi i nostri sacerdoti devono riflettere, perchè se sono un modello per la comunità, possono attrarre a sè molti giovani anche per le vocazioni. Cosa devono fare allora vescovi e preti per supplire alla grave carenza di vocazioni? Il Concilio invita i vescovi a “cercare  di incrementare il più che sia possibile le vocazioni sacerdotali e religiose, in modo particolare quelle religiose”. (CD 15). Mentre “spetta ai sacerdoti, nella loro qualità di educatori alla fede, di curare che ciascuno dei fedeli sia condotto dallo Spirito Santo a sviluppare la propria vocazione specifica” (PO 11).  Ed ancora: “E’ una funzione che fa parte della loro stessa missione sacerdotale, in virtù della quale il presbitero partecipa della sollecitudine della Chiesa intera, affinchè nel Popolo di Dio sulla terra non manchino mai gli operai” (PO 11). Dunque, non devono mancare mai gli operai: gli operai sono pochi ma la messe è molta, diceva Gesù. E ad oggi è ancora cosi. Farsi sacerdote significa fare delle rinunce: il matrimonio, per esempio. Vivere in solitudine, pregare, lasciare la famiglia, gli amici, fare una vita di sacrifici per dedicarsi interamente a Dio. E poi rispettare i tre voti: castità, povertà, obbedienza. Senza contare sette anni di studi dopo il liceo. Non è da tutti la vita sacerdotale, anche se il prete vive in mezzo alla sua comunità e ne trova conforto. La Chiesa, sui candidati al sacerdozio, è rigorosa e ragiona come Paolo VI, il quale in maniera efficace, diceva: “Una vita cosi totalmente e delicatamente nell’intimo e all’esterno, come quella del sacerdote celibe, esclude soggetti di insufficiente equilibrio psico-fisico e morale, nè si deve pretendere che la grazia supplisca in ciò la natura”.  Cioè, se uno non è adatto per problemi psichici, fisici e morali, non può pensare che la grazia supplisca in ciò la natura (si pensi, per esempio, agli omosessuali nei seminari e alla recente intervista di Vittorio Messori a “La Stampa”). La grazia non può quindi cambiare l’aspirante sacerdote non degno perchè la sua natura è quella. Quindi, per evitare danni alla Chiesa, a se stesso e ad altri è bene che il futuro prete che non ha certi requisiti  rinunci.