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Le regole del Conclave tra tradizione e innovazione
di Mark Aurel Erszegi
Papa Benedetto XVI ha cambiato di recente, con il motu proprio “de aliquibus mutationibus in normis de electione Romani Pontificis”, un punto controverso della normativa sul conclave. Riafferma la tradizionale regola della maggioranza qualificata dei due terzi nell’elezione del Papa, ma apporta, allo stesso tempo, anche delle innovazioni rispetto all’Universi Dominici gregis. Come è noto, Giovanni Paolo II nella “Universi Dominici gregis” (UDG), modificando la plurisecolare regola dei due terzi richiesti per l’elezione del Sommo Pontefice, aveva previsto la possibilità di passare, dopo 34 scrutini infruttuosi, alla sola maggioranza assoluta, nel caso la maggioranza assoluta dei Cardinali avesse deciso così. Considerate le autorevoli critiche a questa norma, Benedetto XVI ha deciso di riaffermare la necessità della maggioranza dei due terzi sempre richiesti, anche in caso di un conclave prolungato (per la verità, il testo parla di “maggioranza qualificata”, che dal contesto si desume sia quella dei due terzi). Ma il motu proprio dell’11 giugno scorso non è un semplice ritorno alle regole precedenti all’UDG. Introduce a sua volta delle significative innovazioni, come quella del ballottaggio obbligatorio, dopo 34 scrutini, tra i due Cardinali più votati e l’esclusione dall’elezione di una persona che non faccia parte del Collegio dei Cardinali. È da ricordare, infatti, che nel punto 83 della UDG Giovanni Paolo II esortava i Cardinali a votare colui che “anche fuori del Collegio Cardinalizio” avranno giudicato il più idoneo. Questa possibilità è esplicitamente esclusa dalle parole del motu proprio che stabilisce che solo i due Cardinali più votati avranno voto passivo, quindi il diritto ad essere eletti. Di recente, il noto canonista Ladislas Örsy, sulla rivista “Il Regno”, si è espresso in favore del ritorno ai due terzi, descrivendo con una “ipotesi di scuola” gli effetti che poteva avere la norma originale dell’UDG sull’andamento del conclave. Quella cioé di favorire l’elezione di un candidato relativamente forte che avesse raggiunto almeno la maggioranza assoluta dei voti. I suoi decisi sostenitori, infatti, se non erano aperti ad un compromesso, potevano resistere fino al 34.mo scrutinio per decidere loro stessi di abbassare il quorum alla maggioranza assoluta. Tale possibilità era adatta ad esercitare una notevole pressione psicologica sui sostenitori di un candidato “di opposizione”, tanto da indurli ad abbandonarlo e di schierarsi prima possibile a favore del candidato della maggioranza assoluta. Non spingeva quindi nella direzione della ricerca comune di un terzo candidato di compromesso, che invece le regole tradizionali permettevano, anzi favorivano. Ma vediamo quali effetti potrebbe sortire la nuova regola benedettina con lo stesso scenario. In presenza di un candidato forte, che raccolga almeno la maggioranza assoluta dei voti, ma non quella dei due terzi, e di un altro di opposizione, una volta giunti al 34.mo scrutinio, la regola del ballottaggio obbligatorio potrebbe davvero sbloccare la situazione di stallo?. Può farlo solo prima, quando i due “schieramenti” si accorgono del pericolo dell’impasse. A quel punto o ripiegano su un candidato di compromesso, oppure i sostenitori del candidato “di opposizione” si convincono della necessità di appoggiare il candidato più forte. Il primo caso assomiglia a quanto suggeriva la normativa tradizionale, mentre il secondo piuttosto a quella situazione nella quale potevano trovarsi i Cardinali con la regola del 1996. Ma l’introduzione del ballottaggio obbligatorio potrebbe aiutare molto in un altro scenario. Nel caso di un conclave dove ci siano tre o più candidati relativamente forti. Dopo il 34.mo scrutinio i voti degli esclusi dal ballottaggio potranno contribuire all’elezione di uno dei due candidati rimasti. Ciò porta a pensare che a motivare la norma del 1996 sia stato il timore di un conclave molto frammentato, composto addirittura da 120 personaggi di nazionalità, culture, lingue ed idee assai differenti, dove il raggiungimento dei due terzi sarebbe potuto risultare assai arduo. A suo tempo, il defunto Cardinale Mario Francesco Pompedda commentava l’innovazione di abbandonare la maggioranza qualificata come “indubbiamente un’opzione grave” per provvedere al più presto all’elezione del nuovo Successore di Pietro, ma la sua applicazione sarebbe stata solo “quasi una extrema ratio, a cui ricorrere per superare una eventuale impasse”. Un’altra domanda circa il ballottaggio potrebbe sorgere nel caso in cui i candidati che al 34.mo scrutinio abbiano ricevuto più voti siano più di due con il verificarsi di un ex equo. La soluzione sembra possibile ricorrendo per analogia alle norme generali del Codice di Diritto Canonico. Il Canone 119 che contempla le elezioni in seno alle persone giuridiche prevede pure il ballottaggio e stabilisce che se ci fossero più persone che abbiano ottenuto la maggior parte dei voti, al ballottaggio vadano “i due più anziani di età”. A parte tali scenari teorici, le votazioni in un conclave non funzionano alla stregua di quelle politiche “laiche”. La vera mens legislatoris che sta dietro al motu proprio si potrebbe forse a maggior ragione cercare nella volontà di far presente ai Cardinali elettori la loro responsabilità di provvedere prima possibile all’elezione di un nuovo Papa, garante dell’unità della Chiesa, e quindi di cercare prima di tutto quale sia il vero bene della Chiesa. Sembra utile a questo scopo rievocare quanto scrisse il Cardinale Joseph Ratzinger nella Presentazione del “Trittico Romano” a proposito di quei versi di Giovanni Paolo II che contemplavano gli affreschi del Giudizio Universale della Cappella Sistina, rievocando il clima dei due conclavi del 1978: “So bene come eravamo esposti a quelle immagini nelle ore della grande decisione, come esse ci interpellavano; come insinuavano nella nostra anima la grandezza della responsabilità. (…) Porre queste chiavi [di Pietro] nelle mani giuste: è questa l’immensa responsabilità in quei giorni. Si ricordano così le parole di Gesù, il ’guai’ che ha rivolto ai dottori della legge: ’avete tolto la chiave della scienza’ (Lc 11,52). Non togliere la chiave, ma usarla per aprire affinché si possa entrare per la porta: a questo esorta Michelangelo”.
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