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Teoctist I e Giovanni Paolo II: luci ed ombre di un incontro storico
di Lorenzo De Martino
In occasione dei funerali di Teoctist I, defunto patriarca ortodosso di Bucarest, è doveroso ricordare, come da più parti è stato fatto, i suoi meriti ecumenici. Fu, infatti, l’invito di Teoctist a rendere possibile la prima visita del pontefice, nel 1999, in un paese a maggioranza ortodossa, la Romania. L’incontro avvenuto a Bucarest tra Giovanni Paolo II e il patriarca Teoctist I ha rotto il ghiaccio e, infatti, è stato seguito, negli anni successivi, da diverse altre visite del Papa nei paesi ortodossi, dalla Grecia alla Siria, dall’Armenia alla Bulgaria. Quella a Bucarest fu quindi una visita che si iscrisse nella storia ecclesiastica. Non sarebbe però giusto non ricordare che essa si celebrò all’insegna di una certa “realpolitik” ecclesiastica che costò rinunce sofferte al Papa stesso e alla comunità cattolica della Romania. I vescovi cattolici di quel Paese invitarono Papa Wojtyla sin dall’inizio degli anni ‘90 per una visita pastorale. Il governo fu d’accordo, mancava però l’assenso della chiesa ortodossa romena. Il Papa, con sensibilità ecumenica, ovviamente non volle andarci senza l’invito degli ortodossi, che rappresentano la stragrande maggioranza degli abitanti della Romania. La situazione cambiò d’improvviso quando il patriarcato di Bucarest, scavalcando i vescovi cattolici, invitò il Papa ad una “visita ecumenica”. Programmi e contenuti della visita dovevano però, a questo punto, essere concordati prima di tutto con il patriarcato ortodosso. Furono trattative non facili, durante le quali la chiesa di Teoctist I praticamente impose al Papa la propria volontà. Un viaggio apostolico comprende normalmente la visita ai luoghi più cari della Chiesa cattolica locale e l’incontro con le sue diverse componenti. Questo, in Romania, avrebbe significato una tappa nelle regioni occidentali del Paese, la Transilvania, dove vive la stragrande maggioranza dei cattolici, sia latini che orientali (circa due milioni in tutto, ma pur una minoranza rispetto l’intera popolazione). Una visita per esempio a Csiksomlyo (Somleau) il santuario mariano di rito latino, il più importante della regione, o a Blaj, sede storica della Chiesa greco cattolica. Il patriarcato ortodosso fece invece capire che la visita doveva comprendere solo la capitale Bucarest. Fu grande l’indignazione dei cattolici. Ne seguì una polemica a suon di dichiarazioni tra la conferenza episcopale cattolica ed il patriarcato ortodosso. I vescovi latini scrissero al Papa per chiedere di non tralasciare di visitare le loro diocesi, una richiesta appoggiata anche dai vescovi della vicina Ungheria. Ma non ci fu niente da fare, la chiesa di Teoctist non mollò. Ci fu tanta amarezza tra i cattolici, soprattutto i latini che sono in minoranza a doppio titolo, essendo per lo più di nazionalità ungherese. Alcuni vescovi giunsero addirittura a dichiarare, cosa inaudita, di preferire il rinvio della visita del Papa se il programma non comprendesse una visita alle loro comunità. La ragione lungimirante di un’avanzamento storico nelle relazioni ecumeniche prevalse questa volta sulle legittime aspettative della comunità cattolica di Romania che si dovette accontentare di un incontro limitato col Papa a Bucarest. Fu una rinuncia sofferta anche per Giovanni Paolo II, che nei suoi discorsi vi fece pure riferimento, dicendo per esempio: “Da questa Capitale intendo abbracciare l’intera Romania in tutte le sue componenti: a tutti, vicini e lontani, assicuro il mio affetto e la mia preghiera”. Non tralasciò di lodare i meriti ed i martiri delle chiese cattoliche latina ed orientale. Ai membri del Santo Sinodo della chiesa ortodossa disse poi che “la chiesa greco-cattolica di Romania ha subito in questi ultimi decenni una violenta repressione e i suoi diritti sono stati scherniti e violati. I suoi figli hanno sofferto molto, alcuni fino alla testimonianza suprema del sangue. La fine della persecuzione ha ripristinato la libertà, ma il problema delle strutture ecclesiali attende ancora una soluzione definitiva”. Richiamò, Giovanni Paolo II, inoltre, l’attenzione delle autorità sul fatto che “sarebbe un dovere di giustizia restituire le scuole e i beni confiscati, mettendo la Chiesa in grado di svolgere la sua missione anche nel campo educativo” e, riferendosi ai rapporti tra maggioranza romena e minoranza nazionale ungherese, sottolineò: “se la storia non può essere dimenticata, è rifacendosi al rispetto dei diritti delle minoranze e nel dialogo, con la volontà del perdono e della riconciliazione, che i cittadini possono oggi riscoprirsi partner e, ancora di più, fratelli”. È da ricordare che la Chiesa cattolica di Romania ha sofferto molto durante il comunismo. Quella greco-cattolica fu addirittura intergrata forzatamente in quella ortodossa. Da ciò derivano dei problemi ancora attuali, come, ad esempio, i beni dei cattolici orientali ancora in mano agli ortodossi. La chiesa latina è, invece, in doppia minoranza poiché i suoi fedeli appartengono per lo più alla minoranza nazionale ungherese di Transilvania. Anche loro hanno tuttora dei problemi con la restituzione dei beni confiscati dallo Stato. Infatti, anche se in occasione della visita papale furono prese le decisioni politiche necessarie dal Parlamento, la restituzione pratica avanza a rilento. La questione dei rapporti ecumenici è segnata non solo dalla questione dei beni tolti ai greco cattolici e consegnati agli ortodossi, ma pure dalla progressiva avanzata ortodossa, sostenuta finanziariamente anche dallo Stato, nelle regioni abitate dai cattolici. Una “conquista” territoriale che non sembra giustificata tanto dal punto di vista religioso quanto dai tentativi di assimilazione nazionale e religiosa. Non si può, infatti, non tenere conto dei rapporti assai stretti tra chiesa ortodossa e Stato romeno. Una situazione per cui anche il defunto Teoctist ricevette critiche assai pesanti, soprattutto per quanto riguarda la collaborazione al regime del dittatore Ceausescu. Certo è che la visita di Giovanni Paolo II nel 1999 non poté contribuire molto, a causa di questo “diktat” della chiesa di Teoctist, all’avvicinamento tra le due chiese a livello locale. Alcuni commentatori rilevarono inoltre che l’improvviso desiderio di avvicinamento della chiesa ortodossa romena alla chiesa cattolica coincideva con la politica romena mirante all’integrazione nella NATO e nell’Unione Europea. Oggi però, ottenuto ciò, e con l’avvento, fra poco, di un nuovo patriarca, anche i cattolici della Romania continuano a sperare di poter salutare in mezzo a loro il Successore di Pietro.
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