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I casi Chiesa e Welby tra Diritto e rovescio
di Bruno Volpe
CITTA’ DEL VATICANO – E’ vero: le sentenze dei Magistrati si rispettano a prescindere e si commentano solo dopo aver letto per esteso le motivazioni. Ma ci permettiamo di osservare che presso il Tribunale di Roma, negli ultimi giorni, sono state assunte due decisioni di carattere giudiziario che rispettiamo ma, al tempo stesso, ci lasciano perplessi. La prima riguarda il cosiddetto “caso Chiesa”, dal cognome di un omosessuale ucciso nella Capitale: un Giudice ha ritenuto ammissibile la costituzione come parte civile del convivente della vittima, che potrà così chiedere i danni per l’uccisione del compagno, quasi anticipando la sciagurata applicazione dei Pacs-Dico-Cus. La seconda riguarda il proscioglimento in sede di udienza preliminare, “perché il fatto non costituisce reato”, del medico Mario Riccio, l’anestesista che staccò il respiratore a Piergiorgio Welby (nella foto). Il Magistrato si è richiamato all’articolo 32 della Costituzione, secondo il quale nessuno può essere obbligato contro la sua volontà a trattamenti sanitari. Ma immaginatevi il caso di un suicida caduto dal quinto piano che dica al medico del 118 chiamato a prestargli le proprie cure sul posto: “Non voglio essere aiutato, mi lasci in strada a morire”. Un’applicazione estensiva ed errata della sentenza potrebbe portare a questa paradossale situazione: la legittimazione del rifiuto delle cure e dell’aiuto medico da parte dei pazienti. Quasi certamente, la Procura Generale della Repubblica impugnerà il dispositivo. Tuttavia, quello che pacatamente ci preme sottolineare di queste due sentenze e’ che sia nel caso Chiesa sia in quello Welby ci siamo trovati davanti a pronunce giurisprudenziali quasi legittimanti le unioni di fatto e l’eutanasia, argomenti che devono essere liberamente, e senza schemi mentali, esaminati dal Parlamento e non da un Tribunale.
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