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Vivere e testimoniare con la Croce
di Mauro Bontempi
CITTA’ DEL VATICANO – Pasqua 2003: l’estate di San Martino di uno straordinario pontificato. Giovanni Paolo II ebbe molto a cuore il rito della Via Crucis che la Cristianità ricorda la sera del Venerdì Santo presso gli evocativi spazi dell’Anfiteatro Flavio, il Colosseo. Il Pontificato stesso di Papa Wojtyla è stato spesso interpretato come un lento procedere verso il monte Calvario sino alla piena comunione col Cristo: lo mostrò l’occhio della telecamera durante la sua ultima Via Crucis terrena filmando il profilo del Pontefice che, in silenzio, si rivolgeva a quel crocifisso sotto il quale, ancora una volta, s’inginocchiava spiritualmente in intimissima preghiera. Al termine del rito, il Papa, non di rado, pronunciava un discorso a braccio. Così avvenne anche in occasione della Via Crucis del 2003. La malattia sembrava aver dato tregua al corpo del Santo Padre. Il suo indomito spirito poteva esprimersi con nuovo vigore ed incisività. Il silenzio e le pause scandirono la riflessione, alimentando e connotando di un profondo misticismo l’atmosfera di quella sera sul finire dell’inverno. Traspariva chiaramente la volontà del Pontefice di trasmettere nel modo più chiaro ed efficace possibile il proprio pensiero. Riflessioni che, hanno confessato i più stretti collaboratori, non erano improvvisazioni del momento ma l’espressione sintetica di anni di profondo studio e meditazione su i temi chiave del Pontificato. Fu una catechesi ispirata, immaginosa e poetica. Magnifica. Il periodare semplice e solenne, pregno di profondissimo significato. “Ecce lignum crucis in quo salus mundi pependit….Venite adoremus”: scandisce il Pontefice al principio e al termine della riflessione. Lo ripete per altre tre volte secondo un clima di crescente misticismo e dominato dai due elementi chiave del Triduo Pasquale: il legno della croce e la pietra del sepolcro di Nostro Signore. Il mistero della fede non può far a meno dell’essenzialità del ruvido, freddo, spietato, incomprensibile, salvifico legno della Croce: “questo legno della morte, il legno che ha portato alla morte il Figlio di Dio, apre la strada” alla Domenica di Pasqua. Non può far a meno, il mistero della fede, nemmeno della pietra sepolcrale: “viene sigillato il suo sepolcro“. “In tutto il mondo, in tutto il cosmo, in tutti noi, sarà profondo il silenzio. Silenzio di attesa”. “Mistero della fede! – proclamava il Pontefice – L’uomo non poteva immaginare questo mistero, questa realtà. La poteva rivelare Dio solo. L’uomo non ha la possibilità di donare la vita dopo la morte. La morte della morte. Nell’ordine umano, la morte è l’ultima parola. La parola che viene dopo, la parola della Risurrezione, è parola solamente di Dio”. “Ecco la profondità, la semplicità divina, di questo Triduo pasquale”. In Attico sotto il lemma “martus” si ritrovano due significati: testimone (in giudizio) e martire. I martiri sono, infatti, coloro che “hanno testimoniato – conclude il Papa – con la loro vita e con la loro morte”. Il mistero della fede può essere vissuto in profondità solo se apertamente testimoniato, così come una sincera e credibile testimonianza non può che rispecchiarsi in una dimensione umana fondata sulla Buona Novella ed aderente al magistero della Chiesa. Vivere sempre più profondamente e testimoniare: il testamento spirituale di Giovanni Paolo II. Il binomio inscindibile di un autentico Cristiano.
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