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Il giornalista San Paolo
di Bruno Volpe
CITTA’ DEL VATICANO – Non vogliamo cadere nell’irriverenza, e pertanto preghiamo sin d’ora il Signore e San Paolo di perdonarci. Anche perché la definizione riportata nel titolo di questo approfondimento è di origine controllata, essendo stata coniata da Padre Silvio Sassi, Superiore Generale della Famiglia Paolina. Il sacerdote ha infatti dichiarato che “oggi San Paolo sarebbe un giornalista”. Un giornalista, aggiungiamo noi, un po’ trascurato dai “colleghi”. Perché alla fine di Giugno è stato indetto per il 2008 l’anno giubilare paolino da Benedetto XVI, ma noi della stampa, presi da una serie di eventi come la lettera del Papa ai cattolici cinesi, la liberalizzazione della Messa in latino e il documento che sancisce che solo nella Chiesa cattolica sussiste la Chiesa di Cristo, ci siamo colpevolmente distratti. E, allora, almeno noi di “Petrus” abbiamo deciso di rimediare riprendendo, appunto, la definizione di giornalista data da Padre Sassi a San Paolo, finora meglio conosciuto come l’Apostolo delle genti. Dunque, San Paolo giornalista, ma perché? In fondo la Chiesa, con la sua sapienza, un patrono agli operatori dell’informazione lo aveva già dato: San Francesco di Sales. Non siamo gli interpreti autentici di Padre Sassi, fior di intellettuale, e chiediamo umilmente scusa delle nostre povere riflessioni. Ma crediamo di non dire un’eresia se affermiamo che è la stessa storia personale di San Paolo che lo dipinge come abile giornalista. Sulla via di Damasco, lui, fariseo, viene folgorato da Cristo che gli chiede: perchè mi perseguiti? Quanti giornalisti, noi compresi, a volte con le nostre pecche, con i nostri errori, con l’indifferenza, perseguitiamo Cristo e la verità? Quante menzogne e calunnie si dicono oggi sulla Chiesa, sposa di Cristo, nel nome di una irresponsabile libertà di espressione e di pensiero? San Paolo fu vero giornalista, anche se non pubblicò un giornale nè fu un editore, se non al servizio del Signore e della verità: la forma più nobile e sublime di fare giornalismo. In più pagò personalemnte il conto dei suoi… articoli con la morte, mentre molti tra di noi giornalisti augurano la morte altrui, seduti dietro un computer nell’attesa di una tragedia o di un fatto di cronaca eclatante per vendere un pugno di copie in più o per tenere attaccati alla Tv più spettatori del Tg avversario. Le pallottole di carta (per usare l’efficace espressione del Cardinale Camillo Ruini) uccidono quasi e quanto più della pallottole di piombo. San Paolo – sarebbe ora assurdo e presuntuoso citare tuttta la sua produzione letteraria – richiamò al valore della carità, che è disinteressata, amabile; e richiamò ad una vita degna, alla purezza dell’Eucarestia, e per questo fu condannato e ucciso. Ecco il giornalista San Paolo, viaggiatore e divulgatore. Oggi esistono molti eccellenti intellettuali cattolici e vaticanisti che in maniera pregevole fanno il loro mestiere, e altri giornalisti che si sono invece fermati, ad esempio, all’Annozero. Che San Paolo li converta alla verità.
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