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Il “subsistit in” della Lumen Gentium alla luce della “analogia fidei”
di Pietro Siffi*
La dottrina cattolica insegna che nell’interpretazione di un documento magisteriale si deve sempre applicare quella che i teologi chiamano analogia fidei, ossia quell’unico senso che rende iscrivibile lo specifico documento nell’ambito più vasto della Tradizione e della Sacra Scrittura, entrambe fonti della divina Rivelazione. In base a questo criterio, laddove vi sia un passo di valenza ambigua, esso va senz’altro interpretato nel significato che gli permette di essere coerente con l’insegnamento della Chiesa. D’altra parte, la finalità di questo principio deriva dal fatto che essendo Cristo stesso che parla per mezzo dei Sacri Pastori, non è possibile fraintendere quanto Egli ci insegna, nè tantomeno farGli dire dolosamente alcunchè di incoerente o contraddittorio. L’analogia fidei non toglie – è evidente – le ragioni contingenti che possono aver portato gli estensori del documento ad utilizzare un’espressione piuttosto di un’altra; essa garantisce che un atto del Magistero sia in qualche modo “blindato” rispetto a chi volesse utilizzarlo non per approfondire ed esplicitare l’immutabile insegnamento della Chiesa, ma al contrario per apportarvi arbitrarie variazioni ed innovazioni. È il caso della Costituzione Lumen gentium – detta dogmatica non perché abbia definito una nuova dottrina, ma perché tratta di un argomento dogmatico precedentemente definito – i cui estensori materiali scelsero di ricorrere ad un verbo certamente equivoco nel proprio significato astratto, ma da interpretarsi necessariamente il senso restrittivo e cattolico in ragione di quell’analogia fidei che ne regola il valore. Il passo controverso della Lumen gentium afferma che: «l’unica Chiesa di Cristo, che nel Simbolo professiamo una, santa, cattolica e apostolica […], in questo mondo costituita e organizzata come società, sussiste nella Chiesa cattolica, governata dal Successore di Pietro e dai Vescovi in comunione con lui». Se dovessimo analizzare questa proposizione prescindendo dall’analogia fidei – e quindi limitandoci ad indagare il senso che vollero attribuirle gli estensori della Costituzione – dovremmo concludere che il ricorso al verbo sussistere anzichè essere non fu casuale ed ebbe come principale motivazione quella forma di ecumenismo che ispirò anche altri documenti conciliari. Dire infatti che la Chiesa di Cristo è la Chiesa Cattolica – e viceversa – implica un nesso di identità, di reciprocità e di esclusività che non ammette deroghe e punta a sottolineare l’unicità della Chiesa professata da sempre, e che peraltro è una delle note che la rendono immediatamente riconoscibile come divina istituzione fondata da Cristo. Affermare viceversa che la Chiesa di Cristo sussiste nella Chiesa Cattolica – e in questo caso la reciprocità non sarebbe più possibile – implica che la Chiesa Cattolica possiede tutti gli elementi della Chiesa di Cristo, ma non in modo assoluto ed esclusivo. Questa seconda affermazione – intesa, sia chiaro, in senso letterale – consentirebbe di affermare che possono esistere altre Chiese in cui sussiste la Chiesa di Cristo. Applicando invece l’analogia fidei, vediamo immediatamente che una simile proposizione è incompatibile con l’insegnamento costante della Tradizione e della Sacra Scrittura, poiché vi è una sola Chiesa, retta da un solo Capo visibile che esercita infallibilmente la potestà vicaria di Gesù Cristo, nei limiti e nei modi che il suo divino Fondatore ha voluto. Il teologo, davanti al subsistit, non può non interpretarlo nel senso cattolico, attribuendo a quel verbo quell’unico significato ortodosso. Ed è quello che ha fatto la Congregazione per la Dottrina della Fede, precisando che «l’uso di questa espressione, che indica la piena identità della Chiesa di Cristo con la Chiesa cattolica, non cambia la dottrina sulla Chiesa; trova, tuttavia, la sua vera motivazione nel fatto che esprime più chiaramente come al di fuori della sua compagine si trovino “numerosi elementi di santificazione e di verità”, “che in quanto doni propri della Chiesa di Cristo spingono all’unità cattolica”». Diversamente hanno agito in passato, sull’onda della dottrina modernista e delle deviazioni ecumeniste, alcuni teologi progressisti, come conferma il documento: «La vastità dell’argomento e la novità di molti temi continuano a provocare la riflessione teologica, offrendo sempre nuovi contributi non sempre immuni da interpretazioni errate che suscitano perplessità e dubbi». Troviamo uno dei molti esempi di questi “contributi non sempre immuni da interpretazioni errate” in un articolo di Luigi Sartori a commento della teologia di Jacques Dupuis, nel quale si può leggere che «la pienezza di cui è portatore il cristianesimo ha un valore escatologico di fronte al quale anche la pienezza cattolica avverte di non essere ancora pienezza e sente il bisogno di collegarsi con le altre in quanto non “pienamente pienezza”. Ciò è quanto emerge da LG 8 (vedi anche UR 4): anche la chiesa cattolica non è “pienamente pienezza” e non “pienamente perfetta”» (cfr. Riflessioni sulla teologia di Jacques Dupuis, in: Rassegna di Teologia, anno XLVI, n° 1, Gennaio – Febbraio 2005). Al di là della prolissità fumosa di questa frase, si comprende che Sartori non riconosce alla Chiesa Cattolica la piena e perfetta identità con la Chiesa di Cristo, insinuando che questa pienezza sia incompleta a ragione del presunto ruolo salvifico delle altre religioni, addirittura di quelle pagane. Ruolo che non è assolutamente ipotizzabile e che suona addirittura come blasfemo verso Gesù Cristo, perché nega l’unicità salvifica della Chiesa Cattolica ed attribuisce all’errore una qualche forma di cooperazione alla Redenzione. Lo scopo di Sartori – e di Dupuy prima di lui – era di dar corpo e continuazione agli errori già condannati nell’enciclica Mortalium animos di Pio XI. Altro discorso va fatto per le cosiddette Chiese e comunità cristiane, le quali – pur lontane dalla Verità e quindi anche dalla Carità – possono per accidens avere un vago ruolo salvifico non ex se, ma «grazie agli elementi di santificazione e di verità che sono presenti in esse», che in un certo senso esse mutuano dalla Chiesa Cattolica e che «in quanto doni propri della Chiesa di Cristo spingono all’unità cattolica». La fede dell’eterodosso scismatico nella dottrina della Messa, inteso in questo senso, può condurlo a riconoscere la pienezza dell’insegnamento sul Santo Sacrificio di cui è custode la Chiesa Cattolica, e spingerlo a ritornare ad essa; ma l’eventuale salvezza che la Misericordia divina volesse concedere all’ignaro fedele scismatico sarebbe conseguita nonostante la sua appartenenza allo Scisma d’Oriente, e in virtù di un’appartenenza di desiderio alla Chiesa Cattolica. «Invitando con grande affetto all’unione coloro che non fanno ancora parte del corpo della Chiesa Cattolica, il Sommo Pontefice ricorda coloro che “da un certo inconsapevole desiderio e anelito sono ordinati al mistico Corpo del Redentore” (Pio XII, Enc. Mystici Corporis). Egli non li esclude in verun modo dalla salvezza eterna, ma afferma però che costoro si trovano in una condizione “nella quale non possono certo sentirsi sicuri della propria salvezza”, poiché “sono privi di quei tanti doni ed aiuti celesti che solo nella Chiesa Cattolica è dato di godere”. Con queste parole il Papa condanna chiaramente coloro che escludono dalla salvezza eterna gli uomini che non sono uniti alla Chiesa se non con il desiderio implicito, e coloro che affermano, erroneamente, che tutti gli uomini possono salvarsi, a ugual titolo, in tutte le religioni» (cfr. Lettera della S. Congregazione del S. Ufficio all’Arcivescovo di Boston, 8 Agosto 1949). Il documento della Congregazione per la Dottrina della Fede ribadisce esso stesso, con le parole di Paolo VI, che «questa promulgazione nulla veramente cambia della dottrina tradizionale. Ciò che Cristo volle, vogliamo noi pure. Ciò che era, resta. Ciò che la Chiesa per secoli insegnò, noi insegniamo parimenti». Pur riconoscendo che non tutto il corpo dottrinale delle comunità acattoliche è da condannarsi, e che qualche elemento di verità vi si può trovare, va quindi ribadito che la certezza della salvezza eterna si ha solo nella Chiesa Cattolica. Nè si intenda questa verità fondamentale in senso negativo: indicare l’unica Verità salvifica non è arrogante presunzione o volontà di monopolio, ma motivo di un rinnovato slancio di evangelizzazione.
Presidente della Lega Cattolica Antidiffamazione
www.cadl.it
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