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Il ‘Buon Pastore’ nostro Presidente Onorario
A cura della Redazione

La vera qualità contro i grandi numeri del conformismo
di Sergio Rolando

Un coraggioso programma di vita
di Monsignor Andrea Gemma

Il tempo della zattera
di Luciano Nicastro

La fede di Obama
di Mauro Bontempi

In difesa degli esorcismi
di Matteo Orlando

Io, uno Psichiatra all’Inferno
del Professor Simone Morabito

La vita dopo la morte
di Don Gianluca Scrimieri

Ecco perchè non possiamo tacere
di Seripando

Sacre letture – Pio XII, il Messo di Dio
di Umberto Tarsitano



Un giorno indimenticabile

di Pietro Siffi*

La promulgazione del motu proprio “Summorum Pontificum”, lungamente atteso e su cui molto si è detto – anche a sproposito – non può non coglierci, nonostante tutto, impreparati. Ancora una volta il soffio vivificante dello Spirito Santo, che assiste divinamente il Vicario di Cristo, si manifesta come potenza del Paraclito, il Consolatore: Consolator optime. Credo si possa affermare – e maggiormente lo si capirà nel corso dei prossimi anni – che l’evento rappresenti un fatto storico e memorabile per la Chiesa, che si riappropria di un rito ingiustamente esiliato dai fautori della modernità ad ogni costo, riportandolo – è il caso di dirlo – agli onori degli altari: un rito «numquam abrogatum», secondo le parole del Pontefice, «mai abrogato» ed ora in procinto di fare il suo rientro nelle nostre chiese. Ve lo accoglieremo nella festa dell’Esaltazione della Santa Croce, il prossimo 14 Settembre, avendo il tempo di predisporre l’animo – e gli altari – ad una data tanto significativa. Il Santo Padre ha voluto che il rito tridentino fosse affiancato al rito riformato, senza ad esso sostituirvisi obbligatoriamente, come invece avvenne dopo la promulgazione del Novus Ordo. Avrebbe potuto imporre d’autorità il ritorno all’antico, avendo sotto gli occhi gli scarni frutti della riforma; avrebbe potuto esercitare quella stessa potestà, in nome della quale negli anni Settanta gli altari furono spogliati, i tabernacoli accantonati, i paramenti e i sacri arredi venduti agli antiquari, il canto gregoriano messo a tacere, i Messali bruciati. Ma sappiamo tutti che i sostenitori del “rinnovamento” – i cui eredi ancor oggi si stracciano le vesti al solo sentir menzionare un manipolo – sanno esser tanto obbedienti alle norme ch’essi preparano ed impongono, quanto refrattari e ribelli alle leggi che non condividono. In previsione di questo documento molti di essi hanno provveduto da tempo ad eliminare dalle sacrestie ogni arredo che potesse servire per la Messa antica; ma vi è stato anche chi ha saggiamente ed amorevolmente custodito suppellettili e paramenti, pregando e sperando. La chiarezza del documento papale, e insieme la sua inequivocabile forza normativa, non potranno essere attenuate facilmente dai novatori, che in tempi anche recenti si presentarono come zelanti esecutori piuttosto della propria volontà, che non degli ordini della Santa Sede, anche se molti chierici e laici si mostravano insofferenti alle innovazioni: «in molti luoghi non si celebrava in modo fedele alle prescrizioni del nuovo Messale, ma esso addirittura veniva inteso come un’autorizzazione o perfino come un obbligo alla creatività, la quale portò spesso a deformazioni della Liturgia al limite del sopportabile». Deformazioni che nonostante i ripetuti richiami delle Congregazioni Romane sono divenute di prassi nelle nostre chiese, che con gli anni si sono svuotate di fedeli. Abusi – si vorrebbe dire – che sono stati anche l’effetto di una più grave deformazione della dottrina, in cui sono incorsi non pochi ecclesiastici, presi dalla smania di rinnegare il passato e con esso la Fede immutabile della Chiesa. Eppure, ammonisce giustamente il Papa nella Lettera di presentazione del Motu proprio, «ciò che per le generazioni anteriori era sacro, anche per noi resta sacro e grande, e non può essere improvvisamente del tutto proibito o, addirittura, giudicato dannoso». Il fatto che la Liturgia tradizionale non sia stata imposta come obbligatoria varrà a dimostrazione ulteriore della sua validità e non si potrà dire che il clero e il popolo vi si sono rassegnati perchè non si è loro data alternativa. Certo, l’esempio più autorevole si avrà quando – mutato Cæremoniarum Magistro – il Papa stesso celebrerà solennemente un pontificale in rito tridentino: conoscendo lo stile del Santo Padre, non penso si farà molti scrupoli a ripetere in pubblico quanto compie abitualmente in privato. Questo gesto incoraggerà anche i più timidi. La liberalizzazione della Liturgia tradizionale dimostrerà l’amore del popolo cristiano verso questo rito venerando; rinforzerà la fede, la spiritualità ed il fervore dei sacerdoti e dei fedeli; susciterà numerose vocazioni sacerdotali; porterà nuove conversioni alla Chiesa cattolica; attirerà grazie incalcolabili, i cui benefici per i singoli e per la società saranno visibili molto presto. Arriverà anzi un giorno – che speriamo non molto lontano – in cui gli esperimenti démodé dei liturgisti, i loro orribili paramenti sintetici, i loro canti sguaiati e le loro preghiere in vernacolo potranno esser celebrati solo per un ristretto numero di nostalgici, con un apposito Indulto, mentre in tutte le chiese dell’orbe ogni cristiano si sentirà parte dell’unica Chiesa.

 

*Presidente della Lega Cattolica Antidiffamazione

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