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La rivoluzione copernicana di Giovanni Paolo II
di Mauro Bontempi
CITTA’ DEL VATICANO – Se la “Rerum Novarum” è la Magna Charta, la “Centesimus Annus” rappresenta la Confirmatio Cartarum della Dottrina sociale della Chiesa. Essa infatti riafferma la validità dell’impostazione leonina ma alla luce e dei mutamenti politici determinanti in un simile contesto e dell’evoluzione del pensiero sociale avviato e condotta dai Papi del Concilio (Giovanni XXIII e Paolo VI). La “Laborem exercens”, la “Sollecitudo rei socialis” e la “Centesimus Annus” appartengono ad un unico imponente progetto di «rilettura dell’enciclica leonina, invitando a “guardare indietro”, al suo testo per scoprire nuovamente la ricchezza dei principi fondamentali, in essa formulati»: dare maggior nerbo alla Dottrina Sociale della Chiesa attraverso un’analisi sistematica delle varie problematiche, poggiata sulla tradizione ma anche su un’impostazione originale. La chiave di volta del pensiero sociale di Giovanni Paolo II sta nella centralità del ruolo dell’uomo. Il Successore del Principe degli Apostoli alla fine del XX secolo, nell’epoca, secondo molti, della massima autonomia umana (per dirla con Kant), dell’individualismo più marcato ed acceso, dell’a-religiosità, afferma: «La dottrina sociale oggi specialmente mira all’uomo, in quanto inserito nella complessa rete di relazioni delle società moderne. Le scienze umane e la filosofia sono di aiuto per interpretare la centralità dell’uomo dentro la società e per metterlo in grado di capire meglio se stesso, in quanto “essere sociale”. Soltanto la fede, però, gli rivela pienamente la sua identità vera, e proprio da essa prende avvio la dottrina sociale della chiesa, la quale valendosi di tutti gli apporti delle scienze e della filosofia, si propone di assistere l’uomo nel cammino della salvezza». È l’«antropologismo cristiano»: una rivoluzione copernicana per la Dottrina Sociale. Rivoluzione sul piano espositivo, non certo concettuale. Il messaggio è chiaro: la Chiesa non deve rincorrere le singole evoluzioni del pensiero e della prassi politico-economica, ma un vero e proprio impianto teologico non induttivo, ma deduttivo: dai principi alle applicazioni concrete e non viceversa. Non è nemmeno l’affermazione di santi precetti ma avulsi dalla realtà e quindi facilmente strumentalizzabili o malintesi. Homo sum, nihil humanum est alieno a me puto (letteralmente: sono uomo e non ritengo da me alieno nulla di ciò che umano). Il cristiano ha il diritto-dovere di pronunciare la battuta di Terenzio esaltandola con San Giovanni Crisostomo: «L’uomo, grande e meravigliosa figura vivente, più prezioso agli occhio di Dio dell’intera creazione: è l’uomo, è per lui che esistono il cielo e la terra e il mare e la totalità della creazione» (San Giovanni Crisostomo, Sermones in Gensis, 2).
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