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L’uguaglianza dei Messali di San Pio V e del Beato Giovanni XXIII

di Bruno Volpe

CITTA’ DEL VATICANO – Un chiarimento, a scanso di equivoci: il Messale di Giovanni XXIII del 1962 è, in realtà, lo stesso di San Pio V, datato 1574, semplicemente rivisto e solo parzialmente modificato. La riforma del Papa buono, infatti, altro non è che una piccola depurazione del Messale tridentino. E’ giusto dire, quindi, che il “motu proprio” di Benedetto XVI ammetterà l’ultima edizione del rito preconciliare, quello di San Pio V, appunto, cosi come modificato dal Beato Giovanni XXIII. Ma entriamo nel merito della Liturgia. La posizione del celebrante, tanto per fare un esempio, nel Messale del 1962 è rivolta verso Oriente, la cerimonia Eucaristica è tutta in latino, esclusa l’omelia, proprio come quella tridentina. Le piccole correzioni apportate da Giovanni XXIII riguardano, ad esempio, l’eliminazione di passaggi, come la richiesta di pregare per i “perfidi giudei” (frase mai accettata di buon grado dagli ebrei), contenuta nel rito tridentino integrale, e qualche dettaglio, ma mantenendo inalterata la sostanza. Quanto al “motu proprio” di Benedetto XVI, esso non è detto che elimini la necessità di richiedere il permesso al Vescovo diocesano per la celebrazione della Messa in latino per concedere la facoltà a gruppi di almeno 30 fedeli di avanzare istanza direttamente al parroco. Come sottolineato dal Cardinale Tarcisio Bertone, infatti, il ruolo del Vescovo “resterà centrale”; bisognerà vedere solo in che termini. Fatto sta che per molti settori della Chiesa è davvero importante che il Papa abbia deciso di liberalizzare un rito, quello tridentino, il cui isolamento, considerate la sue doti di bellezza e spiritualità, rischiava di provocare un grande torto storico ai danni di uno dei patrimoni liturgici più splendenti della Chiesa.