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La prima Enciclica sociale di Benedetto XVI
di Mauro Bontempi
ROMA – La strategia migliore per affossare una nomina o un’iniziativa è “bruciarla” senza attendere il naturale procedere del percorso di definizione. Fra i tanti rumors, più o meno fondati, circolati attorno all’attività del Santo Padre, filtrò l’indiscrezione che durante le scorse vacanze estive Benedetto XVI avesse impostato la sua prima “enciclica sociale”. A torto. Per una “Centesimusvigenti annus” si dovrà attendere il 2011. Cionostante, la “Deus Caritas Est” è anche una “enciclica sociale”. Lo rivela la semplice lettura della seconda parte del testo (in particolare dal numero 26 al 31). È ormai una cifra stilistica assodata di del Papa teologo l’asciutta, cristallina e stringente logica, la fede ferma e serena. Con l’onestà intellettuale del docente universitario, il Pontefice nel capitolo “Giustizia e carità” tocca il nodo cruciale della questione: libera Chiesa in libero Stato o Stato libero da Chiesa (libera essa stessa perché estromessa dalla polis)? A cosa serve una dottrina sociale (al di là del soggetto produttore) senza il diritto (non la facoltà, si badi) di esercitarla concretamente? E quindi, rivoluzionando i termini e l’oggetto della questione, si interroga sulla natura, i compiti, il ruolo dello Stato: quale è, ultimamente, la missione dello Stato? Può essere la politica «una semplice tecnica per la definizione dei pubblici poteri»? Può essere lo Stato un Leviatano «che vuole provvedere a tutto, che assorbe tutto in sé»? Certo che no! Non lo scrive esplicitamente, il Pontefice, ma non sembra scorretto affermare che lo Stato ha bisogno del contributo della Chiesa per lo svolgimento pieno e completo della sua sovranità. «Norma fondamentale dello Stato – si legge sempre al paragrafo 26 – deve essere il perseguimento della giustizia e … lo scopo principale di un giusto ordine sociale è di garantire a ciascuno, nel rispetto del principio di sussidiarietà, la sua parte dei beni comuni». Lo Stato ha il dovere di riconoscere e sostenere «nella linea di principio della sussidiarietà, le iniziative che sorgono dalle diverse forze sociali e uniscono spontaneità e vicinanza agli uomini bisognosi di aiuto». La politica, nell’indirizzare l’attività dello Stato verso il raggiungimento del giusto ordine, mostra chiaramente la sua natura etica. «In questo punto politica e fede si toccano: la fede permette alla ragione di svolgere in modo migliore il suo compito e vedere meglio ciò che le è proprio». Cooperano pur nella loro autonomia. Le “sinapsi” di questi due “emisferi celebrali” sono i laici cattolici. Non solo i politici cattolici, ma tutti i cittadini che si riconoscono Cattolici, chiamati a non ritirarsi su un comodo Aventino, ma al contrario a «partecipare in prima persona alla vita pubblica». Nella Chiesa non c’è posto per la pusillanimità! Lo affermava solennemente Pio XII con le mani e gli occhi al cielo dal balcone della loggia centrale di San Pietro alla vigilia delle elezioni del ’48. Non c’è posto neppure, ci permettiamo di aggiungere, per l’ “uomo schizofrenico” figlio del tanto incensato laicismo ottocentesco: l’uomo scisso in un foro interiore ed uno esteriore. Due mondi artificiosamente creati da quella cultura politica che, in nome di una ambigua concezione di libertà, ghettizza di fatto il diritto naturale di vivere pienamente la propria fede. Con la “Deus Caritas Est”, Benedetto XVI dilata la dottrina sociale sino a ricomprendere in sé tutti le manifestazioni dell’uomo: la Dottrina Sociale della Chiesa si edifica sulle fondamenta della ragione e del diritto naturale. La Chiesa Cattolica si autodisciplina sottoponendo il proprio agire nel campo sociale a due divieti (uno positivo, l’altro negativo): «deve essere indipendente da partiti ed ideologie», ma «non deve essere un mezzo in funzione di ciò che oggi viene indicato come proselitismo». È quindi la dottrina politico-sociale per eccellenza, la più pura e la più universale (cattolica, etimologicamente intesa). Essa guarda all’uomo nella sua “tridimensionalità”: la lunghezza delle sue capacità materiali, l’altezza della speculazione, la profondità dell’indagine interiore. È questo il nuovo umanesimo annunciato da Giovanni Paolo II nella “Centesimus Annus”. È questa la nuova impronta alla dottrina politico-sociale della Chiesa di Benedetto XVI.
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