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Le nuove Br peggio delle vecchie: vogliono distruggere i valori della Chiesa
di Alberto Giannino
MILANO – E così, le nuove Brigate Rosse di Nadia Desdemona Lioce, 45 anni, di Foggia, ex esponente dei Nuclei Comunisti Combattenti (Ncc), detenuta nel carcere de L’ Aquila, sarebbero all’origine delle minacce e delle gravi intimidazioni nei confronti del Presidente della CEI, Monsignor Angelo Bagnasco, Arcivescovo di Genova. Negli anni ‘70 uccisero in maniera crudele, ignobile e orribile l’onorevole Aldo Moro e la sua scorta, magistrati, giornalisti, uomini delle Forze dell’Ordine, sindacalisti, operai, dirigenti e docenti universitari. Mai, nel mirino dei brigatisti, però, furono coinvolti uomini di Chiesa. E allora dobbiamo chiederci perché, dopo i recenti assassini di Biagi e D’Antona, nel loro mirino, sia entrato addirittura un Vescovo mite come Bagnasco. Ci domandiamo, non senza sgomento, perché i terroristi vogliano intimidire la Chiesa italiana e i suoi uomini più impegnati. Quali sono gli obiettivi che si propongono, quali sono gli interessi che muovono le loro mani, e perché hanno deciso di colpire così in alto? Sono domande alle quali dovranno rispondere gli inquirenti di Genova, ma anche il ministro dell’Interno Giuliano Amato, l’Antiterrorismo e il Sisde. La Chiesa, questa potrebbe essere l’accusa, fa politica. Interviene nelle vicende interne dello Stato italiano, ingerisce indebitamente nelle questioni interne di un altro Stato. E la massima autorità della Chiesa italiana è Monsignor Angelo Bagnasco. E quindi Bagnasco va colpito, va punito, e deve avere una lezione esemplare. Monsignor Bagnasco, nel suo ministero pastorale, infatti, parla della difesa dei valori fondamentali cristiani e su questi temi crea consenso politico mettendo in difficolta’ la sinistra radicale che e’ al Governo (vedi il Family Day). E le nuove Brigate rosse, a quello che ritengono un disegno politico pericoloso, che consentirebbe alle destre di ritornare al potere non ci stanno. Ma quali valori, dunque, Monsignor Bagnasco ha difeso? Intendiamo alludere al problema della tutela della famiglia fondata sul matrimonio, quale è riconosciuta anche nella Costituzione italiana (art. 29), al problema della difesa della vita umana dal suo concepimento fino al suo termine naturale e infine al problema dell’educazione e conseguentemente della scuola, palestra indispensabile per la formazione delle nuove generazioni. La Chiesa, abituata com’è a scrutare la volontà di Dio iscritta nella natura stessa della creatura umana, vede nella famiglia un valore importantissimo che deve essere difeso da ogni attacco mirante a minarne la solidità e a metterne in questione la stessa esistenza. Nella vita umana, poi, la Chiesa riconosce un bene primario, presupposto di tutti gli altri beni, e chiede perciò che sia rispettata tanto nel suo inizio quanto nel suo termine, pur sottolineando la doverosità di adeguate cure palliative che rendano la morte più umana. Quanto alla scuola, poi, la sua funzione si connette alla famiglia come naturale espansione del compito formativo di quest’ultima. A questo proposito, ferma restando la competenza dello Stato a dettare le norme generali dell’istruzione, essa non puo’ non esprimere l’auspicio che venga rispettato concretamente il diritto dei genitori ad una libera scelta educativa, senza dover sopportare per questo l’onere aggiuntivo di ulteriori gravami. Ma è poi cosi vero che la Chiesa italiana faccia politica? Facciamo rispondere a Papa Benedetto XVI. Come egli ha scritto nell’Enciclica Deus caritas est (cfr nn. 28-29), sui rapporti tra religione e politica Gesù Cristo ha portato una novità sostanziale, che ha aperto il cammino verso un mondo più umano e più libero, attraverso la distinzione e l’autonomia reciproca tra lo Stato e la Chiesa, tra ciò che è di Cesare e ciò che è di Dio (cfr Mt 22, 21). La stessa libertà religiosa, che avvertiamo come un valore universale, particolarmente necessario nel mondo di oggi, ha qui la sua radice storica. “La Chiesa, dunque, non è e non intende essere un agente politico. Nello stesso tempo ha un interesse profondo per il bene della comunità politica, la cui anima è la giustizia, e le offre a un duplice livello il suo contributo specifico. La fede cristiana, infatti, purifica la ragione e l’aiuta ad essere meglio se stessa: con la sua dottrina sociale pertanto, argomentata a partire da ciò che è conforme alla natura di ogni essere umano, la Chiesa contribuisce a far sì che ciò che è giusto possa essere efficacemente riconosciuto e poi anche realizzato. A tal fine sono chiaramente indispensabili le energie morali e spirituali che consentano di anteporre le esigenze della giustizia agli interessi personali, o di una categoria sociale, o anche di uno Stato: qui di nuovo c’è per la Chiesa uno spazio assai ampio, per radicare queste energie nelle coscienze, alimentarle e irrobustirle. Il compito immediato di agire in ambito politico per costruire un giusto ordine nella società non è dunque della Chiesa come tale, ma dei fedeli laici, che operano come cittadini sotto propria responsabilità: si tratta di un compito della più grande importanza, al quale i cristiani laici italiani sono chiamati a dedicarsi con generosità e con coraggio, illuminati dalla fede e dal magistero della Chiesa e animati dalla carità di Cristo”. (Verona 2006) E sempre Papa Benedetto XVI, nella sua visita al Quirinale, disse al Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi: “Le relazioni tra la Chiesa e lo Stato italiano sono fondate sul principio enunciato dal Concilio Vaticano II, secondo cui “la comunità politica e la Chiesa sono indipendenti e autonome l’una dall’altra nel proprio campo. Tutte e due anche se a titolo diverso, sono a servizio della vocazione personale e sociale delle stesse persone umane” Gaudium et Spes, 76). E’ principio, questo, già presente nei Patti Lateranensi e poi confermato negli Accordi di modifica del Concordato. Legittima è dunque una sana laicità dello Stato in virtù della quale le realtà temporali si reggono secondo le norme loro proprie, senza tuttavia escludere quei riferimenti etici che trovano il loro fondamento ultimo nella religione. L’autonomia della sfera temporale non esclude un’intima armonia con le esigenze superiori e complesse derivanti da una visione integrale dell’uomo e del suo eterno destino”. (Discorso al Quirinale di Benedetto XVI). Mi pare che la posizione del Papa sia chiara, eloquente e non si presti ad equivoci. La Chiesa si limita ad “annunciare il Vangelo” e a difendere la morale cristiana senza interferire nella sfera politica. Parla solo dei contenuti, non degli schieramenti politici! Forse non tutti hanno avvertito l’aspetto paradossale e drammatico della posizione assunta dalla Chiesa cattolica a riguardo del mondo, proprio nell’ora in cui il mondo, nelle parole o nei fatti, dichiara di non aver bisogno di lei, anzi di considerarla istituzione storicamente e culturalmente sorpassata, per di più ingombrante e nociva. Il laicismo, cioè il proposito di fare a meno di Dio, è la formula oggi di moda. La sufficienza del mondo a risolvere da sé i suoi problemi, a generare un umanesimo proprio, a darsi il proprio equilibrio, la propria morale, la propria interpretazione dei destini dell’uomo, della sua storia e della sua civiltà, si afferma oggi con caratteri così sicuri e perentori da rendere paradossale, per non dire vano e anacronistico l’inserimento della Chiesa nel processo della vita moderna. Da qui forme di radicale opposizione alla Chiesa, diffuse in varie Nazioni, e soprattutto in vari settori del pensiero e della politica: la Chiesa, si dice, non c’entra. L’ateismo poi si afferma come la forma religiosa, cioè assoluta, se così si può dire, del laicismo. E proprio di fronte a questo stato di cose, la Chiesa, con l’audacia, che si potrebbe dire ingenua, se non fosse ispirata, si presenta al mondo, come apostolica, cioè intenzionalmente determinata a esercitare la sua missione di «sale della terra», di «luce del mondo» (Mt. 5, 14-15). La Chiesa odierna, quella della Costituzione Gaudium et Spes, non teme riconoscere i «valori» del mondo profano; non teme di affermare una «legittima sana laicità dello Stato», come «uno dei principi della dottrina cattolica»; così la Chiesa oggi distingue fra laicità, cioè fra la sfera propria delle realtà temporali, che si reggono con principi propri e con relativa autonomia derivante dalle esigenze intrinseche di tali realtà – scientifiche, tecniche, amministrative, politiche, ecc. -, e il laicismo, che dicevamo l’esclusione dell’ordinamento umano dai riferimenti morali e globalmente umani, che postulano rapporti imprescrittibili con la religione. E perciò la Chiesa, mentre riconosce, a quelli che vivono nella sfera secolare, cioè senza uffici di ministero religioso, il diritto di svolgere liberamente e validamente la loro attività naturale e profana, non li abbandona, là dove la loro attività si ripercuote nelle loro coscienze; cioè non li lascia senza il duplice lume dei principi e dei fini, che devono orientare e sorreggere la vita umana in quanto tale. L’autonomia della sfera temporale è sottratta alla competenza della Chiesa, come ci ricorda Benedetto XVI («Date a Cesare quello ch’è di Cesare, e date a Dio quello ch’è di Dio» (Mt. 22, 21); non è, come ironicamente si dice, clericalizzata; ma nello stesso tempo non è avulsa dall’armonia con le esigenze superiori e complesse della visione integrale dell’uomo e dei suoi superiori destini. Da qui dobbiamo trarre due conclusioni molto importanti per la nostra mentalità moderna. Prima conclusione: la nostra concezione pratica della vita deve conservare a Dio, alla religione, alla fede, alla salute spirituale il primo posto; e non solo un primo posto d’onore, puramente formale, o rituale, ma altresì logico e funzionale. Se sono cristiano, ciascuno deve dire, io, debitamente onorando in me questo titolo, possiedo la chiave interpretativa della vita vera, la somma fortuna, il bene superiore, il primo grado della vera esistenza, la mia intangibile dignità, la mia inviolabile libertà. La mia collocazione in ordine a Dio è la cosa più preziosa e più importante. La gerarchia dei miei doveri conserva a Dio il primo livello: «Io sono il Signore Dio tuo» (Es. 20, 2). Cristo lo ripeterà: «cercate in primo luogo il regno di Dio» (Mt. 6, 33). Il primo orientamento della vita, l’asse centrale e direttivo del mio umanesimo, rimane quello teologico. Il precetto, che soverchia e sintetizza tutti gli altri, è sempre quello dell’amore a Dio (Cfr. Mt. 22, 37; Dt. 9, 5); precetto sublime, e tutt’altro che facile, ma che nello stesso sforzo del suo adempimento genera il motivo e la energia per adempiere gli altri inferiori precetti, primo fra gli altri e, a sua volta, somma degli altri, l’amore al prossimo, tanto che esso si pone quale prova dello stesso amore a Dio (Cfr. 1 Gv. 2, 9; 4, 20). Così che la soppressione dell’amore a Dio, nella convinzione che basti l’amore al prossimo (… quanti oggi si illudono d’aver semplificato il problema morale, trascurando il suo fondamentale principio religioso e riducendolo ad una filantropia umanistica!), compromette anche il rapporto d’autentico amore all’uomo, rapporto che facilmente decade, non più universale, non più disinteressato, non più costante. Può diventare parziale, e perciò principio di lotta e di odio. Proprio come nel caso delle nuove Brigate rosse che hanno preso di mira il Presidente della CEI, Monsignor Angelo Bagnasco, per motivi pseudo politici.
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