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I compiti principali del successore di Pietro
di Alberto Giannino
MILANO – Quali sono i compiti del Successore di Pietro? Sono essenzialmente tre: annunciare il Vangelo a tutti; confermare i fratelli nella fede; pascere il gregge del Signore. Ebbene, Benedetto XVI, da due anni sta attivamente svolgendo questo suo ministero Petrino. Lo fa incontrando nelle Udienze generali i fedeli, lo fa incontrando il Popolo di Dio nei suoi Viaggi Apostolici, lo fa incontrando i giovani, lo fa incontrando sacerdoti, vescovi e cardinali, superiori generali dei vari Ordini maschili e femminili, e lo fa attraverso il suo magistero. Senza contare le udienze private, i messaggi, gli interventi, le lettere, la preparazione delle omelie e dei testi dei suoi discorsi. Ed e’ qui che emerge anche quel Magistero che oggi viene tanto contestato da relativisti morali, scientisti positivisti, razionalisti, storicisti, atei e agnostici. Il Papa, secondo loro, dovrebbe parlare di tutto (anche di calcio) ma senza parlare della difesa dei valori della vita, della famiglia, della liberta’ di educazione e della difesa del bene comune in ogni sua forma (cfr. Sacramentum caritatis). Il Papa, se evitasse di parlare dei divieti o di quelli che sono considerati dei tabu’, sarebbe un ottimo successore di Pietro, per questi signori che vivono “come se Dio non esistesse”. Ma il Papa, come dice bene il Vangelo, non puo’ conformarsi alla mentalita’ di questo mondo, non puo’ parlare solo delle cose di lassu’: Egli verrebbe meno alla sua funzione, al suo ruolo, al suo compito tradendo Cristo. Ecco, allora, che Benedetto XVI annuncia Gesu’ crocifisso e risorto, ci parla di Maria madre di Gesu’ e madre di Dio, ci dice che l’Eucarestia e’ presenza reale del Corpo e del Sangue di Cristo, e che il Decalogo e il Discorso della montagna sono piu’ che mai attuali. E che da qui discende la morale cattolica tanto vituperata e tanto dileggiata. Una morale che se non ci fosse, tutto sarebbe piu’ bello. Divertimento, edonismo e libertinismo. Ma Papa Ratzinger non recede dalla morale, non tradisce Cristo e allora viene accusato di essere conservatore, retrogrado e attaccato al passato. Che bello sarebbe (pensano questi laicisti e anticlericali) se la Chiesa non ci proponesse la solita minestra riscaldata e se fosse flessibile su aborto, eutanasia e temi etici, un po’ come il Cardinale Carlo Maria Martini, propone periodicamente sulla stampa di sinistra. Ma si sa egli e’ un ottimo biblista e, contrariamente ai teologi, non e’ abituato alla Tradizione e al Magistero. E’ casomai abituato a un libero esame della S. Scrittura. Quantomeno, pero’ , gli riconosciamo la sincerita’ e l’onesta’ intellettuale nelle sue posizioni che esterna pubblicamente e con coraggio. Mentre, altri Vescovi che la pensano esattamente come Martini, tacciono rigorosamente, fingendo davanti al Popolo di Dio e alla loro diocesi, fingendo davanti ai loro confratelli Vescovi e al Papa. Sono vescovi arrivisti, uomini di potere e che lavorano per la zizzania e che scandalizzano i semplici con le loro posizioni che, di fatto, sono un magistero parallelo. Ma su di loro ritorneremo piu’ avanti in un altro articolo. Quindi “l’avversione” verso Benedetto XVI da parte dei laicisti nasce dal proclamare la Verita’, dall’annuncio a tutti della Buona Novella (integralmente, non solo i brani che fanno comodo a teologi e biblisti) senza deflettere dalla morale. Benedetto XVI conferma pertanto i fratelli nella fede, come e’ suo compito precipuo, senza tenere conto delle insidie del Maligno e dei suoi detrattori. Lo fa come uomo mite, ma nella fermezza dei principi. L’altro compito del Successore di Pietro e’ quello del Pastore che pasce le sue pecorelle, che raduna il suo gregge nella dispersione, che lenisce le sue sofferenze e che offre la sua vita per loro. Riassumiamo. È fuori dubbio che la funzione pastorale comporta l’esercizio di un’autorità. Il Pastore è capo, è guida; è maestro, potremmo anche dire, se è vero ciò che dice Gesù, che il suo gregge ascolta e segue la sua voce di buon Pastore (Gv. 10, 3-4). Un’autorità, che non è conferita dal gregge; una prerogativa, una responsabilità, un’iniziativa, che lo precede: ante eas vadit (Gv. 10, 4), e che non si fa condurre da lui, come vorrebbe certa concezione dell’autorità. Ma subito una seconda nota, coesistente con quella dell’autorità, definisce il Pastore, nel disegno costituzionale evangelico; ed è quella del servizio. L’autorità, nel pensiero di Cristo, non è a beneficio di chi la esercita, ma a vantaggio di coloro ai quali si rivolge; non da loro, ma per loro. Questa concezione è ciò che la giustifica (ricordiamo la celebre frase del Manzoni nel delineare il profilo ideale del Card. Federigo: «Non ci può essere giusta superiorità di uomo sopra gli uomini, se non in loro servizio») (MANZONI, I Promessi Sposi, c. XXII). L’autorità è un dovere, è un peso, è un debito, è un ministero verso gli altri, per condurli alla vita, di cui Dio l’ha resa dispensatrice (Tit. 1, 7; 1 Cor. 4, l-2; 1 Petr. 4, 10; Lc. 12, 42), ed a cui Dio vuole che essi possano giungere. È un canale; canale obbligato, necessario, ma salutare. Si chiama «cura d’anime». Questa è la funzione pastorale. E questo aspetto di «cura d’anime», nel quale si perfeziona il concetto della pastoralità, ci apre una nuova visione, ci indica una terza nota, oltre quelle dell’autorità e del servizio; la nota dell’amore: è un servizio compiuto per amore e con amore. E l’amore, se davvero è tale, porta subito alla sua espressione assoluta, il dono totale di sé, il sacrificio; proprio come Gesù ha detto ed ha fatto di Sé e propone ad esempio di chi nell’ufficio di Pastore lo seguirà: «Il buon Pastore dà la vita per il suo gregge» (Gv, 11. 10). Qui vi è compresa una duplice somma di requisiti pastorali; una somma soggettiva di virtù proprie di chi esercita la cura d’anime; e quante sono! La premura (ricordiamo la sollecitudine di San Paolo) (2 Cor. 11, 28), il disinteresse, l’umiltà, la tenerezza (cfr. ancora San Paolo nel bellissimo discorso ai Cristiani di Mileto) (At. 20, 19); e poi la somma oggettiva delle esigenze dell’arte pastorale, cioè lo studio e l’esperienza di quanto interessa la cura d’anime, fino a classificare la funzione pastorale fra le scienze derivate dalla teologia; la teologia pastorale, nei cui tesori la psicologia (si veda, ad esempio, il libro terzo della famosa Regola pastoralis di San Gregorio Magno), e la sociologia, oggi tanto in auge, figurano con legittima dignità. Da qui si conclude che la pastoralità non vuol dire empirismo e bonarietà nei rapporti comunitari, né tanto meno esclusione dal ricorso a principi dottrinali indispensabili per l’energia e la fecondità stessa dell’apostolato pastorale; ma significa piuttosto applicazione concreta, esistenziale delle verità teologiche e dei carismi spirituali all’apostolato, a quell’apostolato che arriva alle singole anime e alla comunità delle persone, e che, dicevamo, si chiama cura di anime. Tutto questo riguarda la gerarchia, il sacerdozio ministeriale, i Pastori, che nel Popolo di Dio sono investiti della specifica funzione di procurare ai Fedeli i doni della parola, della grazia, della carità comunitaria. È vero. Ed è questa la responsabilità, piena e diretta, tanto più impegnativa quanto più prossimo è il grado che unisce Benedetto XVI alla Persona di Cristo e alla sua missione della salvezza. Insomma, Benedetto XVI, come ha dimostrato sul campo in questi due anni, e’ il Buon Pastore, che come dice il profeta Ezechiele, non pasce se stesso, ma tutto il gregge a lui affidato. (Ez 34, 2) E di questo dobbiamo essergli grati, specialmente quando i rottami della sinistra radicale becera lo attaccano sul fronte della pedofilia cercando di delegittimare la sua immagine e quella della Chiesa. Quando un Papa lavora bene, state tranquilli che e’ oggetto di critiche, di calunnie e di attacchi inauditi. Ma noi che abbiamo il dono della fede, sappiamo che lo Spirito Santo guida la Chiesa e protegge il Successore di Pietro.
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