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Se il libro del Papa su Gesù attira anche l’attenzione degli atei
di Angela Ambrogetti
CITTA’ DEL VATICANO – Ne parlano più gli atei che i credenti, chissà perché. Il libro di Papa Benedetto su Gesù, campione di vendite, sembra lasciare senza parole i credenti. Eppure è ricco di spunti, e con dei contenuti “esplosivi” che dovrebbero far riflettere i media cattolici, che magari piuttosto che far parlare di calcio il Segretario di Stato Vaticano potrebbero chiedere riflessioni sul Cristo. Sono invece i cosiddetti “laici” a cogliere la forza delle proposte ratzingheriane ed a raccogliere la sfida. Timore riverenziale o disinteresse? E’ forse troppo “banale” interessarsi del Papa, meglio per alcuni cercare di “mascherarsi”. Un applauso allora a riflessioni come quella apparsa su “Il Foglio” del 16 maggio scorso, firmata Andrea Monda, che interpella uno dei “protagonisti” del libro di Joseph Ratzinger-Benedetto XVI: il rabbino Jacob Neusner. Il dibattito è meglio del dialogo, dice il Rabbino al Teologo. In effetti l’apertura sul mondo ebraico fatta da Ratzinger è esplosiva come, e forse più, di gesti come la visita in sinagoga, o al muro del pianto. Solo che bisogna dedicarci tempo, e capacità. Una immagine è certo più facile da raccontare, ma scava meno nei significati profondi. Nel libro “Gesù di Nazareth” l’autore scuote la polvere delle letture “classiche” e apre prospettive che richiederanno anni per entrare nel cuore di molti. Come la lettura essena di alcuni eventi della vita del Messia. Una lettura cui Benedetto XVI aveva accennato nell’omelia per la Messa in Coena Domini del Giovedì Santo 2007. Rileggiamo: “Secondo Giovanni, Gesù morì sulla croce precisamente nel momento in cui, nel tempio, venivano immolati gli agnelli pasquali. La sua morte e il sacrificio degli agnelli coincisero. Ciò significa, però, che Egli morì alla vigilia della Pasqua e quindi non poté personalmente celebrare la cena pasquale – questo, almeno, è ciò che appare. Secondo i tre Vangeli sinottici, invece, l’Ultima Cena di Gesù fu una cena pasquale, nella cui forma tradizionale Egli inserì la novità del dono del suo corpo e del suo sangue. Questa contraddizione fino a qualche anno fa sembrava insolubile… La scoperta degli scritti di Qumran ci ha nel frattempo condotto ad una possibile soluzione convincente che, pur non essendo ancora accettata da tutti, possiede tuttavia un alto grado di probabilità. Siamo ora in grado di dire che quanto Giovanni ha riferito è storicamente preciso. Gesù ha realmente sparso il suo sangue alla vigilia della Pasqua nell’ora dell’immolazione degli agnelli. Egli però ha celebrato la Pasqua con i suoi discepoli probabilmente secondo il calendario di Qumran, quindi almeno un giorno prima – l’ha celebrata senza agnello, come la comunità di Qumran, che non riconosceva il tempio di Erode ed era in attesa del nuovo tempio. Gesù dunque ha celebrato la Pasqua senza agnello – no, non senza agnello: in luogo dell’agnello ha donato se stesso, il suo corpo e il suo sangue… Ha offerto Egli stesso la sua vita. Solo così l’antica Pasqua otteneva il suo vero senso”. Le riletture “giovannea” ed “essena” di parti importanti della vita di Gesù aprono prospettive nuove per la “ragionevolezza della fede”. La vera scommessa per i cristiani del terzo millennio che devono essere preparati ad affrontare l’assalto culturale del relativismo. Il dibattito è meglio del dialogo, per creare un vero dibattito bisogna conoscere, studiare, mettersi in discussione, ascoltare, leggere. Il perché poi lo ha spiegato proprio Benedetto parlando ai vescovi italiani: “Il clima culturale relativistico che ci circonda rende sempre più importante e urgente radicare e far maturare in tutto il corpo ecclesiale la certezza che Cristo, il Dio dal volto umano, è il nostro vero e unico Salvatore. Il libro “Gesù di Nazaret” – un libro personalissimo, non del Papa ma di quest’uomo – è scritto con questa intenzione: che possiamo di nuovo, con il cuore e con la ragione, vedere che Cristo è realmente Colui che il cuore umano attende”. “Gesù di Nazareth” di Joseph Ratzinger-Benedetto XVI è quasi un manuale, con il quale un credente può affrontare il mondo. Abbiamo bisogno di conoscerlo e capirlo. Il nostro compito di comunicatori è provarci, e far scoprire la bellezza di gridare quel “si” che l’incontro con Gesù ci chiede.
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