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L’Onnipotenza di Dio è l’Onnipotenza dell’Amore
del Cardinale Angelo Comastri

L’inferno esiste ed è eterno
di Maurizio Fois

Quando l’Eucaristia è vittima dei satanisti
di Stefano Cropanese

Gli Ordini dei Canonici Regolari: numeri e abiti
di Daniele Di Sorco

Sul valore teologico del Concilio Vaticano II
di Don Curzio Nitoglia

Se anche le altre religioni recitassero il ‘mea culpa’
di Sergio Rolando

Il Generale e la cappella del disonore
di Gianluca Barile

La Grazia e il Peccato, nostro pane quotidiano
di Luciano Nicastro

Lettera a un seminarista
di Andrea Maniglia

Pompei, dove la Madonna appare ai cuori
di Padre Antonio Rungi



Le nuove frontiere dell’evangelizzazione

di Matteo Orlando

CITTA’ DEL VATICANO – Le vie del Signore sono infinite, anche su Internet. I cattolici viaggiano nel cyberspazio alla scoperta di nuovi territori religiosi nell’universo virtuale e i siti religiosi proliferano in modo esponenziale. Secondo una ricerca dell’Iit-Cnr (Istituto di informatica e telematica del Consiglio nazionale delle ricerche di Pisa), sono quasi 30.000 i siti di natura cattolica e 2.000 i blog. Dal conteggio sono stati esclusi i siti palesemente blasfemi (1.366), quelli riferiti alla religione in maniera impropria, non significativa (siti informativi, hotel, pubbliche amministrazioni, etc.) e quelli fuorvianti. Ugualmente esclusi i siti con suffissi diversi dal .it (ad esempio .com o .org). Le pagine contenenti riferimenti al cattolicesimo sul web .it sono, complessivamente, 562.574. Una realtà molto significativa considerando, a titolo di paragone, che le pagine del web .it con riferimenti alla politica, uno degli argomenti più “caldi” nella Rete italiana, sono circa 930.000. La Lombardia conta quasi il 17% dei domini di matrice cattolica; seguono Lazio (13%), Veneto (7,77%), Campania (7,36%), Toscana (7,22%) e Sicilia (7,08%). Per quanto riguarda le province, è Roma a primeggiare (10,7% del totale) davanti a Milano (7,8%). L’interesse della Chiesa per i new media è confermato da ulteriori dati resi noti dall’Associazione dei webmaster cattolici e pubblicati su “Focus .it”. L’85,7% delle 26.000 parrocchie italiane hanno già uno o più computer e il 70% sfrutta una connessione a Internet; nelle parrocchie che hanno un sito web, il 93,7% dei sacerdoti ricerca e scarica materiale per la propria attività. Un’altra società di ricerca, la ‘Picture’, condotta dal professor Lorenzo Cantoni, ha documentato l’interesse dei religiosi verso le nuove tecnologie. Infatti, il 62,4% dei sacerdoti nel mondo (il 49,5% in Italia) usa la Rete almeno una volta la settimana nell’attività pastorale; appena il 5,6% (5,9% a livello italiano) crede che i pericoli della tecnologia siano maggiori dei vantaggi che essa offre. Questi dati, evidentemente, sono conosciuti dal Santo Padre Benedetto XVI, che nel messaggio per la XLIV giornata mondiale delle comunicazioni sociali, dal titolo “Il sacerdote e la pastorale nel mondo digitale. I nuovi media al servizio della parola”, ha scritto: “I moderni mezzi di comunicazione sono entrati da tempo a far parte degli strumenti ordinari, attraverso i quali le comunità ecclesiali si esprimono, entrando in contatto con il proprio territorio ed instaurando, molto spesso, forme di dialogo a più vasto raggio, ma la loro recente e pervasiva diffusione e il loro notevole influsso ne rendono sempre più importante ed utile l’uso nel ministero sacerdotale”. “Chi meglio di un uomo di Dio – ha sottolineato inoltre il Papa – può sviluppare e mettere in pratica, attraverso le proprie competenze nell’ambito dei nuovi mezzi digitali, una pastorale che renda vivo e attuale Dio nella realtà di oggi e presenti la sapienza religiosa del passato come ricchezza cui attingere per vivere degnamente l’oggi e costruire adeguatamente il futuro”. In Internet, si sa, c’è tutto e il contrario di tutto. Per esempio in Rete c’è una sorta di tentativo di dar vita a forme religiose nuove, a varie forme di pseudo-religioni intriganti e inquietanti, senza contare il proliferare dei siti satanici o quelli di psico-santoni. La realtà virtuale costituisce per i cattolici una sorta di sfida e, a modo suo, esprime il perenne bisogno di senso dell’uomo. Tuttavia il senso di onnipotenza che la Rete può far provare, può essere un profondo inganno per l’uomo (anche perché promette di sollevare l’uomo dal peso fastidioso di relazioni interpersonali reali e gli consegna narcisistiche illusioni di felicità). Proprio per scongiurare questo, il Papa aggiunge: “Compito di chi, da consacrato, opera nei media è quello di spianare la strada a nuovi incontri, assicurando sempre la qualità del contatto umano e l’attenzione alle persone e ai loro veri bisogni spirituali; offrendo agli uomini che vivono questo nostro tempo “digitale” i segni necessari per riconoscere il Signore; donando l’opportunità di educarsi all’attesa e alla speranza e di accostarsi alla Parola di Dio, che salva e favorisce lo sviluppo umano integrale”; “il Presbitero nell’impatto con il mondo digitale deve far trasparire il suo cuore di consacrato, per dare un’anima non solo al proprio impegno pastorale, ma anche all’ininterrotto flusso comunicativo della “rete”. Anche nel mondo digitale deve emergere che l’attenzione amorevole di Dio in Cristo per noi non è una cosa del passato e neppure una teoria erudita, ma una realtà del tutto concreta e attuale”. Naturalmente, continua il Santo Padre, “non bisogna dimenticare, però, che la fecondità del ministero sacerdotale deriva innanzitutto dal Cristo incontrato e ascoltato nella preghiera; annunciato con la predicazione e la testimonianza della vita; conosciuto, amato e celebrato nei Sacramenti, soprattutto della Santissima Eucaristia e della Riconciliazione”. Come è possibile abitare i mondi telematici e interagire con i “nativi digitali” senza scolorire o contaminare in modo fatale l’annuncio del Vangelo? Come è possibile non cedere alle modalità narcisistiche, emozionali e ambigue della tecnologia digitale, e non rinunciare all’autenticità della relazione interpersonale e alla sua feconda generatività? Sicuramente occorre puntare su tre processi irrinunciabili: 1) Ricostruire percorsi narrativi dell’identità (recuperare la fascinazione della narrazione di sé, del proprio gruppo e del mondo, come modalità propria per la costruzione dell’identità); 2) Recuperare il gusto del bello (che rimanda sempre a qualcos’altro e utilizza la percezione in modo simbolico e metaforico); 3) Accogliere l’altro nell’ambito di relazioni interpersonali sane e risananti, riscoprendo la potenzialità terapeutica della relazione umana. Solo così, “come il profeta Isaia arrivò a immaginare una casa di preghiera per tutti i popoli (cfr Is 56,7), è forse possibile ipotizzare che il web possa fare spazio – come il “cortile dei gentili” del Tempio di Gerusalemme – anche a coloro per i quali Dio è ancora uno sconosciuto”. La comunicazione virtuale è caratterizzata da ipertestualità, ipermedialità, elevata velocità, sostanziale anonimato, giochi di identità, superamento dei normali vincoli spaziotemporali, parificazione dello status sociale, accesso a relazioni multiple, insorgenza di emozioni imprevedibili, anarchia e libertà di trasgressione. Ingredienti straordinari per trasformare il cyberspazio in un’affascinante dimensione del nostro stesso vivere. In Rete, dunque, è possibile “amare”, studiare, comprare, sognare, è possibile, in altre parole, vivere. Ma la Rete porta con sé inevitabili contraddizioni ed ineludibili problematiche. Prendiamo come esempio ‘Facebook’ (FB). Qualcuno l’ha definita un luogo per “occidentali viziati e narcisisti”, dove il concetto di “amicizia” viene banalizzato in modo estremo e dove prevale la necessità di esporre in vetrina se stessi in modo inconcludente e superficiale. Pur non essendo così catastrofisti, almeno tre fenomeni sono amplificati a dismisura da FB: l’incremento del tema narcisistico nelle società postmoderne (di cui gli innamoramenti in chat e le amicizia virtuali sembrano essere i corrispettivi telematici), sostenuto da una civiltà dell’immagine senza precedenti nella storia dell’umanità; il fenomeno del ‘sensation seeking’, caratterizzato da una sorta di ricerca di emozioni, anche estreme, capace di parcellizzare e scomporre l’esperienza interumana facendola coincidere con l’emozione stessa (è come se tutta la relazione interpersonale coincidesse con l’emozione); il tema dell’ambiguità, cioè la rinuncia all’identità e al ruolo in favore di una assoluta fluidità dell’identità stessa e dei ruoli, che impedisce una stabile assunzione di identità (esserci), che si riflette nella instabilità della relazione (esserci con), e mina profondamente le possibilità generative e progettuali della relazione stessa (esserci per). Purtroppo, nell’epoca di FB l’identità si virtualizza, come pure le emozioni, l’amore e l’amicizia. La virtualizzazione è la forma massima di ambiguità, perché consente il superamento di vincoli e di confronti, aprendo a dimensioni narcisistiche imperiose e prepotenti. Anche perché la felicità non è correlata con l’incremento delle possibilità di scelta dell’uomo (una visione molto legata al capitalismo). La felicità, invece, è correlata al possedere un “criterio” per scegliere. Avere un criterio per scegliere, rimanda ad altro: avere un progetto, delle idee, una identità. Ed ecco che il cerchio si chiude: in una parola, bisogna avere con sé Dio. Per secoli la Chiesa ha utilizzato il pulpito (soprelevato e munito di apposita tettoia per fare giungere la voce più lontano) e le pergamene vergate dai monaci negli ‘scriptoria’; subito, dopo l’invenzione, utilizzò la stampa a caratteri mobili; appena la tecnologia lo permise, munì le parrocchie di altoparlanti elettrici; utilizzò, poi, a fondo, il cinema, tanto che la rete delle sale parrocchiali fu la più vasta in Italia; e radio e televisione, almeno quelle non legate ai poteri forti anticristiani, le impiega quanto possibile. Nulla di strano, quindi, se il tradizionale volontariato dei credenti si è riversato sul web, mettendo a disposizione competenze e talenti per una presenza capillare. Da ultimi, i social network e i blog consentono di entrare in contatto con credenti di ogni religione, con non credenti e persone di ogni cultura. Per questo l’annuncio deve trasformarsi in un impegno preparato, motivato ed efficace, per portare all’umanità informatizzata del terzo millennio la fiducia nella vita e la speranza nel futuro. Non si tratta di una esigenza dettata dalla moda corrente (“Tutti utilizzano il web, quindi anch’io”), ma di essere presenti nel mondo digitale nella costante fedeltà al messaggio evangelico come tramandato dalla Tradizione Apostolica.