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Il sacerdote e la psicologia

di Sergio Rolando

CITTA’ DEL VATICANO – Questo approfondimento, che non vuole essere assolutamente irriverente, scaturisce da quanto ho letto su ‘Petrus’ in merito alla saggia esortazione rivolta ai sacerdoti dal Cardinale Óscar Andrés Rodríguez Maradiaga (nella foto), di aver cura del loro equilibrio psicologico per non incorrere in crisi da stress emotivo causate dal duro impatto con tante realtà drammatiche e dall’inevitabile contatto con tanti esseri bisognosi d’aiuto. Ebbene, lo stesso Cardinale rileva che queste problematiche gravano, oltre che sui sacerdoti, anche sugli altri operatori che sono impegnati nel sociale, e certamente un sano approccio psicologico con i problemi e i drammi deve supportare queste persone affinchè non restino soverchiate da tanto stress o, peggio, da una sindrome di inadeguatezza. Mi preme, però, sottolineare quella grande differenza che, rispetto a tutti gli altri, deve sorreggere il gravoso operato del sacerdote. A questi, infatti, non può bastare la psicologia (con tutto il rispetto per questa scienza in cui, peraltro, il Cardinale Maradiaga è maestro); può essere certamente utile l’equilibrato dosaggio delle proprie risorse fisiche, emotive e mentali per fronteggiare i problemi, ma c’è un’altra precipua fonte alla quale dovrebbe attingere un buon sacerdote per non cadere in quel “burnout” emotivo cui fa riferimento il porporato dell’Honduras, una fonte che forse trascende lo stesso raccoglimento di quel “ritirarsi in disparte” pure consigliato, una fonte che si alimenta ad una certezza: quella che scaturisce dalla convinzione che il disegno di Dio è spesso imperscrutabile per l’intelligenza umana, per l’umana “psicologia”. Il sacerdote, anche nelle evidenze più crudeli, dovrebbe sforzarsi di ricordare ciò che lo ha spinto a diventare tale, non solo il desiderio di far bene, quello non basta, ma piuttosto il “credere” in quella Provvidenza che non coincide con i nostra “desiderata”, con ciò che noi capiamo e vogliamo, ma con “qualcosa” di molto diverso, che talora ci risulta incomprensibile, se non addirittura sconcertante. Certamente un buon operatore sociale ce la deve mettere tutta, si spenderà ed adopererà al meglio delle proprie risorse, e così pure deve fare un buon sacerdote, ma per quest’ultimo ciò non basta! Deve aggiungere a ciò quello che a tanti altri magari non  riesce facile esclamare: “Sia fatta la volontà di Dio!”. Responsabilmente mi sento di affermare, se pur da laico, che per un sacerdote, solo il mettersi pienamente nelle mani di Dio, solo il “rassegnarsi” alla Sua Volontà nell’accettazione di tutta la finitezza e debolezza dell’uomo, e quindi anche di se stesso in quanto sacerdote, può sostenerlo nel compito di sorreggere gli altri che stanno per affondare senza affondare anch’egli con essi. L’umana scienza della psicologia è un validissimo supporto nella gestione del rapporto con se stessi e con il prossimo, ma purtroppo non può dare tutte quelle risposte che bisogna cercare altrove e che in certi casi bisogna rassegnarsi a non poter trovare secondo i nostri criteri umani. Quindi, mentre l’operatore sociale, il filantropo, il volontario benefattore, attinge all’umano, il sacerdote deve saper attingere al divino! La fondamentale differenza è tutta lì. Lasciatemelo dire in tutta franchezza: altrimenti che sacerdote sarebbe!?!