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Preti pedofili, il celibato non c’entra. Ecco perchè
di Matteo Orlando
CITTA’ DEL VATICANO – L’attenzione con cui l’opinione pubblica segue i drammatici problemi della pedofilia, riporta periodicamente alla ribalta anche episodi, antichi o recenti, in cui sono stati coinvolti sacerdoti o religiosi cattolici. Ma se c’è un problema nella Chiesa Cattolica (come in tante altre chiese, gruppi e categorie sociali, perché nel clero cattolico non ci sono più pedofili che in altri gruppi sociali!), non è esattamente quello che viene mostrato. Né i media, spesso laicisti e filo-massonici, né, purtroppo, la Chiesa, hanno chiarito al grande pubblico che la maggioranza degli abusi sessuali che vedono coinvolti dei preti (si fa per dire preti, perché questi atti li degradano al rango di animali!) riguardano ragazzi adolescenti, in gran parte dello stesso sesso di chi li violenta, e, in percentuali ridottissime, bambini (e, quasi sempre, dello stesso sesso di chi ne abusa). Dunque, il vero problema non è la pedofilia (sia chiaro che anche un solo caso di pedofilia nel clero mondiale sarebbe già di troppo, un atto abominevole davanti a Dio e agli uomini) ma l’omosessualità di una percentuale del clero che sfocia in atti, più o meno spiccatamente sessuali, con adolescenti (cosa che è ugualmente riprovevole). Solo un folle sosterrebbe che tutti i sacerdoti omosessuali, per non parlare degli omosessuali non sacerdoti, sono pedofili; ma è un fatto statisticamente accertato che la maggior parte dei preti pedofili condannati siano omosessuali. Giornali e tv nascondono questa realtà, perché tendono piuttosto a pubblicizzare l’omosessualità. E se le autorità civili e religiose fanno bene ad intervenire energicamente per sradicare la pedofilia, esse sono latitanti, invece, a parte Sua Santità Benedetto XVI, circa le riflessioni sull’omosessualità e i pericoli che essa comporta, specie tra il clero. La vera pedofilia, che i manuali di psichiatria descrivono come “l’attività sessuale ricorrente con bambini prepuberi”, è estremamente rara sia nel clero cattolico come in altre denominazioni religiose o tra i laici. Solo una manciata di casi, in vari decenni, ha coinvolto dei sacerdoti effettivamente pedofili. Quasi tutti i casi presentati dai media come episodi di pedofilia, in realtà riguardano un’attrazione verso ragazzi adolescenti sessualmente maturi ma sotto l’età del consenso. La pretesa emancipazione dell’uomo dalla morale naturale ed oggettiva, l’eliminazione dei concetti “desueti” quali quelli di peccato, vizio, diavolo, comandamenti, ci hanno portato ad una sorta di primato del sesso sulla coscienza (e sulla dignità umana). I preadolescenti e gli adolescenti di oggi, che sono sessualmente più precoci e bersagliati da molti stimoli ma affettivamente più fragili, vengono spesso travolti da falsi messaggi dei mass media, che li avviano a scelte sessuali premature e spesso definitive. E i pedofili, in queste situazioni, pescano senza remore, in situazioni di incertezza e immaturità, tra solitudini affettive e desideri ambigui. Gli abusi su minori perpetrati da sacerdoti e religiosi cattolici sono un crimine particolarmente ripugnante. Sono un male da denunciare e da non occultare. Il sacerdote, infatti, ha un ruolo paterno nei confronti del minore e quindi, purtroppo, il suo atto criminoso ha in sé pure qualcosa d’incestuoso. Inoltre, questi crimini minano la fiducia in Dio dei minori. Ma a cosa bisogna imputare questi casi tra i sacerdoti? Sicuramente alla tolleranza nei confronti dei candidati al sacerdozio con radicata tendenza omosessuale, al lassismo dei seminari in materia, specie in passato. Purtroppo, sulla scia della rivoluzione sessuale degli anni ‘60, a causa di false interpretazioni del Concilio Vaticano II, con la sempre maggiore approvazione del comportamento omosessuale nella società, si è creato un ambiente in cui i gay sono stati ammessi e tollerati nel sacerdozio. Il colpo di grazia l’ha dato la ‘American Psychological Association’ che, nel 1973, modificò la sua descrizione di omosessualità quale orientamento oggettivamente disordinato e la rimosse dal ‘Diagnostic and Statistic Manual IV’ (e il trattamento delle deviazioni sessuali cambiò di conseguenza). Ci ha pensato, grazie a Dio, Benedetto XVI ad interrompere questo andazzo. Con i suoi atti magisteriali, da Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede prima, da Papa adesso (con l’autorevolezza e infallibilità che gli proviene dal suo Ministero), il Pontefice ha concretamente e chiaramente condannato la pratica omosessuale e le unioni omosessuali. E chissà se qualcuno non gliela stia facendo pagare. Attivisti contro il celibato stanno approfittando di questa situazione sostenendo che “responsabile del problema” sia il celibato o il voto di castità dei religiosi, non più tollerabile nella società contemporanea. Infatti, un anticattolicesimo latente, in settori importanti della società mondiale (e una mentalità radical-chic) sostiene che il celibato e/o i voti sono politicamente scorretti. Ma la “colpa” della Chiesa non è quella di mantenere il celibato tra i sacerdoti di rito latino. Se l’elemento decisivo fosse il celibato, i ministri e i pastori cui è permesso sposarsi – per tacere dei laici – dovrebbero avere percentuali di rischio decisamente minori rispetto alla Chiesa Cattolica. Ma non è così. Il 90% delle condanne di sacerdoti cattolici pedofili riguarda abusi su bambini e non su bambine. Dal momento che si tratta, piaccia o no, di omosessuali e che l’alternativa al celibato consiste nello sposare una donna, permettere ai sacerdoti di rito latino il matrimonio (eterosessuale) non risolverebbe i loro casi. L’astinenza sessuale, poi, non provoca atti di abuso. E un prete innamorato di Cristo, che abbia cuore e mente afferrati da Lui, che per Lui vive, ebbene, egli brucia di zelo e lo annuncia a tutti senza cadere in simili obbrobri. Decisivo non è il celibato. Qualcuno ha scritto che decisivi sono piuttosto vari aspetti strutturali ed economici. Da una parte, è possibile che un vero pedofilo si “nasconda” meglio ed eluda più facilmente la vigilanza all’interno di una grande struttura. Ma è anche vero che gli studi legali specializzati in questo campo e le grandi società di assicurazioni che spesso determinano l’esito delle cause, attaccano più volentieri lo Stato, nel caso dei maestri delle scuole pubbliche, ovvero la Chiesa Cattolica o altre comunità religiose con una organizzazione nazionale e gerarchica. Qui si può attingere per i danni alle ricche casse delle diocesi, al di là delle parrocchie, mentre nelle denominazioni più piccole o dove manca una struttura gerarchica, e ogni comunità locale è indipendente, non si può sperare di ottenere più di quanto è sufficiente a vuotare le casse, spesso magre, di una congregazione locale. II fatto che fare causa alla Chiesa Cattolica chiedendo risarcimenti per le presunte molestie di preti “pedofili” sia anche un potenziale buon affare, nulla toglie, evidentemente, alla gravità dei casi di pedofilia reali e accertati. Ma deve rendere vigilanti nei confronti di casi montati ad arte o fasulli, tutt’altro che infrequenti. Per questo un sacerdote colpevole di un delitto di tale specie è bene che sia giudicato due volte: dalla Chiesa, che lo ridurrà allo stato laicale, e dallo Stato, che lo metterà in prigione. Il Catechismo della Chiesa Cattolica dichiara che c’è l’obbligo di “leale collaborazione” da parte del clero con i poteri civili, salvo quando i loro “precetti sono contrari alle esigenze dell’ordine morale, ai diritti fondamentali delle persone o agli insegnamenti del Vangelo. E le leggi che tutelano i minori dagli abusi non sono affatto contrarie alle “esigenze dell’ordine morale”. Perciò, vige l’obbligo di “leale collaborazione” prescritto dal Catechismo, e le “frodi e altri sotterfugi” con cui si cercasse di sottrarsi a tali leggi sono “condannate con fermezza”. La durezza della Chiesa verso i sacerdoti accusati di pedofilia è molto cresciuta con Giovanni Paolo II (che ha dichiarato che “non c’è posto nel sacerdozio e nella vita religiosa per coloro che fanno del male ai giovani”) e con Benedetto XVI, come dimostrano vicende in cui, nel dubbio, il Pontefice regnante ha preferito prendere provvedimenti cautelativi pur dove non c’erano prove certissime di presunti abusi che si asserivano avvenuti molti anni fa, e come dimostra la stessa nomina del Cardinale americano William Joseph Levada, noto per la sua severità nei confronti dei preti pedofili, a Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede. Per quanto riguarda il comportamento di alcuni Vescovi nei casi di pedofilia, si può dire che hanno sbagliato, limitandosi a spostare un prete da una parrocchia all’altra, con la conseguenza di aumentare solo i disastri. Questo è dipeso dalla loro imprudenza, non dalla loro complicità.
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