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Capire di non poter capire

di Sergio Rolando

CITTA’ DEL VATICANO – Chi sono io per intrattenere il paziente lettore sul rapporto tra fede e ragione? Peccherei certamente di grande presunzione, qualora volessi farlo, visti i tanti autorevolissimi interventi sul tema. Posso però limitarmi a qualche considerazione del tutto personale che forse può essere da taluno condivisa sulla base dell’esperienza ed anche della semplice osservazione della realtà. L’uomo, per sua natura, giustamente orgoglioso della propria intelligenza, delle sue intuizioni, di tutte le conquiste ottenute grazie a queste doti, è sempre proteso verso questa definizione di intelligenza come entità del “capire”, del comprendere. Poco si sofferma su di un altro aspetto dell’intelligenza, secondo me, non meno importante, anche se certamente meno esaltato e celebrato: quello della capacità di comprendere, talvolta, di non poter comprendere. Particolarmente l’uomo ipertecnologico e contemporaneo, nella sua visione antropomorfica, si auto-promuove re dell’universo, conoscitore delle sue leggi, detentore, per così dire, delle istruzioni per l’uso. Osservando il cammino percorso nei secoli dalla scienza che tanti dubbi ha dissolto e tanti aspetti oscuri ha illuminato, quest’uomo è giustamente compiaciuto dei traguardi raggiunti, sicuro che altri ne arriveranno a breve nella continua nobilissima corsa a “capire”. Personalmente penso che allo scienziato più avveduto ed al filosofo più saggio non possa sfuggire il senso del limite, quel limite insito nella stessa natura umana che implica, spesso, l’accettazione di quel “capire di non poter capire”. Questa mia modesta considerazione comporta non solo implicazioni di ordine pratico, per esempio nella costruzione di una personalità equilibrata che giustamente si interroghi sul perchè delle cose ma con la consapevolezza di non poterne venire sempre a capo, ma anche conseguenze, se vogliamo, di ordine teologico. Per esplicitare meglio il mio pensiero, traggo spunto da realtà terribilmente dolorose che arrivano sia dal mondo esterno all’uomo, come le terribili catastrofi naturali, sia dallo stesso mondo interiore dell’uomo, come, ad esempio, l’oscuro abisso della pazzia. Quanto al perchè delle catastrofi naturali, non si può certo dire, come per le guerre, la fame e le ingiustizie, che l’uomo ne sia causa diretta; e così pure per la pazzia o la demenza, non è certo facile capire il perchè debbano esistere queste durissime realtà che, anzi, vanno a danneggiare, per loro stessa natura, la costruzione etica basata fondamentalmente sui pilastri del bene e del male, dei meriti e dei demeriti. Di fronte a questi interrogativi, l’uomo, messo spalle al muro, arriva in genere a due conclusioni: l’una terribilmente pessimistica e nichilista, che vede protagonisti della scena universale caso, caos o leggi della natura in una visione del tutto materialista; l’altra che, invece, con un salvifico atto d’umiltà, riconosce che non può comprendere il perchè di ogni realtà, proprio perchè c’è una realtà che sfugge alle capacità della ragione umana. Una realtà trascendente che non si deve negare solo per togliersi d’imbarazzo e non riconoscere i propri limiti nel voler comprendere esclusivamente in termini strettamente razionali. L’uomo contemporaneo ha inventato i criteri per misurare l’intelligenza (si parla di quozienti intellettivi, peraltro molto discutibili), ma farebbe bene a non dimenticare che con la propria intelligenza non può misurare e comprendere tutto. Forse, quindi, è inutile affannarsi a cercare le risposte ad ogni perchè; i perchè sono tutti di questo mondo ma, evidentemente, le risposte no, quelle non sono tutte di questo mondo. Per molte di quelle risposte, direi per quelle fondamentali, a noi la scelta: restare in quel terribile buio che la ragione non riesce a penetrare o accettare le risposte che solo la fede può fornire.