|
|
|

|
|
In Sinagoga va in scena il Pontefice ‘Magno’
di Francesco Colafemmina
CITTA’ DEL VATICANO – Il Papa lo aveva detto già all’Angelus: “Malgrado i problemi e le difficoltà, tra i credenti delle due Religioni si respira un clima di grande rispetto e di dialogo”. Lo stesso clima che si è respirato in occasione della visita di Sua Santità alla Sinagoga di Roma. Sebbene numerose nubi si siano addensate sullo sfondo dell’incontro, il Pontefice ha saputo ricondurre il dialogo nella giusta direzione teologica ed antropologica, dimostrandosi davvero ‘Magno’, ‘Grande’. Il confronto fra cattolici ed ebrei non è infatti un mero esercizio retorico o una necessità politica, bensì un esempio di rispettosa convivenza e di approfondita speculazione sulle ragioni che condussero in passato a fratture, incomprensioni e divisioni fra fedeli delle diverse religioni. Il rischio però che questi incontri si trasformino in una ripetitiva sequela di lamentationes da una parte ed excusationes dall’altra, è sempre alle porte. Ecco perchè Benedetto XVI ha preferito superare questo limitato e tautologico orizzonte del rapporto fra mondo ebraico e mondo cattolico. Anzitutto lo ha fatto ribadendo i punti di contatto fra le due religioni: “La nostra vicinanza e fraternità spirituali trovano nella Sacra Bibbia – in ebraico Sifre Qodesh o Libri di Santità – il fondamento più solido e perenne, in base al quale veniamo costantemente posti davanti alle nostre radici comuni, alla storia e al ricco patrimonio spirituale che condividiamo. E’ scrutando il suo stesso mistero che la Chiesa, Popolo di Dio della Nuova Alleanza, scopre il proprio profondo legame con gli Ebrei, scelti dal Signore primi fra tutti ad accogliere la sua parola”. Il rapporto personale fra il Dio di Israele e il suo Popolo, narrato nel Vecchio Testamento – dice il Papa -, poi trasfuso nella Nuova Alleanza, è il centro fondamentale che unisce gli Ebrei ai Cristiani. Queste “radici comuni” inducono a considerare anche l’esegesi veterotestamentaria ebraica, ma soprattutto si concretizzano “nella centralità del Decalogo come comune messaggio etico di valore perenne per Israele, la Chiesa, i non credenti e l’intera umanità”. Come si può notare, Benedetto XVI ha sempre la capacità di ampliare gli orizzonti della discussione verso un’autentica comprensione del rapporto fra Dio e l’uomo, superando le limitate polemiche, le discussioni che enfatizzano gli errori dei singoli e si distaccano dai principi condivisi e universali. Ecco, dunque, che il Pontefice ha voluto concentrare la sua riflessione su quegli sforzi comuni che andrebbero compiuti da Cristiani ed Ebrei: “Le ‘Dieci Parole’ chiedono di riconoscere l’unico Signore, contro la tentazione di costruirsi altri idoli, di farsi vitelli d’oro. Nel nostro mondo molti non conoscono Dio o lo ritengono superfluo, senza rilevanza per la vita; sono stati fabbricati così altri e nuovi dei a cui l’uomo si inchina. Risvegliare nella nostra società l’apertura alla dimensione trascendente, testimoniare l’unico Dio è un servizio prezioso che Ebrei e Cristiani possono offrire assieme”. Staccare l’uomo dai vincoli del materialismo, ricondurlo ad una vera contemplazione del suo mistero di creatura attraverso “l’apertura alla dimensione trascendente”, questa è per il Sommo Pontefice la sfida principale cui si è chiamati a cooperare nella contemporaneità. Da questo iniziale tradimento di Dio compiuto dall’uomo con la costruzione di falsi idoli discende, nel pensiero benedettiano, l’assenza di rispetto per la dignità della persona umana: “Le ‘Dieci Parole’ chiedono il rispetto, la protezione della vita, contro ogni ingiustizia e sopruso, riconoscendo il valore di ogni persona umana, creata a immagine e somiglianza di Dio”. E ancora, da questa negazione del rispetto per la dignità dell’uomo e dalla superbia di un uomo che ha cancellato Dio, discende la distruzione sistematica della famiglia cui bisogna opporsi promuovendone la salvaguardia: “Le ‘Dieci Parole’ chiedono di conservare e promuovere la santità della famiglia, in cui il ‘sì’ personale e reciproco, fedele e definitivo dell’uomo e della donna, dischiude lo spazio per il futuro, per l’autentica umanità di ciascuno, e si apre, al tempo stesso, al dono di una nuova vita. Testimoniare che la famiglia continua ad essere la cellula essenziale della società e il contesto di base in cui si imparano e si esercitano le virtù umane è un prezioso servizio da offrire per la costruzione di un mondo dal volto più umano”. Inoltre, alla base stessa dell’agire comune di Ebrei e Cristiani vi è l’esercizio della carità, giacché: “Come insegna Mosè nello Shemà (cfr. Dt 6,5; Lv 19,34) – e Gesù riafferma nel Vangelo (cfr. Mc 12,19-31) – tutti i comandamenti si riassumono nell’amore di Dio e nella misericordia verso il prossimo”. Questo, in sintesi, il cuore della riflessione di Benedetto XVI sul senso del dialogo e dell’amicizia fra Ebrei e Cristiani, alla luce della relazione fra Dio e l’uomo sancita dalla Bibbia. Ancora più interessanti si rivelano, d’altro canto, i pensieri che il Papa dedica al dramma più vivo nella memoria e nell’identità stessa dell’ebraismo contemporaneo: la Shoah. Il Pontefice non si ferma alle diatribe della storia, supera i confini di un preciso e tragico evento accaduto durante la seconda guerra mondiale, risalendo alle radici antropologiche che condussero alla Shoah. Ha infatti affermato nel suo discorso: “Il passare del tempo ci permette di riconoscere nel ventesimo secolo un’epoca davvero tragica per l’umanità: guerre sanguinose che hanno seminato distruzione, morte e dolore come mai era avvenuto prima; ideologie terribili che hanno avuto alla loro radice l’idolatria dell’uomo, della razza, dello stato e che hanno portato ancora una volta il fratello ad uccidere il fratello”. Superare il limite di una certa interpretazione storica limitata alle radici culturali e politiche degli orrori del Novecento significa scandagliare gli abissi del cuore dell’uomo. Il Papa suggerisce pertanto che le ideologie che portarono all’orrore della Shoah ebbero la loro radice “nell’idolatria dell’uomo”. E aggiunge: “Il dramma singolare e sconvolgente della Shoah rappresenta, in qualche modo, il vertice di un cammino di odio che nasce quando l’uomo dimentica il suo Creatore e mette se stesso al centro dell’universo”. Questa riflessione da sempre centrale nel pensiero di Benedetto XVI ci aiuta anche a comprendere l’universalità della tragedia concentrazionaria. La Shoah non fu soltanto espressione di un preciso odio razziale, ma esito infernale della superbia nichilista dell’uomo. Non fu opera di folli belve imbevute di odio ideologico, non fu ordinata e perpetrata soltanto da uomini che indossavano la divisa nazista, bensì fu anzitutto opera di “esseri umani”. Uomini, indipendentemente dalla loro origine, dal loro credo religioso apparente. Uomini che uccisero altri uomini perché avevano perso il legame con Dio che ci fa fratelli su questa terra. Uomini uguali nella loro idolatria razziale ai Turchi che sterminarono gli Armeni con le medesime tecniche di crudeltà inaudita durante la prima guerra mondiale; uomini uguali ai tanti carnefici politici e sociali del Comunismo che decine di milioni di morti produsse nei suoi spesso ignorati gulag; uomini uguali ai macellai del genocidio ruandese, per parlare di eventi di meno di due decenni fa. In questo senso, non può non essere sempre attuale la memoria della Shoah. Ricordare quell’orrore non significa però rievocare semplicemente dei fatti storici circoscritti, ma riflettere sugli abissi del male che l’uomo è capace di aprire nella sua anima quando pretende di farsi dio. Così, rievocando il discorso tenuto ad Auschwitz nel 2006, Benedetto XVI ha evidenziato: “I potentati del Terzo Reich volevano schiacciare il popolo ebraico nella sua totalità” e, in fondo, “con l’annientamento di questo popolo, intendevano uccidere quel Dio che chiamò Abramo, che parlando sul Sinai stabilì i criteri orientativi dell’umanità che restano validi in eterno”. Fin qui l’alto Magistero di Benedetto XVI. Come è stato però accolto il Papa? E’ innegabile che nonostante il clima favorevole e sicuramente festoso, negli altri discorsi non siano mancati malcelati rimproveri, ricordi pedanti di momenti di ostilità fra cattolici ed ebrei, persino ammonizioni relative alle libere ed autonome scelte della Chiesa Cattolica Romana, in particolare in riferimento alla causa di beatificazione del Venerabile Pio XII. Qualcuno, nell’uditorio della Sinagoga di Roma, non ha potuto nascondere un sorriso ironico persino durante l’ascolto delle seguenti parole del Papa in merito all’operato del Vescovo di Roma nei giorni del rastrellamento nazista del 1943: “Anche la Sede Apostolica svolse un’azione di soccorso, spesso nascosta e discreta”. Il riferimento all’azione silenziosa e discreta di Pio XII, in soccorso degli ebrei della Capitale, a qualcuno non è forse parso degno di menzione. Peccato però che lo stesso presidente degli ebrei romani abbia proprio ricordato che suo padre e suo zio furono salvati grazie all’ospitalità (“nascosta e discreta”) di un convento cattolico di Firenze! Probabilmente, le polemiche su Pio XII permarranno pure dopo l’apertura degli archivi vaticani che, peraltro, sino ad oggi non sono stati consultati da nessuno studioso dello ‘Yad Vashem’. Il problema è però logico: come si può pensare di trovare un documento che dimostri l’indimostrabile? E’ infatti evidente che se Pio XII avesse gridato al mondo di fermarsi dinanzi all’orrore della Shoah, il suo grido sarebbe stato ascoltato. Ora, come è possibile continuare a cercare l’introvabile? Purtroppo, guardare la storia con il senno di poi è un grave errore. Tante miopie, ad ogni modo, non scalfiscono la grandezza di quel Pontefice, autentico modello di amicizia e fraterna cura fra ebrei e cristiani. E sarà forse un segno se proprio in occasione della storica visita di Benedetto XVI alla Sinagoga di Roma, ‘Petrus’ ha rivelato l’esistenza di un miracolo avvenuto per intercessione del Venerabile Pio XII? Il Santo Padre lascia intanto un discorso memorabile alla Comunità Ebraica di Roma. Speriamo che le sue parole possano penetrare nei cuori di tutti coloro che lo hanno ascoltato ed assicurare al futuro un dialogo fra ebrei e cristiani che non consista solo in recriminazioni e accuse a senso unico, bensì in un amore autentico.
|
|
|