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Nuova Laicità, ‘de jure condendo’
di Luciano Nicastro
CITTA’ DEL VATICANO – La recente sentenza della Corte Europea di Strasburgo è indubbiamente autorevole e, pur presentandosi come legale, è strutturalmente incoerente e contraddittoria. Alla fin fine si rivela illegittima in quanto in contrasto con le finalità statutarie dello stesso organismo, un’istituzione del Consiglio d’Europa. Poi sul piano storico-culturale essa è anacronistica e inadeguata con la società europea, che ormai è di fatto multireligiosa e multiculturale come lo sono gli Stati membri. La Corte di Strasburgo, che non è la Corte di Giustizia dell’Unione Europea, ha dichiarato che lo Stato italiano deve attenersi, nel caso contestato dell’esposizione del crocifisso in una scuola italiana, al principio della ‘neutralità confessionale nel quadro dell’educazione pubblica’. Il problema è troppo importante per limitarci ad enunciazioni generiche e ad ulteriori ricostruzioni di mera cronaca. Bisogna invece approfondire e argomentare sul piano del metodo e del merito la tormentata questione della laicità “positiva” nelle odierne società multiculturali, perché è arrivato il momento di addivenire ad una normativa più coerente e mirata sul tema nuovo di come allargare il diritto di libertà di religione limitato alla sfera privata dei diritti civili dell’individuo e non esteso ancora più correttamente e anche più giustamente come diritto sociale primario, dei gruppi, dei popoli e delle culture, alla “naturale” dimensione pubblica di ogni religione per affermare, nella reciproca tolleranza, una responsabile convivenza democratica. Ci vuole un percorso culturale ma anche giuridico nuovo per una laicità diversa, “de iure condendo”, a livello nazionale ed europeo. L’Europa di oggi non è l’Europa delle guerre di religione del Seicento e del Settecento e di fatto, ma non ancora di diritto, rifiuta a livello socio-culturale sia la “laicità come neutralità”, perché è fomite di potenziali conflitti etnici, religiosi e culturali, sia la prevaricazione religiosa e il privilegio politico di qualsiasi confessione religiosa e/o filosofica sullo Stato democratico e le sue agenzie di socializzazione educativa, politica e culturale. La categoria giuridica della laicità come neutralità è stata sempre invocata come garanzia di libertà e di equità per tutti, anche se porta alla rimozione dei simboli religiosi e culturali nella vita pubblica e nelle istituzioni come scuole, tribunali etc… in nome della aconfessionalità dello Stato. La valenza trascendente e pedagogica dei simboli, di tutti i simboli e specie di quelli che richiamano le antiche radici culturali e religiose del Paese, viene negata. La sentenza della Corte di Strasburgo sembra apparentemente oggettiva e di valenza garantista quando invece è palesemente, di fatto e di diritto, discriminatoria, perché limita l’esercizio pubblico della libertà di religione da parte dei cristiani nella scuola italiana ed europea e potrebbe costituire un pericoloso precedente e portare a vietare la libertà religiosa pubblica agli altri gruppi religiosi o culturali, come è avvenuto in Francia. La Corte Europea dei diritti dell’uomo con sede a Strasburgo è una istituzione del Consiglio di Europa fondata il 5 maggio 1949 col trattato di Londra. Lo scopo dichiarato nell’atto fondativo è quello di promuovere e tutelare i diritti dell’uomo (di ogni uomo!) e la democrazia parlamentare, e non di imporre l’agnosticismo, il libero pensiero e l’ateismo camuffati come neutralismo nell’Europa e nella Scuola Pubblica dei diversi Paesi europei. Sul piano giuridico di merito, la tutela della libertà di religione, per i cristiani come per gli altri, non può essere cancellata né rimossa perché uno Stato è laico quando non è né laicista né ateista e né “etico” né fondamentalista ma quando è uno spazio libero e democratico di pubblico confronto e di aperta espressione pubblica del diritto singolo e/o associato, di manifestare la propria fede e la propria religione in modo tollerante e responsabile e democratico senza scatenare conflitti e autorizzare prevaricazioni di fatto e di diritto. Lo Stato italiano è laico nella lettera e nello spirito della sua Costituzione Repubblicana, ma non è uno Stato Etico di qualunque colore, nemmeno di tipo “illuministico”. Sul piano storico-culturale, l’ammissione delle radici cristiane dell’Italia e dell’Europa, ancorché contestate, non è una prevaricazione ideologica ma una verità di fatto e non prelude ad una negazione di diritto di professare la fede altrui nella dimensione pubblic. In un sistema politico di democrazia della libertà associativa, il pluralismo culturale e religioso va tutelato sempre e rigorosamente con la laicità che non nega i diritti degli altri ma che ne afferma e ne consente il pieno esercizio da parte di tutti, comprese le minoranze, alle quali non affida però un diritto di veto. Il ricorso argomentativo frequente alla storia del fanatismo politico-religioso e all’indottrinamento etico e spirituale delle dittature di vario colore sin dal culto della Dea Ragione è fuori luogo e non è saggio riproporlo in un regime di democrazia partecipata e federale come quella dell’Italia democratica e antifascista e dell’Unione Europea che si accinge a diventare popolare e federale. Ci vuole una laicità nuova, di metodo e di garanzia per tutti, che si esprima nella categoria giuridica dell’ammissione e della inclusione come tutela del diritto individuale e sociale alla libertà di religione, alla esposizione dei simboli e alla manifestazione pubblica, pacifica e non violenta del culto. Un simbolo religioso sul piano spirituale e morale non è mai diseducativo, mentre un simbolo politico può essere ambivalente. Il diritto positivo deve essere propositivo, di rispetto e di inclusione e non di toglimento e rimozione dei simboli della propria fede e di quelli della propria cultura etnica e nazionale. Conservare il concetto di laicità come neutralità significa continuare ad alimentare lo scontro tra Stato e religione, tra credenti e laicisti nel contesto attuale della società multiculturale anche nelle stesse autonomie locali, regionali e municipali, e mortificare il contributo delle religioni all’etica pubblica e allo spirito associativo di una democrazia della partecipazione popolare. Innovare il concetto di laicità come tutela e promozione istituzionale dello spazio pubblico di libertà positiva delle religioni, significa passare dai privilegi storici di qualcuno alle intese bilaterali di tutti senza livellamenti ma concreti riconoscimenti della propria specifica e peculiare funzione nella vita del Paese. In questo senso, vale il principio di compensazione “unicuique suum” dopo l’affermazione di quello universale della libertà di religione a livello pubblico per tutti. Non è in discussione la possibilità di tutelarsi con protocolli, intese concordatarie e statuti speciali con le altre confessioni religiose e culturali, tra l’altro previsti in Italia con il Concordato Craxi-Casaroli del 1984. Se l’esposizione del crocifisso in particolare è previsto da un regio decreto del 1924, non abrogato sino ad oggi, non autorizza né moralmente né giuridicamente a vietare l’esposizione di altri simboli. E’ vero che la Scuola non è un supermarket né un Bazar e nemmeno un campo neutro di lotta senza fine, ma un luogo sacro di ricerca, dialogo e cultura per promuovere la tolleranza e la socializzazione delle nuove generazioni. La Scuola Italiana ha una sua nobile tradizione educativa, liberale e personalista, aperta alla integrazione sociale e comunitaria delle classi, dei ceti e dei gruppi etnici e promuove nella società liquida e complessa dei nostri tempi, il valore forte dell’uguaglianza, della libertà e della solidarietà fraterna, valori e virtù tipiche della tradizione cristiana e caratteristici della nostra Carta Costituzionale. Una scuola che educa all’amore del sapere e della cultura come capitale umano non può non includere il patrimonio di spiritualità, di libertà, di uguaglianza, di solidarietà e di Pace. Come ho avuto modo di sostenere in altro momento a proposito dell’analogo caso disputato del crocifisso di Ofena, in provincia de L’Aquila, con la tendenza alla iconoclastia e alla chiusura delle religioni nel ghetto e/o nella sfera intima della coscienza, è in discussione la vera laicità dello Stato democratico e la tutela per tutti della libertà di religione. Nessuna fede può accettare il ruolo della secolarizzazione radicale, cioè l’eliminazione del contributo, tanto necessario e prezioso, della religione cristiana, islamica e buddista o di ogni altra religione e filosofia esistenziale alla edificazione dello spirito nazionale sul piano dell’etica pubblica, di base, di cammino e di prospettiva. Una tale laicità “de jure condendo”, ancorché non è ancora esplicitamente e pienamente presente negli attuali articoli del diritto positivo, è veramente necessaria perché sono mutati i tempi e siamo alle soglie di una nuova e più alta integrazione civile e democratica, all’alba di una nuova civiltà. Altrimenti anche sul piano educativo nella scuola e nella società diventerà normale e frequente lo scontro delle identità forti e forse anche il dominio egemonico del libero pensiero agnostico che svaluta o ignora il fatto religioso, i simboli, la storia del costume popolare e vanifica una prospettiva valoriale e trascendente della fede nell’educazione, nell’arte, nella cultura e nella qualità della politica e della stessa democrazia nei suoi fondamenti spirituali, morali e sociali. Come ha sostenuto il teologo Monsignor Bruno Forte, Arcivescovo di Chieti-Vasto, la sentenza di Strasburgo è un brutto ostacolo ideologico alla costruzione della Casa Comune Europea e si è chiesto: “Chi può sentirsi offeso dal Crocifisso? Non certo il cristiano che vi riconosce lo straordinario messaggio d’amore al quale si affida, pur con tutte le fatiche e le ambiguità della sua fede in cammino. Non il non credente pensoso, che sa come quel simbolo abbia un valore universale e spalanchi le braccia su tutti, per tutti, perché nessuno si senta escluso dal diritto alla vita e al rispetto della sua dignità. Non il credente di un’altra religione, che si sente piuttosto minacciato da questo ostracismo dei simboli della fede, che come oggi colpisce i cristiani, potrà domani colpire persone di un altro credo”. La rimozione che si vorrebbe imporre del Crocifisso dalle aule ferisce non solo i cristiani ma tutti i cittadini democratici del nostro Paese nelle radici più profonde della convivenza civile, perché attenta al rispetto e alla stima degli Organismi europei che nella libertà religiosa, intesa positivamente come diritto ad esprimere la propria fede con l’universo simbolico che le appartiene pongono un pilastro fondamentale dell’Unione Europea. Questa sentenza di Strasburgo, pur non essendo giuridicamente “cogente” in senso proprio, suscita non solo indignazione e perplessità ma domande “assordanti” sui tentativi reiterati e integristi di attacco alla presenza dei simboli cristiani in Italia e in Europa. Non basta interpretare le norme esistenti in senso dinamico e moderno, ormai dobbiamo dare ai Giudici una legge ad hoc, nell’ottica innovativa di sistema, superando nella lettera l’anacronistica laicità come neutralità per affermare la laicità come autonomia e indipendenza dello Stato, garantita dal riconoscimento pubblico della pluralità delle religioni che sono tutelate nell’esercizio del diritto di libertà religiosa nelle istituzioni, nelle articolazioni democratiche del Paese e nelle Organizzazioni internazionali delle quali l’Italia fa parte, come la Unione Europea.
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