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Christus vincit, Christus regnat, Christus imperat

Come è noto, la Corte europea per i Diritti dell’Uomo di Strasbrugo ha accolto la richiesta dei genitori di una piccola alunna ed ha ordinato la rimozione del crocifisso dalle aule scolastiche. In segno di pacifica protesta, il nostro quotidiano ha già inviato ai sette giudici che hanno emesso il dispositivo, un Crocifisso e una copia del Vangelo ciascuno, in modo che possan o conoscere meglio la straordinaria figura di Gesù, il Dio fattosi Uomo, morto e risorto per la remissione dei peccati dell’umanità intera. Di seguito pubblichiamo l’Editoriale del nostro Direttore.

 

di Gianluca Barile

CITTA’ DEL VATICANO – Ci siamo. Da diverso tempo si accumulavano i segnali di un nuovo colpo delle istituzioni europee contro il cristianesimo e la Chiesa Cattolica. E’ quindi, evidentemente, il caso di iniziare a parlare di «cristianofobia», considerato, anche, che in diversi Paesi non ci si limita più alla propaganda ma si ricorre a leggi e sentenze contro la libertà religiosa e di predicazione dei seguaci di Gesù. L’attacco anticristiano, per la verità, sinora si era svolto in modo prevalentemente indiretto, attraverso la proclamazione di presunti «nuovi diritti» (per omosessuali, coppie di fatto, ecc.), mentre adesso si è passati ad un vero e proprio attacco frontale. Infatti, con la sentenza «Lautsi vs Italie» del 3 novembre 2009, la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha disposto che l’esposizione del crocefisso nelle aule scolastiche italiane viola i diritti dei due figli della ricorrente signora Lautsi, di undici e tredici anni, li «perturba emozionalmente» e nega la natura stessa della scuola pubblica che dovrebbe «inculcare agli allievi un pensiero critico». Inoltre, l’Italia è stata condannata a pagare cinquemila euro come risarcimento danni. Il Governo ha preannunciato ricorso; moltissimi, e non solo cattolici, si sono espressi negativamente sulla sentenza, parlando di giudizio ridicolo e folle (ma le «toghe laiciste» italiane potrebbero sentirsi incoraggiate dai colleghi europei a operare in questo modo anche in Italia!). Che dire? I magistrati di Strasburgo, dove la Massoneria regna sovrana, sanno che la bandiera dell’Unione Europea è ispirata alla Corona di 12 stelle della Madonna dell’Apocalisse? Già che ci sono – è, naturalmente, una provocazione -, i signori della Corte di Strasbrugo potrebbero ordinare la soppressione della bandiera europea o, se preferiscono, la distruzione di tutti i monumenti che in Europa ricordano il cristianesimo. Anzi, considerato che siamo nel 2009 dopo Cristo, perché non provano a cancellare direttamente il calendario? Provocazioni a parte, notiamo che la presenza del crocifisso nei luoghi pubblici può essere considerata sotto gli aspetti: a) religioso; b) culturale; c) giuridico o, meglio, sotto quello della laicità dello Stato. Il crocifisso è un simbolo “religioso”, che esprime la verità centrale della fede cristiana: ricorda visivamente Gesù di Nazaret, Figlio di Dio fatto uomo e vissuto da vero uomo, condannato a morte dal procuratore romano della Giudea, Ponzio Pilato, e crocifisso. Nel disegno di Dio, la sua morte dolorosa e umiliante, alla quale ha fatto seguito dopo tre giorni la risurrezione, ha salvato tutti gli uomini dal peccato e dalla morte. E’ chiaro che il crocifisso è simbolo religioso, nel senso spiegato, soltanto per chi professa la fede cristiana. Per chi non la professa è il simbolo del cristianesimo, così come la mezzaluna è simbolo dell’islàm e la stella di Davide è simbolo dell’ebraismo. Qui si pone il problema: l’ostensione del crocifisso in un luogo pubblico può risultare offensiva per chi non è credente o professa altre religioni? La risposta è evidente. L’ostensione di un oggetto in un luogo pubblico è offensiva se induce a sentimenti e ad azioni immorali o contro il buon costume; se incita a sentimenti di odio e di disprezzo contro altre persone; se istiga alla brutalità, alla delinquenza e alla violenza. Ora, l’immagine del crocifisso non induce certamente a sentimenti e azioni immorali, non spinge all’odio, alla brutalità, alla violenza. In realtà, Gesù, sulla croce, subisce l’odio e la violenza più atroce, senza invocare vendetta e, anzi, perdonando i suoi crocifissori. Di più: la morte, da Lui accettata per la salvezza degli uomini, ha dato senso alla sofferenza umana. Perciò la visione del crocifisso non può offendere nessuno; piuttosto può far riflettere sulla malvagità umana che opprime l’innocente; può insegnare anche a un non credente che la violenza e l’ingiustizia non si vincono con la violenza e l’ingiustizia, ma con il perdono e la giustizia; che non si può non vedere nel crocifisso la partecipazione di Dio al dramma della sofferenza innocente: partecipazione che, da una parte, è condanna per i malfattori e gli oppressori, ma dall’altra è conforto per coloro che sono uccisi, oppressi, umiliati e irrisi. Indubbiamente, un musulmano può non gradire la vista del crocifisso, ma non ha motivo di sentirsi offeso: l’affermazione che Gesù è morto crocifisso non è fatta contro l’islàm, poiché il cristianesimo ha professato la propria fede nel valore salvifico della morte in croce di Gesù anche nei secoli antecedenti alla predicazione di Maometto contenuta nel Corano. E’ necessario, poi, che, in una società multietnica, anche ai bambini venga insegnato il reciproco rispetto tra le religioni. Esso esige che ognuno possa esprimersi in conformità con la propria visione religiosa senza per questo suscitare scandalo o recare offesa a coloro che professano una religione diversa. Sotto l’aspetto culturale, il crocifisso è parte essenziale della cultura italiana ed europea. Il costume, il linguaggio, il paesaggio, la letteratura, la pittura e le altre forme di arte sono segnate dal crocifisso, fino al punto che se lo si volesse cancellare dalla vita, dalla storia, dall’arte del nostro Paese, bisognerebbe cancellare gran parte della cultura italiana e privare l’Italia di un carattere essenziale della sua identità. Questo non significa che tutti gli italiani si riconoscano o si debbano riconoscere nel crocifisso. Significa soltanto che la presenza del crocifisso anche in un luogo pubblico, come la scuola, l’ospedale, il tribunale, non dev’essere vista come la presenza di qualcosa di estraneo e di contrario al popolo italiano, e dunque come qualcosa da eliminare. Si pensi a una scuola pubblica dell’India, della Cina o di un Paese islamico: la presenza, in essa, di un crocifisso potrebbe effettivamente turbare qualcuno, ma solo per ignoranza; invece, dalla raffigurazione di Krishna, di Visnù o di un simbolo islamico nessuno sarebbe scandalizzato e offeso, tanto che se un alunno cristiano di quella scuola chiedesse che quelle immagini venissero rimosse perché sarebbero offensive per la sua fede cristiana, una simile richiesta sarebbe considerata sciocca e ridicola. Questo significa che l’esposizione del crocifisso in un’aula scolastica pubblica italiana è un’espressione dell’identità culturale del nostro Paese e non ci sono motivi ragionevoli per eliminarla. La fede cristiana non si impone, ma si propone, e malgrado ciò, la scuola statale non viene assolutamente sfruttata come luogo per una proposta di fede, e non è la collocazione del crocifisso che dà a una scuola il carattere cattolico. Tanto è vero che a protestare contro la rimozione del crocifisso non sono stati soltanto i cattolici, ma anche moltissimi “laici” di ogni indirizzo culturale, convinti che l’esclusione del crocifisso privasse la scuola di un elemento essenziale della tradizione culturale del nostro Paese. La discussione più accesa, adesso, più che sul terreno religioso e culturale, si posta sul piano giuridico. Bene ha fatto il Governo Berlusconi a presentare subito ricorso contro l’assurda e vergognosa sentenza di Strasbrugo, benissimo hanno fatto i Vescovi italiani, attraverso la Cei, e il Vaticano a definire ‘miope’ la decisione della Corte europea. Vedremo come andrà a finire. Nel frattempo, occorre ricordare che nel corso dei secoli XIX e XX si sono formate due concezioni della laicità dello Stato. Presupposto comune alle due concezioni è la distinzione tra sfera religiosa e sfera civile, il che vuol dire che lo Stato non può essere confessionale: non può avere una religione di Stato, non può intervenire nelle questioni religiose, dottrinali e pratiche. Da parte sua, l’organizzazione religiosa non può invadere il campo della sfera civile, anche se può esprimere giudizi e valutazioni di ordine religioso e morale che toccano tale sfera. La diversità delle due concezioni di laicità sta nel modo di intendere la distinzione delle due sfere. La concezione di ascendenza illuminista sostiene che lo Stato deve essere neutrale, agnostico e indifferente di fronte al fatto religioso (la forma storica più compiuta si ha nel “separatismo” della Repubblica francese, quale si è espresso nella legge di Separazione tra la Repubblica francese e la Chiesa cattolica, 1905). Stato laico significa, quindi, Stato “agnostico” non solo verso la Chiesa, ma anche verso lo stesso fatto religioso, che in tal modo viene ridotto a mero fatto individuale e privato e a cui non si dà nessun sostegno. In questa concezione, lo Stato fa della laicità una religione da imporre ai cittadini: «laicizza», ad esempio, l’istituto matrimoniale, togliendo ogni efficacia giuridica al matrimonio celebrato con rito religioso; «laicizza» la scuola, estromettendo la Chiesa dal processo di formazione delle nuove generazioni; «laicizza» l’assistenza e la beneficenza pubblica; pratica la spoliazione del patrimonio ecclesiastico; riduce (quando non sopprime) la sfera di azione degli Ordini e delle Congregazioni religiose; esclude dall’ambito pubblico ogni segno religioso, negando  alla religione ogni diritto di cittadinanza, pur essendo la religione una componente assai significativa, e per molti essenziale, della personalità umana, che per tale esclusione viene mortificata ed offesa. E’ evidente che tale concezione della laicità dello Stato deriva dalla concezione illuminista della religione, e in particolare della religione cristiana, la quale per l’illuminismo è dogmatismo irrazionale e impostura. La laicità così intesa allora può diventare una forma di ideologia aspramente irreligiosa e anticristiana. Un’altra concezione è quella di laicità dello Stato come servizio alle concrete istanze della coscienza religiosa e civile dei cittadini. In questa concezione, da una parte si afferma la piena aconfessionalità dello Stato e dei suoi organi politici, giurisdizionali e amministrativi; dall’altra si evidenzia che lo Stato (a differenza della concezione illuminista di laicità) non può essere neutrale, agnostico e indifferente di fronte al fatto religioso. Come è detto nella sentenza n.203/1989 della Corte Costituzionale, “il principio di laicità, quale emerge dagli articoli 2, 3, 7, 19 e 20 della Costituzione, implica non indifferenza dinanzi alle religioni, ma garanzia dello Stato per la salvaguardia della libertà di religione in regime di pluralismo confessionale e culturale”. In altre parole, la laicità dello Stato-comunità disegnata dalla Costituzione italiana “risponde non a postulati ideologizzati e astratti di estraneità e di ostilità rispetto alla religione o a un particolare credo, ma si pone a servizio di concrete istanze della coscienza religiosa e civile dei cittadini”. Ne segue che lo Stato, proprio perché laico, non può arrogarsi il diritto di giudicare in generale il fenomeno religioso e ritenerlo vero o falso, buono o cattivo, utile o dannoso (salvo il caso che esso sia in contrasto con le leggi, oppure offenda la pubblica moralità o, peggio, spinga ad atti delittuosi sotto la copertura religiosa, e francamente non ci sembra il caso del cattolicesimo), poiché, in quanto Stato, esso non è né religioso-confessionale né antireligioso-ateo; pertanto, alla luce di quanto sopra detto, se i cittadini esprimono istanze religiose, purché queste non siano in contrasto con i diritti e le istanze di altri cittadini né con le esigenze del bene comune, lo Stato deve andare incontro ad esse e soddisfarle. Così facendo, lo Stato non concede un favore o un privilegio, ma adempie al suo compito costituzionale. Applicando questa seconda visione della laicità dello Stato (la più vera ed equilibrata) all’esposizione del crocifisso nelle aule scolastiche, si può rilevare quanto segue: l’esposizione stessa del crocifisso non è in contrasto con nessuna legge dello Stato e non offende la pubblica moralità né spinge a commettere atti delittuosi sotto la copertura religiosa; essa non rende confessionale o religioso lo Stato italiano, il quale per sua natura è laico, in quanto con tale esposizione non fa proprio un simbolo religioso qual è il crocifisso, ma risponde soltanto a un’esigenza della grande maggioranza dei suoi cittadini, anche non credenti; il crocifisso è parte integrante dell’identità culturale del popolo italiano, perciò, permettendo l’esposizione del crocifisso nelle scuole pubbliche, lo Stato non fa un favore né concede un privilegio ai cittadini cattolici, ma riconosce un dato di fatto storicamente inoppugnabile. Ciò che non può dirsi di altri simboli religiosi, dei quali non si nega il valore religioso e culturale, ma che non fanno parte dell’identità culturale italiana. E’ questo il motivo per cui, concedendo l’esposizione del crocifisso nelle aule scolastiche pubbliche italiane, lo Stato non è obbligato a concedere l’esposizione di altri simboli. Indubbiamente, lo Stato laico deve assicurare a tutti i suoi cittadini la libertà religiosa, sia positiva (quella di credere) sia negativa (quella di non credere); deve assicurare a tutti la libertà di esercitare la propria religione sia in pubblico che in privato, sia singolarmente sia privatamente, e la libertà di far propaganda della propria religione e di presentarne i simboli, sempre nel rispetto degli altri ed evitando ogni forma di aggressività e di intolleranza. Può però avvenire che un simbolo religioso, per motivi di ordine storico e per la grande maggioranza dei cittadini, abbia un particolare rilievo per il suo significato religioso e culturale. In tal caso, lo Stato laico, senza che ciò significhi una minore considerazione o peggio costituisca un’offesa e un’ingiustizia per le altre religioni, può permettere che tale simbolo possa essere esposto nei luoghi pubblici, quali la scuola, gli ospedali, i tribunali e via discorrendo. E’ – ci sembra – il caso dell’esposizione del crocifisso nei luoghi pubblici, che è conforme all’art. 9, comma 2, dell’Accordo di modifica del Concordato firmato nel 1984, in cui si afferma che “la Repubblica italiana riconosce che i princìpi del cattolicesimo fanno parte del patrimonio storico del popolo italiano”. Vi è certo da riflettere sul fatto che mentre i laicissimi vertici politici e giuridici dell’Europa massonica e tecnocratica tentano di mettere fuori legge l’esposizione pubblica del nostro crocifisso, stupendo simbolo di fede e di amore, migliaia di islamisti che già vivono nelle nostre città farneticano e progettano di adibire le nostre stupende cattedrali a moschee e minareti. Noi dormiamo mentre gli altri ci stanno invadendo. Quel che ha l’Europa di oggi sono solo politici e giudici che non si vergognano di calpestare, con fatti e parole, le radici e l’identità cristiana della nostra civiltà. No, la storia e Dio non ci perdoneranno questo atteggiamento arrendevole e ipocrita: il linciaggio della nostra stessa identità cristiana. Ordunque, se vogliamo evitare il severro giudizio dell’Altissimo, muniamoci noi stessi orgogliosamente del crocifisso, non vergnoniamoci di portarlo al collo, di tenerlo esposto nei nostri uffici, nelle nostre case, di regalarlo ad amici e conoscenti, come più volte ci ha esortato a fare Papa Benedetto XVI con il suo Magistero chiaro ed esemplare, un dono di Dio per l’umanità di oggi. E se un giorno verranno nelle nostre case, nei nostri uffici a staccare i crocifissi anche da lì, sappiano sin d’ora, atei, massoni e integralisti di altri credi, che la Fede in Cristo, quella no, non potranno mai toglierla dai nostri cuori, perché non sono semplici chiodi a tenerla fissa, come accade con i crocifissi attaccati alla parete, ma i quattro chiodi con cui Nostro Signore Gesù Cristo si offrì vittima innocente per il riscatto dei nostri peccati. Cristo vive, Cristo regna, Cristo impera: con o senza le sentenze di Strasbrugo.