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Fede ‘adulta’ e Ragione ‘matura’
di Luciano Nicastro
CITTA’ DEL VATICANO – Vito Mancuso, in un suo articolo su ‘Repubblica’ (cfr. 6 luglio 2009, p. 1 e p. 24), si chiede qual è per il Papa il modo giusto di vivere una fede adulta e risponde sbrigativamente che “la maturità della fede si misura sul livello di obbedienza alla gerarchia ecclesiastica”, e indica come esemplificativa di questa tesi l’equazione: “Dottrina ecclesiastica=razionalità=verità”. Mi permetto di dire che il livello del ragionamento pastorale e teologico del Santo Padre, è più alto e più significativo e va al di là delle solite e ripetute incoerenze storiche riferite da Mancuso sull’annosa questione del difficile rapporto fede-ragione, fede-verità scientifica. La fede “adulta”, spesso desiderata, talvolta auspicata, sempre invocata, non è solo la pratica di alcuni spiriti “ribelli”, ma la vocazione coerente di tutti i fedeli adulti e anticonformisti, soprattutto in tempo di relativismo e di disorientamento culturale, specie se dilaga l’immaturità del laicato italiano immerso nelle nebbie politico-religiose che sono organiche e funzionali agli interessi costituiti anche quando si esprimono nella veste del silenzio o dell’astensione. L’obbedienza, diceva Don Milani, non è sempre una virtù, ma può diventare l’arte della comoda rinuncia alle lusinghe delle mode e degli interessi, per cui è arduo essere testimoni adulti e coraggiosi, “liberi e forti” (Don Luigi Sturzo). La prassi del laicato italiano, talvolta, è una via di fuga dalla coerenza e dalla responsabilità, specie nel campo della missione pastorale e dell’impegno politico. I Vescovi e il Papa sono stati deputati da Gesù Cristo a confermare la fedeltà, la maturità e la missione del popolo cristiano, in particolar modo dei laici sui temi riguardanti la fede, la morale e il senso stesso della organizzazione sociale e la qualità della vita umana, mentre avanza il pauperismo. Il Papa e i Vescovi hanno il difficile compito di illuminare la coscienza di tutti perché sia realmente libera di cercare e professare senza condizionamento alcuno la propria fede nel Cristo Risorto e vivere nella Chiesa sotto il soffio profetico dello Spirito, che vuole nella mediazione etica quotidiana personale e sociale lo sviluppo del Regno e la promozione umana. I Pastori non impongono scelte politico-religiose ma propongono orientamenti di bene nell’interesse del bene comune e dei ceti più deboli della società. Essi sono la luce e la guida, talvolta oscurata e non ascoltata dallo stesso potere, ma non si può attribuire a loro la responsabilità di essere stati e di essere, al di là di qualche caso particolare, la causa di un conformismo intellettuale ed emotivo che spesso cala da alcuni ambienti conservatori nella stessa Chiesa e nel Mondo. I Pastori sono luci e vie di verità per i credenti e timonieri della barca di Pietro per la vita di fede e di carità. Sono garanzia di un approdo, nella misura in cui la navigazione non facile viene promossa e accompagnata dal soffio dello Spirito. Questa è la fede della Chiesa che si fonda su Cristo, il suo Vicario e i successori degli apostoli. I laici, quindi, hanno il dovere di proporre e di indicare sentieri di esperienza e di preoccupazione e alla fine di ubbidire quando la gerarchia conferma nella propria responsabilità il cammino generale della Chiesa, come è avvenuto nel Concilio Vaticano II. Il discernimento laicale, illuminato dal Magistero, se è libero e consapevole, è oggettivamente maturo ed è una manifestazione di coerenza e di responsabile obbedienza. L’obbedienza è il nodo cruciale della questione. Se essa è prigioniera della soggettività, diventa “fede fai da te”; se è prigioniera dell’autoritarismo, diventa, come in una certa prassi molto diffusa, conformismo preventivo, arte della rinuncia a pensare, proporre e criticare, cioè un impoverimento pesante della Chiesa ed una solitudine dei Pastori nella loro azione di coerente credibilità cristiana. Per questo il grande Papa Paolo VI, profeta del dialogo, auspicava la crescita di una vera opinione pubblica nella Chiesa, fra i laici e i Pastori, una correzione fraterna fatta di vicinanza e di razionale ossequio nonché di rispetto reciproco secondo l’antico motto agostiniano: “In dubiis libertas…”. Nella Pastorale, come nella Politica, i laici partono dall’unità della Fede e, attraverso la pluralità delle loro opzioni culturali e politiche, ricercano, in modo convergente e solidale ma anche dialettico, un terreno comune di dialogo per trovare una soluzione condivisa di merito di più ampio respiro e di sicuro bene comune. In questo modo, si rispetta e si esalta lo statuto fondativo della comunione spirituale nella Chiesa che è alla base del servizio ecclesiale di vita e di testimonianza cristiana e volàno di promozione umana. I giornali che vogliono rispettare la gerarchia ecclesiastica, l’autonomia della religione cattolica e la libertà della Chiesa, devono essere coerenti informatori della verità dei fatti, sostenitori decisi, nella loro stessa strategia editoriale, di un pluralismo di letture e garanti della libertà di stampa, e non invece manipolatori strumentali di mestiere di ogni notizia, sia essa religiosa che politica o culturale. Il Santo Padre Benedetto XVI, nell’omelia pronunciata nella Basilica di San Paolo fuori le Mura a conclusione dell’Anno Paolino, ha detto: “L’Apostolo delle genti ci chiama a una fede adulta, che non significa rifiuto dei Pastori e del Magistero, ma adesione alla fede della Chiesa. Questo è il vero non conformismo che si oppone ai venti della moda”. Una fede è adulta, quindi, quando è responsabile e anticonformista, non quando è ribelle all’interno e incoerente all’esterno. E’ ad esempio il caso di chi pretende di dare lezioni di cristologia al Cardinale Angelo Bagnasco, Presidente della CEI e Arcivescovo di Genova. (cfr. ‘Il Giornale’, Luglio 2009, n. 159, p. 0). Camillo Langone, nel suo articolo ‘Se la Chiesa non parla più di Dio’, critica la lettera pastorale dell’Arcivescovo di Genova perché si permette di vedere anche nella New Age una qualche “ricerca spirituale di Dio” e invita alla sobrietà dei consumi in periodo di recessione economica. La Destra politico-religiosa vuole ancora una volta una Chiesa “organica” alle parole d’ordine e alle voci del Potere e contesta al Cardinale di concepire il cristianesimo come una religione incarnata che “tende al trascendente e non solo a consolidare i valori civili”, come pretenderebbero alcuni ambienti culturali e politici. Le analisi nella fattispecie, oltre che irriverenti e ingiuste, sono decisamente banali. Si enfatizza un Dio-uomo come oggetto di devozione e di culto alla maniera conformistica e tradizionale, dimenticando la novità di Cristo espressa magnificamente dal Concilio Vaticano II e dall’insegnamento di Papa Benedetto XVI in questo anni. La celebrazione dell’Anno Paolino è stata l’occasione per riscoprire la spiritualità incarnata e la tensione ascetica e mistica della fede “adulta” del credente che aiuta, libera e purifica la Chiesa senza ribellioni e rotture, come fece Francesco di Assisi. La coerenza cristiana non è, perciò, nostalgia di un passato di collateralismo politico-religioso ma profezia e testimonianza di Cristo coerente. Il “cristiano adulto” deve “imparare a prendere parte al pensare e al volere di Gesù” (Papa Benedetto XVI) e a rispettare l’autonomia e la legittima laicità del temporale, perché l’incarnazione è per la resurrezione di tutti e non per la conferma della condizioni materiali e spirituali di alcuni privilegiati. Se la fede deve essere “adulta” per vocazione, la ragione deve diventare “matura” per comprensione della verità oggettiva, oltre “l’avidità degli affari e degli stimoli della cupidigia”. Come diceva Don Luigi Sturzo, “il gioco del ragionamento nella vita (sociale e politica) è meno efficace di quel che si crede, tant’è che l’esagerato intellettualismo non porta a una convergenza degli spiriti umani fra di loro” (cfr. “La vera vita”, op. cit., p. 257). Sono i sentimenti che avvicinano e agevolano le relazioni, “mentre la logica sola, con la sua tagliente forza, tende ad allontanare”. Ci vuole la mistica del cuore per favorire la comunione o per lo meno la convergenza, un quadro valoriale che appassiona a attira e guida alla trascendenza del Vero superiore. La Ragione “matura” ha bisogno della testimonianza di una fede “adulta” che manifesta fiducia e sicurezza nel dialogo e rispetta sinceramente e decisamente le opinioni e la personalità degli altri uomini. La fede, senza la ragione, rischia di cadere nell’integralismo e nel clericalismo delle appartenenze. La ragione senza un positivo e onesto rapporto con la fede, rischia di scivolare nell’indifferenza rispetto ai valori spirituali, nel laicismo delle contrapposizioni preventive e delle differenze “pre-costituite” di posizioni culturali e politiche. Don Sturzo, in un periodo storico di aspre lotte politiche e divisioni culturali, fu capace di dimostrare che la laicità cristiana nutre la tolleranza e “rende più umana la lotta e più seri i contrasti” (cfr. “La vera vita”, op. cit., p.257). Soprattutto nella politica, la sana e salutare dialettica democratica si sviluppa non nella polemica “ideologica” ma nella ricerca della migliore soluzione possibile ai problemi fondamentali della vita in comune che costituiscono, se risolti in modo condiviso, un bene dell’intera nazione, duraturo e diffusivo. In questo senso, una ragione “matura” aiuta anche il bene spirituale, e non solo quello materiale, del Paese. Fede “adulta” e ragione “matura” sono, infatti, entrambe necessarie e si richiamano a vicenda.
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