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Nuovo jus migrandi

di Luciano Nicastro

CITTA’ DEL VATICANO – L’anima del nostro popolo soffre perché è lacerata tra l’esigenza di sicurezza “reale” e il sentimento cristiano e nazionale di accogliere sul piano umano ed aiutare e integrare sul piano sociale ed economico gli immigrati poveri che persino sui gommoni arrivano sulle nostre coste. Sono definiti irregolari e clandestini e per loro è stato inventato il reato di clandestinità, ma non sempre sono delinquenti e rappresentano ancora oggi una nuova linfa vitale, demografica, economica e culturale per il nostro Paese. Questa lacerazione si è allargata di più con la nuova legalità di stampo leghista, imposta a colpi di voti di fiducia in Parlamento da una maggioranza “artificiale”, sempre più ostile e lontana dal paese “reale”, che viene tenuta in vita dal collante del Potere. La logica del ricatto di coalizione, di parte e di scopo, addormenta il Parlamento e impedisce il libero confronto e la migliore decisione democratica. E’ ritornata a farsi sentire per i poveri immigrati la voce “libera e coraggiosa” dei Vescovi italiani e dello stesso Santo Padre per invocare un maggiore spirito umanitario e atti di accoglienza, di solidarietà e di integrazione in nome dei diritti umani universali. Il dualismo tra legalità e solidarietà, tuttavia, continua ad animare la politica del Paese. La voce dei Vescovi ha solo ottenuto per ora di mitigare il furore xenofobo e razzista della maggioranza. Il cosiddetto reato di immigrazione clandestina rischia, però, di danneggiare profondamente, sul piano culturale e valoriale ed anche su quello identitario e sociale, il processo faticoso di integrazione in corso di milioni di immigrati “italiani”, reali e potenziali, nella scuola, nella società civile, nel mondo del lavoro e nelle nostre città. Ha ragione Giovanna Zincone quando su ‘La Stampa’ di Torino (23 maggio 2009), ripercorrendo le ultime “ritirate” fallimentari della maggioranza di governo che era partita per la guerra e si è fermata alla guerriglia, afferma che sono aumentati i consensi trasversali “tra opposizione e dissidenti della maggioranza” che, se fossero lasciati liberi di manifestarsi, porterebbero ad una diversa, più umana e realistica, legislazione sulla immigrazione italiana, aprendo prudentemente il Paese e le sue città ad un nuovo corso di più diffuse e più solidali relazioni sociali interculturali in vista di una maggiore integrazione democratica. La Zincone sostiene lucidamente che “i temuti clandestini, trasportati nelle carrette del mare sono in stragrande maggioranza vittime, non delinquenti. Non possiamo accoglierli (tutti!), perché significherebbe abolire le frontiere italiane ed europee… ma in tema di immigrazione dobbiamo tutti imparare a moderare i toni…” (ivi p. 35). A questo punto sarebbe forse più utile, a livello di società civile italiana ed europea, nella sua ampia e articolata espressione culturale, sociale e religiosa, elaborare e definire un nuovo Codice Etico di accoglienza e di integrazione degli immigrati da offrire alla Politica chiedendo a gran voce che su temi eticamente sensibili di bene comune non dovrebbe incombere il voto di fiducia e il ricatto di coalizione ma l’esercizio del voto libero in nome del diritto primario della coscienza e della umanità. Ermanno Vitale, già in “Jus migrandi” (Bollati Boringhieri 2004), aveva messo in luce la necessità di un nuovo diritto di emigrazione che si facesse carico della “libera circolazione degli uomini uguali nei diritti”. Il diritto di emigrare dal proprio Paese non è completo e pieno se non è accompagnato da un essenziale “diritto di immigrare”, cioè di entrare nelle frontiere di un nuovo Paese per cercarvi lavoro e benessere per sé e per la propria famiglia. La legge nazionale dovrebbe non solo consentire questo diritto “naturale” ma disciplinarlo con opportune misure di esercizio e aiuto, con la garanzia dei controlli e l’ottica dell’accompagnamento. In atto gli immigrati “poveri” sono di fatto e per principio destinati ad “un respingimento preventivo e indiscriminato di massa” senza che abbiano commesso individualmente reati contro le persone e le proprietà nel paese di arrivo. Come è noto, la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo prevede un diritto «di uscita» ma non «di ingresso» e all’articolo 13.2 afferma che “ogni individuo ha diritto di lasciare qualsiasi paese, incluso il proprio, e di ritornare nel proprio paese”. Un nuovo Codice “etico e sociale”, di cui ormai si sente storicamente e culturalmente un bisogno civile nel Mondo intero, dovrebbe “creare”, sulla base della nostra antica esperienza di Paese di emigranti, una legislazione innovativa nel campo della immigrazione, che affermi in Italia e in Europa una nuova linea di indirizzo, di accoglienza e di integrazione, che cancelli “la barbarie dei respingimenti di massa” e favorisca una politica italiana ed europea più umana e collegiale, nuova e unitaria soprattutto nel bacino del Mediterraneo a favore degli immigrati. Già da tempo vado scrivendo in libri come “Fratello immigrato” (EdiArgo 2005), in “Mustafà va in prigione” (Genius Loci 2007), in “Dentro la nuova società multiculturale” (Sion 2006) e in articoli su “Affari Italiani” o su “Petrus”, quotidiani on line, che è arrivato il momento di cambiare la politica “muscolare” nei confronti degli immigrati “poveri”, che finisce per condannarli alla morte civile e lavorativa, favorendo solo l’immigrazione ricca e qualificata. Gli xenofobi si illudono di risolvere con la forza un problema così complesso ed epocale! Ho teorizzato la creazione di un “corridoio umanitario europeo” per contrastare con una efficace concorrenza lo scafismo criminale e il fenomeno delle morti in mare con collegamenti “legali” e trasporti marittimi finanziati tra le sponde del Mediterraneo e i confini meridionali dell’Europa a prezzi politici accessibili e concorrenziali, attivando l’emersione legale e programmata della cosiddetta clandestinità, derubricata da reato penale in sanzione amministrativa da sanare anche con lavori socialmente utili. Si potrebbero così tutelare quegli immigrati più “stanziali” come le donne, i ricongiungimenti delle spose e dei figli ai loro mariti o padri, promuovendo l’immigrazione, l’arrivo e l’insediamento di vere e proprie famiglie. La liceità etica “condivisa” di queste scelte strategiche preparerebbe una politica della pace preventiva e dello sviluppo civile con la cooperazione internazionale dal basso per il progresso integrale, economico e sociale, alzando “i mattoni” di una nuova civiltà dell’Amore. A questo fine si potrebbero utilizzare in parte le somme stanziate nei bilanci nazionali ed europei per aiutare i paesi in via di sviluppo vincolandoli ad un processo virtuoso e permanente tra migrazione-immigrazione e ritorno nei Paesi poveri, con canali diplomatici più attrezzati e più funzionali favorendo una diversa e più progredita circolazione di qualità della vita tra il continente europeo, africano ed asiatico. Come è noto, gli studi della Comunità Europea non partono da questa logica di promozione umana e sociale del Sud del mondo ma privilegiano l’alta immigrazione della quale avrà maggiore bisogno l’economia del nostro continente nel prossimo cinquantennio (ingegneri, informatici, etc.) e trascurano la bassa immigrazione “povera” che avanza come una valanga che sale, con donne e bambini, ed un volume di domande di cibo, acqua, lavoro, istruzione, salute e abitazione per rispondere alle quali non si troveranno i soldi senza coinvolgere in qualche modo i network etnici e familiari e l’associazionismo di riferimento. La logica economica ed utilitaristica del ricco epulone continua a ispirare una politica miope e disumana dei respingimenti indiscriminati che non crea corridoi umanitari e porte di ingresso di solidarietà, di accoglienza e integrazione. E’ il momento di innovare. Ce lo chiedono l’umanità e la civiltà. Ce lo impongono le nostre radici cristiane.