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Il Sabato della vita

di Luciano Nicastro

CITTA’ DEL VATICANO – Dopo il caso Englaro, Politica e Società civile rischiano di dividersi sulle questioni e sui temi valoriali della vita e della morte, della salute e della libertà ponendo in aspro conflitto fede e ragione, sentimento religioso del popolo e difesa della libertà della persona umana. Non si è ancora avvertito il fatto nuovo, che costituisce un salto di qualità culturale, quello di aver  posto come centrale sul piano dell’etica pubblica e nella socializzazione delle nuove generazioni, la differenza ontologica tra il valore primario e superiore della vita e l’accadimento della morte come dato di fatto. Il nostro contesto culturale e politico è ancora troppo conflittuale e non soltanto dialettico tra la difesa dei valori e la loro incarnazione nel costume vivo del Paese. Rischiamo di porre al centro invece “il fine vita” rispetto alla qualità del vivere, la libertà di finire rispetto alla libertà di vivere secondo valori condivisi, il primato dei bisogni di liberazione dai mali rispetto alla libertà della coscienza che illumina di senso e di bene l’esistenza. Non abbiamo bisogno di un testamento bio-politico ma di un testamento “spirituale” per il Sabato della vita. La cultura dell’etica pubblica ha bisogno di recuperare la centralità religiosa e civile della coscienza personale come cifra suprema e foro ultimo delle nostre decisioni e come santuario della nostra libertà alla luce del Dio interiore, Signore della vita e dell’Universo. Spesso torniamo a visitare con il cuore e il pensiero l’esperienza del finire dei nostri cari, come in Agostino o Pirandello, e in essa vediamo anticipata la notte della nostra lacerazione e desideriamo che essa sia come “l’incontro di un amico”, come l’alba del ritorno e l’inizio della Resurrezione. La Pastorale della Speranza ci può aiutare ad educarci a varcare l’ultima soglia in condizioni di consapevolezza e libertà spirituale, di sacrificio e di offerta quasi a ricapitolare tutto il cammino percorso, l’eredità ricevuta e le consegne da lasciare. Ad esempio la diffusione delle droghe nei ragazzi di 12 e 13 anni (hashish e cocaina) non è soltanto una drammatica evasione ma l’esercizio di una sensazione anticipata del dolce finire, una falsa e apparente liberazione del mal di vivere. Abbiamo bisogno di una buona pedagogia della vita, di apprendere l’arte della dolce fine di un uomo persona umana, che è libero e responsabile perché è figlio di Dio redento da Cristo. La Parola di vita così illumina la coscienza nell’istante della fede e del perdono. Il diritto alla vita esclude la morte di Stato o l’eutanasia di prossimità. La legislazione sulla fine della vita in tutti i suoi aspetti non può prescindere quindi dalla libera determinazione della persona umana e dal suo diritto al valore, assoluto ed eminente, sia che venga tutelata dalla stessa persona o dalla sua famiglia o dai tutori testamentari. Esiste nella nostra società come evento sociologico il suicidio ma non il diritto etico e giuridico a suicidarsi e ciò per coerenza esistenziale e compatibilità assiologica. Esiste la libertà e la possibilità ma non il valore, esiste il suicidio “differito” del vivere giorno per giorno per la morte, come nelle droghe, ma non può esistere né per il cuore né per la ragione il diritto a morire perché ogni morte di per sé è lacerazione e violenza, accanimento contro se stessi e la natura, ma anche è negazione dell’ipotesi di una vita eterna considerata laicamente  come eternità di affetto. Non esiste e non può esistere quindi un diritto a morire, ma in qualunque condizione, anche preagonica, esiste un diritto originario umanissimo, alla buona morte, “all’accompagnamento finale”, ad una fine dignitosa, ad un congedo “assistito” che non è il prodotto di un accanimento tecnologico né di una disumana violenza “terapeutica” ma è uno spegnimento “naturale” circondato dalla medicina palliativa, dall’affetto dei propri cari ed dal conforto religioso. Queste sono le figure simboliche e sociali indispensabili per una fine che possa essere chiamata umana. La via diversa presuppone una mutazione dell’idea di uomo e del suo costume secolare. Solo il relativismo nichilista può giustificare un tale cambiamento ma esso finisce per dilatare con la libertà assoluta la cieca disperazione e l’abbandono nell’estrema solitudine della morte dell’anima nel supplizio del corpo. Ha ragione Joaquin Navarro-Valls quando scrive che il problema, posto oggi come possibile sul piano tecnico, si presenta contraddittorio e assurdo sul piano etico perché farebbe appello ad una nuova etica della morte di valore superiore a quella della vita cioè ad una mutazione valoriale radicale con la socializzazione di un nuovo costume. Egli sottolinea inoltre che oggi “ci troviamo continuamente davanti a casi in cui ad agire sono persone che non hanno più o non hanno ancora la capacità di esprimere la propria libertà” (cfr. I confini della società nella Bioetica in “Repubblica, 4 marzo 2009, p. 29). In questa fase di disorientamento e di transizione valoriale, dal pensiero “debole” al pensiero condiviso sulle “cose ultime”, sono possibili invasioni di campo, prevaricazioni, licenze ed abusi da parte degli integralisti di ogni Scuola. La legislazione nuova deve tutelare da un lato la libertà della persona cosciente e responsabile espressa in un atto o garantita dai familiari e dai tutori testamentari. Nessuno può arrogarsi, e a maggior ragione mai lo Stato, la responsabilità di decidere al posto della persona un finire innaturale. La legge sul cosiddetto testamento biologico non può essere quindi luogo di scontro ideologico o politico, ma deve diventare occasione di incontro alto e nobile sul testamento “spirituale”. Non è razionale porre nelle decisioni di altri la propria libertà personale di autodeterminazione, che è esercizio di scelta propria e personale, hic et nunc. L’essere umano in coma permanente è sempre un essere umano e la sua vita è sacra. Nessuno può decidere per lui. Anche la persona cara si rifà idealmente e moralmente alla sua manifesta scelta in nome del rispetto della sua volontà e libertà. Se si dovesse affermare l’arbitrio come diritto, con il riconoscimento del primato della propria libertà sulla vita propria o degli altri, ogni abuso sarebbe possibile e una legislazione permissiva e individualistica rovinerebbe la comunità civile e l’etica pubblica. La legislazione non può assumere come suo criterio fondante un autoritario e progressivo “ius in corpus humanum” mettendo a rischio la libertà dell’individuo e delle persone e la stessa vita democratica collettiva. Se si tutelano reciprocamente e congiuntamente queste due dimensioni come pilastri e valori congiunti dell’esistenza umana si colorano le due caratteristiche di senso del fine vita come sofferenza non aperta all’accanimento terapeutico ma soltanto all’accompagnamento lenitivo e palliativo, al conforto morale, umano e religioso del finire. Nel dettato costituzionale (art. 32) si trova un saggio equilibrio tra il valore della vita che è sacra e va tutelata e l’autodeterminazione del singolo che non può essere negata e misconosciuta ma deve essere rispettata e valorizzata anche nelle condizioni estreme. Ogni terapia, come è ormai acclarato, ha bisogno di “un consenso informato”. Il rapporto medico-paziente dalla stessa deontologia professionale è piantato su questi due pilastri e confini dell’esistenza. Ha ragione il Vescovo di Rimini, Mons. Lambiasi, ad affermare che “la sacralità della vita non è in conflitto con la saggezza” e che bisogna laicamente riconoscere che la verità dell’uomo si manifesta nel nascere e si riverbera anche nell’atto del finire (cfr. “Avvenire” 6 marzo 2009, p. 9). Le tecniche e le cure sono ragionevolmente modificabili, ma i valori sono intangibili, non negoziabili e vincolanti perché riguardano “in re” la struttura antropologica dell’essere personale, libero e cosciente e bisognoso di cura per la sua fragilità esistenziale. Le strutture di assistenza ai malati terminali e a quelli in stato vegetativo “vigile”  o di coma farmacologico devono essere a carico dello Stato e devono consentire il prendersi cura da parte dei parenti e degli assistenti solo sul piano affettivo e relazionale. L’assistenza sanitaria e sociale, organica e complessiva, dalla nascita alla fine, deve essere liberata dal peso economico della famiglia. Bisogna superare sia l’individualismo post moderno che la tentazione statalistica riemergente perché impediscono il giusto equilibrio e la saggia decisione legislativa nelle questioni di bioetica. In questo senso sarebbe più utile esprimere più che uno statuto vincolante un semplice codice deontologico aggiornato. La storia ha dimostrato, soprattutto dall’illuminismo ad oggi, che senza radici cristiane la modernità rischia di rimanere chiusa nella dimensione orizzontale della sua cultura e se fa progredire i valori della scienza e della tecnica per inaugurare un potere più grande, il regno dell’uomo così costruito a vocazione “totalitaria” dilata con la crescente libertà assoluta la barbarie. Ancora una volta bisogna dire che non può decidere sulla vita e sul fine vita solo la ragione, con la democrazia del numero degli individui, ma deve avere anche diritto di codecisione la fede. Non per imporre un altro Stato “Etico”, di cui ha parlato l’on. Fini, ma per dare alla laicità il nuovo volto, nobile e dolce, non solo della tolleranza e del rispetto, ma anche della collaborazione feconda tra la Religione e lo Stato democratico in ogni momento della vita sociale. Per una vera democrazia “spirituale” deve poter contare anche il senso religioso della vita e non solo quello razionale poiché sono congiuntamente fondamento di coesione e di progresso e luogo di civiltà a partire dall’olocausto. Come scriveva Paul Ricoeur è un problema di amore quello della vita e “l’amore è un movimento che passa da un valore inferiore ad un valore superiore, l’amore aumenta il valore di ciò che afferra, non acceca ma apre gli occhi”. (cfr. Amore e odio, Morcelliana, Milano 1993, pp. 80-88). Al sabato della sera l’uomo cerca la luce e il conforto l’accompagnamento della Ragione e della Fede, dei Giusti e dei Santi e chiede alla Madre della prima ora e a quella dell’ultima il dono divino della Misericordia, l’abbraccio del Padre Prodigo e la consolazione dello Spirito Santo. Vale per lo Stato, e non solo per la Religione, la verità evangelica secondo cui “Non è l’uomo per il Sabato ma è il Sabato per l’uomo”. Così dovrebbe essere per ogni legge come quella in discussione nel Parlamento sul cosiddetto testamento biologico. Anche in questo caso nella codificazione si deve ribadire che “La vita è nelle mani di Dio” (Salmo 16,5) e Dio è fedele. La fedeltà di Dio si rivela anche alla Ragione nella stessa coscienza laica come luce e fondamento della vita personale e collettiva qualunque sia il volto di Dio o l’immagine della sua scoperta. Il Signore Gesù Cristo, crocifisso, morto e risorto, non è venuto quindi per seppellire la Ragione ma per farla risorgere nella vita e oltre la morte. E’ lui infatti il Vivente che cammina con l’uomo sofferente verso la felicità eterna.