di Sua Eccellenza Reverendissima
Monsignor Andrea Gemma*
CITTA’ DEL VATICANO – Sì, consentitemi di sognare! È bello sognare quando la realtà è grigia e sconfortante, sognare un qualche cosa di nuovo, di bello, di inusitato. La giovinezza è l’età dei sogni, e poiché la Chiesa di Gesù è in una perenne giovinezza, quella che le ha regalato il suo Fondatore, è gratificante per chi avverte il privilegio di appartenere a questo corpo sempre giovane, abbandonarsi a un bel sogno, quello che ci faccia vedere, con una speranza tradotta in realtà, quella Chiesa che noi vorremmo ammirare, quella Chiesa che noi vorremmo essere sinceramente. La realtà della Chiesa, quella che, come si è detto, è composta dell’aspetto visibile, quel sacramento che noi siamo, appare troppo spesso non tanto ai suoi nemici dichiarati che la disprezzano per partito preso, accecati e prevenuti, ma a noi che l’amiamo e vi facciamo parte gioiosamente, appare, ahimè, troppo lontana dall’ideale che il Fondatore le ha prefissato. E ciò è motivo di dolore, di profonda sofferenza. Per chi istituisce il confronto, è bello rifugiarsi nel sogno, che è speranza, che è preghiera. In questo senso, dunque, anche a proposito della Chiesa, lasciateci sognare. E ciò non vorrebbe essere un rifuggire dalla realtà e, quindi, dall’impegno, ma – ripetiamo – è un rinfocolare la speranza nella fedeltà in Colui che ci ha detto: “Io sarò con voi tutti i giorni, fino alla fine dei tempi” (Mt 28,20). Non è la prima volta che chi scrive si abbandona a questo sogno. Ecco quanto egli nel lontano 1972, commemorando il centenario della nascita del suo fondatore, San Luigi Orione, proclamava al termine di un apprezzato discorso tenuto a Tortona (AL): ‘Il nostro discorso – meglio, tentativo di discorso – sulla «Chiesa locale» del passato, sarebbe vuoto esercizio d’erudizione se non ce ne venisse una urgente lezione per l’avvenire, prossimo e lontano. Come dovrà essere «la Chiesa locale» che noi tutti, corresponsabilmente, ci impegneremo a costruire? (cf. Hortelano, La Chiesa del futuro, Assisi 1969 – Brunetti, op. cit., pag. 115 ss.). Una Chiesa più comunionale (mi si passi il neologismo!): dove, a cominciare dai Pastori, ci si conosca, ci si voglia bene, si stia insieme senza etichette, senza burocrazia, senza distanze inutili, pur nello scrupoloso rispetto delle attribuzioni dei singoli e dell’autorità; dove i superiori non siano dei burocrati o dei funzionari ma fratelli e degli amici; dove le strutture siano ridotte al minimo necessario e dove davvero la legge preminente, anche senza buttar via il Codex Iuriis Canonici, sia l’amore vero, autentico, cristiano: dove «omnia in Charitate fiant» (1Cor 16,14). Una Chiesa più declericalizzata, dove, cioè, non ci siano il paternalismo e l’autoritarismo di un clero ridotto rigidamente in casta privilegata; dove anche la figura del prete sia più vicina a quella dei fratelli cui serve, senza per questo perdere la sua dimensione sacra e di separazione; dove anche i laici possano e debbano dire la loro parola che trovi ascolto, anche quando è scomoda e anche quando vuole entrare nella scelta delle persone e nella programmazione pastorale. Una Chiesa più corresponsabilizzata, dove cioè tutti, vescovi e preti, preti e laici, si sentano ugualmente responsabili della missione e della conduzione della comunità; dove i nuovi organismi comunitari, voluti dal Concilio (Consiglio pastorale diocesano e parrocchiale, consiglio presbiterale) non siano solo sulla carta, ma siano strumenti vivi e attivi di partecipazione, di comunione ecclesiale. Una Chiesa più carismatica: ove i carismi di tutti siano rispettati e valorizzati, dove si ammetta concretamente la presenza operante dello Spirito; dove in una organizzazione giuridica ridotta al minimo, si ammiri una comunità viva, agile, spirituale, profetica; dove non si abbia paura di correre dei rischi per fare spazio sufficiente alla forza travolgente dello Spirito. Una Chiesa più evangelica, cioè più preoccupata di dare testimonianza a Cristo nella povertà, nel rifiuto d’ogni protezione, nella libertà di ogni ideologia, nella assoluta indipendenza, nella costante tensione escatologica, che di ottenere privilegi e protezione, di inserirsi in attività di supplenza, di immischiarsi nel gioco degli interessi politici, economici, diplomatici. Una Chiesa più pluralista, senza schemi fissi e rigidi, senza indebite costrizioni, senza uniformità – che non è unità -, senza conservatorismi inutili, dove, cioè, la diversità legittima nella professione dell’unica fede sia presupposto di unione, di complementarietà, di efficienza. Una Chiesa, infine, più accogliente: ove ci si senta davvero «nella Casa del Padre» (Mazzolari), dove non si sbatta la porta in faccia a chi se ne va, perché è in crisi, dove si riaccoglie nella stima e nell’amore il fratello che ritorna dopo esperienze amare; dove nessuno si senta estraneo anche se qualche volta ha sbagliato; dove si sta sempre con la porta spalancata, senza predominio, senza ghetti, senza puritanesimo farisaico, per accogliere i fratelli che vengono a bussare anche solo per curiosità, dove si ha sempre pronta per tutti, per tutti, un’immensa dose di amore. Come ci ha insegnato Gesù, al quale sia onore e gloria nei secoli’. Come non notare con gioia che questi pensieri espressi con convinzione e calore, a distanza di più di trent’anni, non solo non hanno perso nulla del loro valore di auspicio, di desiderio, di speranza, ma anche, se fosse possibile, hanno acquistato nuova attualità? Per questo abbiamo voluto riprenderli, quasi a sigillo di una speranza che non muore, non può morire. Vorremmo che i lettori lo cogliessero appieno, ne avvertissero l’interiore risonanza e ne sostanziassero un impegno costante e fattivo, perché questa Chiesa che amiamo e per la quale non dubiteremmo di dare la vita, se ci fosse richiesto, avverta il richiamo di una necessità assai cogente, di mettere mano ad un risveglio che è richiesto da ogni parte. È richiesto soprattutto da quello Spirito che dimora in essa ed è vita, è fuoco, è giovinezza, e che noi, purtroppo, non di rado soffochiamo nei nostri piccoli e meschini orizzonti, in quella mediocrità che ci attanaglia, in quella stanchezza che ci opprime. Sì, lasciateci sognare! È il primo necessario atto di quella reazione che l’ora presente, segnata da ombre minacciose, richiede a noi fortunati depositari di quella consegna che il Maestro divino ci ha lasciato e che non vuole attuare – egli, l’onnipotente – senza il nostro concorso, convinto, generoso, perseverante.
*Vescovo di Santa Romana Chiesa