di Sua Eccellenza Reverendissima
Monsignor Andrea Gemma*
CITTA’ DEL VATICANO – Sono anch’io tra i “cari confratelli nel ministero episcopale” ai quali il Santo Padre Benedetto XVI ha inviato in data 10 Marzo scorso uno scritto che è dir poco definire nuovo, straordinario, inusitato. Esso, infatti, non trova collocazione e catalogazione nella pur copiosa nomenclatura della cancelleria pontificia. Ho davanti le tre fitte pagine del documento e mi sento soavissimamente obbligato a dargli riscontro per esprimere la mia totale ammirazione, la mia piena adesione, la mia sincera riconoscenza. Mi viene in mente l’incipit solenne del celeberrimo oracolo di Isaia: “Venite, discutiamo…” (cf Is 1,18); oppure il momento drammatico e avvincente insieme in cui il vice re di Egitto, tradito e venduto dai fratelli, si disvela loro e dichiara tra le lacrime: “Io sono Giuseppe, il vostro fratello” (Gn 45, 3). La Santa Sede, normalmente, per puntualizzare e interpretare autenticamente i pronunciamenti del Papa, si serve di molteplici canali; mai il Papa in persona finora si è abbassato ad esprimere personalmente la sua delusione, la sua tristezza per le critiche e l’incomprensione a cui è stato fatto segno. Stavolta, ripeto, inusualmente, il Papa stesso discende dall’altissimo suo soglio, si mette accanto ad ognuno di noi ed instaura un dialogo quanto sommesso tanto spontaneo, stringente, commovente… Buttate via i numerosi e ponderosi trattati teologici di questo fecondo e profondo cultore di scienze sacre; buttate pure via i già numerosissimi interventi dell’ancor breve pontificato i quali hanno riempito finora migliaia di pagine; lasciate solamente che rimanga quest’ultimo documento: basterà a rendere immortale la memoria di quest’uomo tanto umile quanto grande, tanto semplice e immediato quanto profondo ed accattivante. L’occasione di esso: “La remissione della scomunica ai quattro vescovi (…) per molteplici ragioni ha suscitato all’interno e fuori dalla Chiesa Cattolica una discussione di una tale veemenza quale da molto tempo non si era più sperimentata.(…). Sono rimasto rattristato – scrive Benedetto XVI – dal fatto che anche cattolici (…) abbiano pensato di dovermi colpire con un’ostilità pronta all’attacco”. C’è poi un sincero accenno di autocritica – inaudito per la prassi pontificia! -: “Mi è stato detto che seguire con attenzione le notizie raggiungibili mediante l’internet avrebbe dato la possibilità di venir tempestivamente a conoscenza del problema. Ne traggo la lezione che in futuro nella Santa Sede dovremo prestare più attenzione a quella fonte di notizie”. La dolorosa concomitanza della remissione della scomunica con la diffusione delle stravaganti opinioni di uno dei quattro vescovi, con la susseguente alterazione dei buoni rapporti con l’ebraismo, ha offerto al Papa l’occasione di esprimere riconoscenza agli ebrei per aver essi nettamente distinto i due aspetti di tutta la vicenda. Ed è proprio questa gratitudine espressa a non cattolici ad evidenziare maggiormente l’incredibile incomprensione dei figli della Chiesa, ai quali nell’ultima parte della sua lettera il Papa si rivolge con una serie di accorate domande che sono già nella loro formulazione la risposta evangelica al gesto che il Sommo Pontefice ha creduto di compiere. Quindi il lamento: “Che il sommesso gesto di una mano tesa abbia dato origine ad un grande chiasso, trasformandosi proprio così nel contrario di una riconciliazione, è un fatto di cui dobbiamo prendere atto. Ma ora domando: Era ed è veramente sbagliato andare anche in questo caso incontro al fratello che “ha qualche cosa contro di te” (cf Mt 5,23 s) e cercare la riconciliazione?”. Il richiamo alla espressione paolina fortemente ironica – “…Ma se vi mordete e divorate a vicenda, guardate almeno di non distruggervi del tutto gli uni gli altri” (Gal 5,15) – offre al Papa lo spunto per il forte richiamo finale: “A volte si ha l’impressione che la nostra società abbia bisogno di un gruppo almeno, al quale non riservare alcuna tolleranza; contro il quale poter tranquillamente scagliarsi con odio. E se qualcuno osa avvicinarglisi – in questo caso il Papa – perde anche lui il diritto alla tolleranza e può pure lui essere trattato con odio senza timore e riserbo (…). Purtroppo questo ‘mordere e divorare’ esiste anche oggi nella Chiesa come espressione di una libertà mal interpretata”. Da tempo, vorrei dire da sempre se non fosse superbia, andavo prefigurandomi l’inverarsi di una Chiesa che sognavo e sogno, una Chiesa diversa, una Chiesa nuova, una Chiesa bella, divina come essa è. Ora ne ho visto finalmente il primo reale bagliore. Grazie, Padre Santo!
*Vescovo di Santa Romana Chiesa